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venerdì 4 settembre 2009

clima: rondini tradite dal clima usignoli scomparsi


A settembre, in un tempo che ormai ci pare lontano, era normale vedere i prepa­rativi che le rondini facevano in previsio­ne del lungo viaggio che le avrebbe ripor­tate in Africa a svernare. C’era il richiamo e l’addestramento al loro primo viaggio dei nuovi nati; c’era il riunirsi in stormi vieppiù consistenti. I raduni premigrato­ri, li chiamavano gli esperti. Ma, a parte questi, chi ancora s’accorge, e forse addi­rittura ha nostalgia, dell’immagine bella di quell’affollarsi di rondini una volta consueta e ormai così rara? Quante sono, al giorno d’oggi, le persone che, per sensibilità e soprat­tutto per l’esperienza acquisita in tem­pi lontani, sa ancora percepire e legge­re i tanti piccoli segni — segni spesso d’allarme — che l’ambiente costante­mente ci invia?

In molte zone del nostro Paese sono, per esempio, scomparsi gli usignoli. Era una gioia sentirne il canto notturno bello e toccante. E chi ancora ha memoria dei concerti, pure notturni, dei grilli, o di quelli diurni delle cicale? Eppure i segnali sono, o almeno sareb­bero, chiari e forti, e proprio le rondini, al proposito, avrebbero molto da raccon­tarci. Perché loro sono animali straordi­nariamente specializzati. Anche se il de­clino di questi un po’ magici uccelli è ini­ziato ormai da molto tempo (e la Lipu, la lega italiana protezione uccelli, non ha mai smesso di allertarci) tutti sappiano che le rondini si nutrono volan­do, tenendo il loro grande becco — una trappola naturale — ben spalancato. Eb­bene, se gli insetticidi hanno fatto fuori la maggior parte degli insetti volanti, op­pure, quelli rimasti, li hanno resi veleno­si, per le rondini c’è ben poco da fare. E lo stesso può dirsi per le loro notturne controfigure, i pipistrelli. Le rondini, ho scritto prima, sono ani­mali specialisti: hanno cioè messo a pun­to, nei tempi lunghi della loro evoluzio­ne, un raffinato, talora pressoché perfet­to, modo di stare al mondo, adattandosi a un tipo di ambiente prevedibile e stabi­le. E ho scritto «i tempi lunghi della loro evoluzione», perché si tratta di evoluzio­ne biologica, un processo che appunto è sempre lentissimo.

Ma ecco allora dove sta il problema: ebbene, il problema sta in noi, in noi Homo sapiens, una specie che, piuttosto straordinariamente, è in grado di cambiare il suo comportamen­to non per evoluzione biologica, ma cul­turale. Il che significa, tra l’altro, il saper de­terminare — e sempre più col passare del tempo — anche repentini cambia­menti ambientali. Così i cosiddetti am­bienti stabili e prevedibili, essenziali per l’evolversi degli specialismi biologi­ci, la smettono di essere tali. E gli ani­mali specialisti, come le rondini e i pipi­strelli, se ne vanno decisamente in cri­si. È la biologia, in parole povere, che non tiene il passo, sempre più rapido della nostra, spesso sconsiderata, evolu­zione culturale. Ecco allora che questo nostro tempo, che poi è tempo di crisi ecologica, segna il trionfo di quelle specie che sono l’op­posto degli specialisti, e cioè gli animali detti generalisti. Sono specie adattate a vivere in ambienti instabili e pertanto scarsamente prevedibili oppure, addirit­tura, a vivere la vita avventurosa degli animali colonizzatori. Specie, insomma, che in un modo o nell’altro se la cavano sempre. Furbe e opportuniste, con po­che regole scritte nel loro Dna e invece con raffinate capacità di apprendimento. Specie che, un po’ eufemisticamente, vengono denominate «problematiche», quali i topi e i ratti, i colombi, gli scara­faggi, anche i cinghiali, in un certo sen­so. Ebbene, queste specie, generalmen­te, occupano gli spazi lasciati liberi dagli specialisti sconfitti banalizzando così i differenti ambienti, un tempo ricchi dei cosiddetti «endemismi». Forme cioè che si trovavano, rendendoli l’uno dall’altro unici, ciascuna in un ambiente particola­re. Adatte ad esso e ad esso soltanto.

C’è, infine, un altro segnale che l’am­biente ci manda: la presenza di tantissi­me specie esotiche, installatesi perché sfuggite alla cattività o, peggio ancora, perché rilasciate per scopi venatori o di pesca. Che ci fanno, per esempio, i va­riopinti pappagalli che volano tra le pal­me di Palermo, di Genova, di Roma e di altre nostre città? E che ci fa nei nostri maggiori corsi d’acqua il siluro del Da­nubio, un gigantesco pesce-gatto? Ecco allora che, in questi casi, peraltro assai frequenti, la banalizzazione addirittura si internazionalizza e noi possiamo par­lare, a pieno titolo, di globalizzazione zoologica.
fonte:corriere.it

ESTATE 2009: al quarto posto per caldo dal 1800

L'estate del 2009 si posiziona al quarto posto tra le piu' calde dal 1800 a conferma dei cambiamenti climatici in atto anche in Italia. E' quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati dell''Istituto di Scienze dell'Atmosfera e del Clima del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Bologna (Isac-Cnr), dai quali emerge anche che le temperature medie dell'estate 2009 sono state superiori di 1,88 gradi rispetto alla media di confronto del periodo 1961-1990. Ad influenzare il risultato stagionale e' stato soprattutto il mese di agosto che - sottolinea la Coldiretti - si classifica al terzo posto per temperatura media e al quarto per scarsa piovosita', sulla base delle rilevazioni effettuate negli ultimi due secoli.

Se le ultime tre estati si sono classificate tutte nella top ten delle estati piu' calde degli ultimi 200 anni, il record assoluto delle alte temperature e' stato fatto segnare dal 2003 a dimostrazione - continua la Coldiretti - dell'intensificarsi della frequenza con cui si verificano eventi estremi.

Il caldo dell'estate 2009 - sostiene la Coldiretti - ha favorito l'evapotraspirazione nelle piante che hanno messo in atto meccanismi di protezione che hanno portato all'ingiallimento precoce delle foglie in ciliegi, peschi e ippocastani ma anche alla loro caduta ben visibile nei salici. Nelle case, nei giardini e nei campi coltivati si sono impennate le richieste di acqua da parte delle piante che hanno bisogno di mantenere un adeguato livello di idratazione per non rischiare di seccare sotto i raggi del sole. In difficolta' - precisa la Coldiretti - ci sono le coltivazioni di mais necessarie per l'alimentazione degli animali che necessitano di una adeguata irrigazione, mentre la vendemmia e' iniziata con un anticipo in media di 10 giorni ed una produzione di qualita' ma contenuta sui 46 - 47 milioni di ettolitri ben al di sotto della media degli ultimi cinque anni.

Nel mondo animale le rondini sono confuse e solo in parte hanno iniziato la partenza e altre si sono fermate per le alte temperature del mese di agosto e l'assenza di pioggia, mentre le api stremate dal caldo volano meno e tendono a rimanere a terra senza riuscire piu' a prendere il polline e le mucche nelle stalle - sostiene la Coldiretti - soffrono l'afa e producono fino al 15 per cento di latte in meno.

L'arrivo del maltempo al nord, con la pioggia caduta a Roma dopo due mesi di assenza, e' destinato dunque a portare benefici alle coltivazioni anche se preoccupa - conclude la Coldiretti - l'andamento climatico tropicale con il grande caldo interrotto da temporali violenti accompagnati da grandine e forte vento particolarmente pericolosi per l'attivita' agricola in questa fase stagionale, che si sono verificati a macchia di leopardo in tutta la penisola provocando danni da milioni di euro.

giovedì 3 settembre 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: IL MONDO E' SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO


'Abbiamo il piede sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l'abisso'', ha ammonito Ban Ki-moon riferendosi ai cambiamenti climatici. In un intervento alla Terza Conferenza mondiale sul clima, in corso a Ginevra, il segretario generale dell'Onu ha esortato la comunita' internazionale ad agire ''adesso''. ''Abbiamo scatenato forze potenti ed imprevedibili, il cui impatto e' gia' visibile. L'ho osservato con i miei occhi'', ha aggiunto Ban ki Moon reduce da una missione all'Artico.

Abbiamo un piede incollato sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso un precipizio''. E' questa l'immagine con cui il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, oggi alla Conferenza mondiale sul Clima di Ginevra, ha voluto lanciare un monito sui rischi imminenti che sta correndeo il pianeta.

Ban Ki Moon, che questa settimana ha visitato l'Artico per vedere in prima persona gli effetti del riscaldamento globale, ha avvertito che ''molti degli scenari piu' a lungo termine'' previsti dagli scienziati si stanno ''verificando ora''. ''Gli scienziati - ha spiegato - sono stati accusati per anni di allarmismo, ma i veri allarmisti sono quelli che dicono che non possiamo permetterci un'azione'' contro il riscaldamento climatico, perche' ''cio' fermerebbe la crescita economica''. Queste persone ''sbagliano, il cambiamento climatico potrebbe essere disastroso'', ha avvertito Ban.

Il numero uno dell'Onu ha poi fissato le speranze di un'inversione di tendenza sul summit sul cambiamento climatico dei leader mondiali a New York, previsto questo mese.

I colloqui su un nuovo Protocollo di Kyoto e sui tagli alle emissioni in vista della Conferenza di Copenaghen di dicembre sono stati troppo lenti e limitati. ''Abbiamo 15 giorni utili per i negoziati da qui a Copenaghen, non possiamo permetterci progressi limitati, abbiamo bisogno di rapidi progressi'', ha aggiunto, criticando ''l'inerzia'' di molti paesi sul tema. ''A New York mi aspetto discussioni chiare e costruttive, mi aspetto la costruzione'' di uno strumenmto che funga da ponte per il futuro e ''risultati forti'', ha detto Ban ai delegati di 150 paesi riuniti al meeting di Ginevra.

Il segretario generale dell'Onu ha poi avvisato che il prezzo di un eventuale fallimento della Conferenza di Copenaghen sarebbe alto ''non solo per le future generazioni, ma anche per questa generazione''. Ban ha poi ribadito che la promessa fatta dal Gruppo del G8 per un taglio a lungo termine, entro il 2050, dell'80% delle emissioni nocive non e' sufficiente: ''Continuo a credere che avrebbero dovuto fissare un obiettivo di medio termine e continuero' a sostenere con il G8 e il G20'' questa posizione.

Nel corso del suo mandato, Ban Ki Moon ha effettuato diversi viaggi allo scopo di verificare l'impatto del cambiamento climatico sull'ambiente e sull'uomo, compreso un viaggio in Antartide. Ban ha visto di persona l'avanzameto dei deserti in Ciad e la diminuzione della foresta amazzonica in Brasile. Visibilmente preoccupato dall'ultima visita nell'Artico, Ban Ki Moon ha avvertito che l'innalzamento del livello del mare, causato in primo luogo dallo scioglimento dei ghiacci della calotta polare, minaccera' grandi citta' in tutto il mondo, cun bacino potenziale di 130 milioni di persone. Il cambiamento climatico, secondo Ban, sta inoltre innescando una corsa alle risorse naturali nell'Artico, dopo l'apertura di un passaggio per le navi nei mari del polo nord, ora liberi dai ghiacci. ''Non stiamo solo sfidando l'ambiente, il cambiamento climatico sta anche alterando il quadro geopolitico'', ha spiegato.

Ban ha poi invocato azioni urgenti sui temi-chiave dei negoziati preparatori della Conferenza di Copenaghen, caratterizzati da divisioni tra paesi ricchi, emergenti e poveri. Secondo Ban queste divisioni si registrano anche sulle misure da adottare per adattarsi al cambiamento climatico e sull'avvio di 'finanziamenti rapidi' per aiutare i paesi piu' vulnerabili e meno sviluppati. Mentre le nazioni piu' industrializzate hanno bisogno di obiettivi sulle emissioni di medio termine, Ban ha rilevato che anche i paesi in via di sviluppo ''hanno bisogno di agire subito per diminuire la crescita delle emissioni''.

L'ex diplomatico sudcoreano ha poi rivelato di star lavorando a un vertice dei leader delle nazioni che hanno le piu' grandi foreste per un meeting, da svolgere entro il mese, sulla deforestazione: ''Chiedero' ai leader delle nazioni con le piu' grandi foreste di incontrarci'' il 22 settembre. Per il segretario generale dell'Onu i paesi a maggior rischio deforstazione sono Brasile, Indonesia, Repubblica democratica del Congo e alcuni paesi europei.

CAMBIAMENTI CLIMATICI: CONDIVISIONE DI INFORMAZIONI METEO PER 150 PAESI

Le 150 nazioni riunite alla Conferenza mondiale sul clima di Ginevra hanno trovato un accordo sull'istituzione di una nuova struttura globale per la condivisione delle informazioni sul clima, in quel che i tecnici definiscono un passaggio chiave per affrontare il problema del riscaldamento globale. In una dichiarazione, i funzionari e i delegati nazionali affermano di aver deciso di istituire ''una struttura globale dei servizi climatici'' che dovrebbe rafforzare lo scambio di informazioni sul clima e renderle piu' facilmente disponibili. L'accordo potrebbe ''allargare la finestra'' delle attuali previsioni meteo per produrre previsioni che riescano a guardare a stagioni, se non addirittura a decenni, avanti, affermano i meteorologi.

Il sistema dovrebbe inoltre compensare la scarsa attendibilita' dei servizi di previsione meteo in alcuni paesi poveri, soprattutto africani.

Questo passo, che non sara' completamente realizzato prima del 2011, e' considerato una mossa fondamentale per potersi adattare ai cambiamenti del clima, un tema chiave per i difficili negoziati preparatori della Conferenza di dicembre a Copenaghen. I servizi pensati potrebbero infatti influenzare le decisioni su acqua, agricoltura, pesca, salute, foreste, trasporti, turismo, energia e il grado di preparazione ai disastri naturali.

La Conferenza mondiale sul clima di Ginevra si concludera' domani.

venerdì 21 agosto 2009

riscaldamento globale: Fra 10 anni sarà peggio

Il caldo torrido di questi giorni "è il segnale del clima che cambia ed è un trend che andrà consolidandosi nei prossimi 10 anni, tanto da farci prevedere siccità nelle regioni del Sud d'Italia, specie in Sicilia e Calabria". Sottolinea di non essere "affatto meravigliato" per il gran caldo di questi giorni il climatologo dell'Enea Vincenzo Artale che, intervistato dall'ADNKRONOS, commenta così il forte rialzo delle temperature registrato in questa estate 2009, un'ondata di calore che si va particolarmente intensificando proprio in queste ore.
Artale, esperto di oceani e responsabile del laboratorio dell'Enea Casaccia che sviluppa modelli per scenari climatici, sottolinea quindi di aver "visto in dettaglio", nelle simulazioni realizzate nel suo centro di ricerca, che "nel nostro Paese si verificherà entro il 2020 una intensificazione del caldo, con punte di siccità nelle aree meridionali".

"Certo è un primo studio che andrà consolidato e che si basa su simulazioni durate circa 2-3 anni" avverte Artale che ha condotto le simulazioni con il suo team nell'ambito del progetto europeo Circe che si protrarrà fino al 2011. Rappresentante per l'Italia nell'Ipcc per il Rapporto-4 sul clima pubblicato nel 2007, il Rapporto che ha portato l'Intergovernmental Panel on Climate Change (foro intergovernativo sul mutamento climatico) al Premio Nobel, Artale anticipa che nel prossimo Rapporto-5 dell'Ipcc, che uscirà nel 2013, saranno "due gli elementi importanti su cui ci si dovrà concentrare: nuove tecnologie e sistemi sociali basati sulla Green Economy per ridurre le emissioni climalteranti".

E se il caldo non coglie di sorpresa gli esperti, il climatologo dell'Enea sottolinea invece l'incognita relativa al livello delle acque del Mediterraneo. "Riguardo il livello del Mediterraneo - dice Vincenzo Artale - rimangono molte incognite. Il livello del mare dipende sia dalle temperature che dalla salinità, quindi se ci sarà innalzamento o meno rimane ancora poco chiaro".

"Su questo punto, infatti, nel Mediterraneo concorrono differenti fattori, alcuni portano all'innalzamento, altri alla contrazione del livello delle acque e per ora non abbiamo risposte definite" afferma ancora lo scienziato dell'Enea. Che aggiunge: "Il vero diktat ora è fermare le emissioni climalteranti e puntare a frenare il cambiamento del clima".

"I governi - commenta il climatologo - stanno finalmente recependo l'esigenza di fermare il cambiamento climatico. Usa, Cina, Europa stanno lavorando per potenziare le politiche di ecosostenibilità e innovazione tecnologica per l'approvvigionamento dell'energia e queste sono le strade da perseguire, strade che la scienza indica da tempo".

E proprio sul fronte dell'approvvigionamento energetico il climatologo Artale guarda alla Grid come una delle risposte più importanti da attuare su scala globale. "La Grid - spiega - è la nuova idea che arriva dall'ingegneria energetica. Grid significa mettere in rete su scala internazionale l'energia prodotta. In altre parole, ogni Paese sviluppa energia con sistemi che gli sono propri. La Danimarca, per esempio, esporta il 20% di energia eolica prodotta sul territorio e questo è un esempio di Grid. La Francia, inoltre, ha un esubero di produzione energetica da nucleare e potrebbe metterla in rete".

"Condividere le proprie risorse energetiche con gli altri Paesi si sta manifestando come la soluzione per risolvere i problemi di approvvigionamento nel futuro più prossimo" assicura Artale. "E' - aggiunge - un concetto molto nuovo che andrebbe sviluppato a livello globale. Nel momento in cui, per esempio, un Paese manifesta criticità di acqua nelle centrali idroelettriche, un altro Paese può intervenire fornendogli il suo surplus energetico. Anche l'Italia potrebbe muoversi in questa direzione".

"Pace, cambiamenti climatici, energia, risorsa acqua sono fattori che si combinano fra loro. Tenerli distanti non sarà possibile a lungo. E la scienza - conclude il climatologo - può far molto. Ormai siamo alle porte di un'altra rivoluzione: la tecnologia farà partire la nuova Green Economy, l'unica via per garantire all'umanità una vita sostenibile sul nostro pianeta".
fonte: adnkronos.com

martedì 18 agosto 2009

mosca TSè TSè: INVADE LE CITTA


La mosca tse'-tse', sta abbandonando il suo habitat naturale della savana a causa dei notevoli cambiamenti climatici, e ha iniziato a invadere le citta' dell'Africa occidentale. L'allarme e' contenuto in uno studio dell'Instituto francese di ricerca per lo sviluppo (Ird) pubblicato dal quotidiano Le Monde. La mosca, trasmette agli uomini il parassita responsabile della tripanosomiasi, meglio conosciuta come 'malattia del sonno'. La malattia - che secondo le stime dell'Organizzazione mondiale della sanita' colpisce annualmente dalle 50 alle 70 mila persone - attacca il sistema nervoso e, se non curata, porta al coma e alla morte. Normalmente i focolai della mosca tse'-tse' erano le savane e le zone rurali piu' remote e scarsamente popolate. Lo studio dell'Ird ha invece scoperto che, a causa dell'aumento del riscaldamento globale, l'habitat dell'insetto e' stato degradato a tal punto da far 'migrare' alcune specie di mosca tse'-tse' in altre tipologie di ambiente. Tra queste la 'palpalis', specie molto pericolosa di tse'-tse' per gli esseri umani, ha saputo ben adattarsi alle condizioni urbane delle citta' dell'Africa occidentale come Abidjan in Costa d'Avorio, Dakar in Senegal e Kinshasa in Congo. Gli studiosi sono preoccupati della diffusione della malattia anche a causa dell'intensa mobilita' della popolazione nell'Africa subsahariana, mobilita' resa piu' intensa da crisi e guerre civili che hanno colpito vari stati della regione. Queste migrazioni - spiegano - portano persone infette in zone dove la mosca tse-tse non veicola abitualmente il parassita e dove la gente, non essendo 'abituata', e' piu' vulnerabile alla malattia. Cio' rende difficile anche la creazione di piani sanitari efficaci e sostenibili. Per questo motivo l'Oms, in collaborazione con l'Ird, ha proposto di potenziare la ricerca sulle ''future proiezioni della distribuzione di tse'-tse'', per meglio individuare le zone a rischio e studiare le campagne d'intervento.

sabato 15 agosto 2009

EFFETTO SERRA: GLI ECOPROFUGHI SONO 6 MLN L'ANNO, un aumento della temperatura di due gradi SAREBBE LA FINE


Sei milioni di persone l'anno costrette a lasciare il proprio territorio a causa dei cambiamenti climatici. Un dato che per il 2050, secondo le stime UNHCR, potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone.
E' questo il profilo dell'emergenza umanitaria degli eco-profughi, i nuovi migranti costretti a fuggire da desertificazione, inondazioni e effetti del riscaldamento globale, lanciata da Festambiente, il festival di Legambiente a Rispescia (Gr) fino al 16 agosto. Anche l'Italia ha gia' iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale in quanto area mondiale ''a piu' alta vulnerabilita' in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiverista' marino-costiera''. Lo studio di Legambiente stima che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al Sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. A maggior rischio secondo il rapporto Enea e' la Sardegna con il 52% del territorio esposto al pericolo della desertificazione.

''Se fino ad ora - ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente - sono state le guerre la principale causa delle emigrazioni di massa, oggi il riscaldamento globale rappresenta un fattore determinante. Sono circa due anni, infatti, che il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, eppure non si riesce a dare loro assistenza in modo adeguato, perche' giuridicamente non esistono, non sono riconosciuti come 'rifugiati' dalla Convenzione di Ginevra del 1951, ne' dal suo Protocollo supplementare del 1967.

Oltre all'immediata necessita' di uno status giuridico per i profughi ambientali, la vera urgenza consiste, quindi, nel capire che molte questioni legate all'ospitalita' e all'accoglienza nei nostri Paesi devono in primo luogo essere affrontate attraverso un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici''.

Misure ancor piu' necessarie se si pensa che al di la' delle prospettive future, gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici sono gia' una drammatica realta' in molti paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati.

In Brasile quest'anno sono state un milione le persone colpite dalle inondazioni con un numero di sfollati tra 400.000 e 600.000, mentre in 350 mila sono stati colpiti in Namibia dalla recente inondazione dovuta alle piogge torrenziali iniziate dal mese di gennaio scorso. Il 50% delle strade e il 63% dei raccolti e' a rischio, con anche gravi danni all'economia e per la sussistenza: secondo l'Onu 544 mila persone potrebbero confrontarsi con un'insufficienza di cibo tra il 2009 e il 2010. Dati poco confortanti anche in Angola dove 160 mila persone hanno subito inondazioni, ma e' un numero destinato a crescere. E ancora, in Myanmar il ciclone Nargis nel maggio 2008 ha fatto 140 mila vittime, colpendo anche altri 2-3 milioni di persone e costringendo 800 mila persone a sfollare.
l ritmo dei negoziati sul clima deve accelerare. E' quanto chiede Yvo de Boer, il piu' alto responsabile dell'Onu per la questione. Per cinque giorni, i delegati di circa 180 Paesi riuniti a Bonn hanno cercato di mettersi d'accordo su una versione alleggerita di una bozza di testo molto lunga (200 pagine) che sara' presentata al vertice di Copenhagen a dicembre nella prospettiva del dopo Kyoto. ''Sono stati fatti alcuni progressi'', ha detto durante una conferenza stampa De Boer, segretario esecutivo della Convenzione dell'Onu sui cambiamenti climatici, ma ''se continuiamo a questo ritmo non avremo successo''. ''Il ritmo dei negoziati deve accelerare fortemente nel corso della prossima sessione a Bangkok'', ha sottolineato de Boer, ricordando che restano solamente 15 giorni di negoziati prima di Copenhagen. ''Sarebbe incomprensibile perdere quest'occasione'', ha osservato. Sono previste altre due riunioni preparatorie del vertice, a Bangkok dal 28 settembre al 9 ottobre e a Barcellona dal 2 al 6 novembre. ''Un cambiamento climatico serio significa 'game over''', ha sottolineato il responsabile dell'Onu, osservando: ''ho sentito dire che potremmo sopravvivere a un aumento della temperatura di due gradi. Questa e' la strada verso il disastro''.

lunedì 27 luglio 2009

PIANETA: USA E CINA COLLABORINO PER UN FUTURO SOSTENIBILE


Il presidente Usa: «Serve una risposta energetica globale. Rapporto con Pechino determinante nel 21/mo secolo»

WASHINGTON - La relazione tra Stati Uniti e Cina darà forma al 21/mo secolo. Barack Obama apre a Washington il vertice sul dialogo strategico ed economico con Pechino ribadendo l'importanza delle relazioni tra i due Paesi. Fra le questioni che necessitano di una forte collaborazione, afferma il presidente degli Stati Uniti, c'è il tema climatico ed energetico: il leader Usa rivolge per questo un appello a cooperare per una risposta globale per un futuro energetico «pulito, sicuro e prospero».

NUCLEARE - Obama sostiene che Washington e Pechino hanno interessi comuni nell'ambito di una ripresa economica sostenibile. «L'attuale crisi - dice Obama - ha chiarito che le scelte che facciamo all'interno dei nostri confini si riflettono per tutta l'economia globale e questo è vero non solo per New York e Seattle, ma anche per Shanghai e Shenzhen». «Per questo - aggiunge - dobbiamo impegnarci in un forte coordinamento bilaterale e multilaterale».

NUCLEARE E DIRITTI UMANI - Il presidente americano chiede inoltre alla Cina unità contro il nucleare in Nord Corea e in Iran. E rivolge alle autorità cinesi anche un invito a trovare un «terreno comune» sul tema del «rispetto della dignità di ogni essere umano». Secondo il leader Usa, «la religione e la cultura di tutti i popoli devono essere rispettate e protette».

mercoledì 22 luglio 2009

CAMBIAMENTI CLIMATICI: nove oasi forestali WWF a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici


Saranno anche gli alberi di nove oasi forestali WWF sparse su tutta la penisola a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici sull'ecosistema forestale italiano ed elaborare una modalita' di gestione adattativa. Il progetto CONECOFOR (CONtrollo ECOsistemi FORestali) del Corpo Forestale dello Stato, avviato nel 2008 anche nelle Oasi WWF, prosegue anche quest'anno con l'attivita' di monitoraggio. All'interno di 9 Oasi sparse in tutta Italia, come parte della rete nazionale verra' monitorato lo stato di salute degli alberi attraverso una valutazione annuale delle chiome. Un progetto che rappresenta una parte del Programma Osservatorio Clima, che il WWF Italia sta realizzando su base nazionale, insieme a altri partner scientifici, quali Universita' della Tuscia, Universita' di Roma 3, Museo Civico di Zoologia di Roma, e, come partner tecnico, Microsoft.

A seguito del primo corso intensivo, svolto presso la scuola del Corpo Forestale dello Stato di Rieti nell'estate 2008, gli operatori delle oasi hanno selezionato gli alberi da monitorare compilando per ogni singolo albero la relativa scheda, controllando lo stato delle chiome, la presenza o meno di patologie, l'entita' delle fioriture insieme ad altri dati.

giovedì 9 luglio 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE : PERù, Dal 1970 a oggi la Cordigliera Bianca si e' ridotta del 27 %


Per il riscaldamento climatico, la Cordigliera Bianca, piu' importante ghiacciaio delle Ande peruviane, dal 1970 a oggi e' arretrato del 27%.Lo afferma uno studio dell'Autorita' nazionale dell'acqua (Ana), che sottolinea la progressiva accelerazione del processo di scioglimento della Cordigliera, che nel 1970 aveva una superficie di ghiaccio pari a 723 chilometri quadrati''. Fino al 1976, i ghiacciai peruviani perdevano circa 8m all'anno, oggi retrocedono invece di 20m ogni 12 mesi.

lunedì 6 luglio 2009

riscaldamento globale: CALDO SOFFOCA MUCCHE E MAIALI. A RISCHIO TIPICITà


I cambiamenti climatici, con il surriscaldamento del pianeta, favoriscono la desertificazione con la sottrazione alla coltivazione dei terreni piu' fertili alla coltivazione, ma provocano anche la modificazione delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l'affinamento dei formaggi o l'invecchiamento dei vini, mettendo a rischio il patrimonio di prodotti tipici nazionali che vale oltre 20 miliardi di euro. E' quanto afferma la Coldiretti nel commentare il progetto di ricerca ''Climanimal'' portato avanti dal ministero delle Politiche agricole per individuare quali sono le condizioni termo-igrometriche (rapporto tra temperatura e umidita') rischiose per gli animali, soprattutto per le vacche, durante la stagione estiva e al rischio a causa dei fattori climatici.

Secondo gli studiosi, il contenuto proteico del latte cambia se la mucca e' stressata per un periodo abbastanza lungo di caldo che riduce fino al 20 per cento la produzione di latte, ma puo' arrivare anche alla meta'. Anche i maiali danno insaccati e prosciutti meno gustosi ed in generale, tutti gli animali da allevamento soffrono le ondate di calore.

Una situazione che di fatto - conclude la Coldiretti - mette a rischio di estinzione il patrimonio di prodotti tipici Made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche ''essenzialmente o esclusivamente all'ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani''.

sabato 4 luglio 2009

PERNICE BIANCA a RISCHIO ESTINZIONE

Chiudere la caccia alla pernice bianca su tutto l'arco alpino per salvarla dall'estinzione e' la formale richiesta fatta in questi giorni dal WWF Italia.

La richiesta e' rivolta alle Regioni e alle Province che proprio in questo periodo stanno formulando i nuovi calendari venatori per la stagione che partira' in settembre.

La pernice, specie simbolo delle Alpi, mostra da molti anni una grave difficolta' con una diminuzione, spesso drastica, con popolazioni quasi completamente costituite da nuclei isolati.

Il principale problema della specie sembra essere legato ai cambiamenti climatici in corso, soprattutto in relazione alla diminuzione della nevosita', ma alcuni altri fattori sono indicati nella bibliografia scientifica come importanti cause di questa situazione: tra questi il prelievo venatorio, il cui significativo impatto va certamente sommato ad altre cause di declino, come ad esempio l'aumentata accessibilita' dei comprensori di alta quota, lo sviluppo di nuovi impianti sciistici e l'escursionismo invernale e primaverile non regolamentato.

Sono le stesse associazioni di cacciatori ad ammettere con preoccupazione la grave rarefazione della specie, cosi' come la confermano tutti i censimenti effettuati. Negli ultimi anni alcune Province, come Como, Lecco e Bergamo, hanno autonomamente chiuso la caccia alla specie a causa della bassissima consistenza numerica.

lunedì 29 giugno 2009

co2: ANCHE CON STOP CO2 LIVELLO MARE SALIRà DI 25 METRI


Le fluttuazioni del livello del mare di oggi assomigliano a quelle di 3,5 milioni di anni fa. E anche se la CO2 si fermasse ai livelli attuali, il mare continuerebbe a salire di circa 25 metri rispetto a oggi. A dirlo, questa volta, e' la 'storia' geologica sulla base delle concentrazioni di CO2 e delle glaciazioni. Questo quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, fatto dal Centro nazionale di oceanografia di Southampton (Nocs), insieme con l'universita' di Tubinga, in Germania, e di Bristol, grazie alla ricostruzione delle fluttuazioni del livello del mare nel corso degli ultimi 520 mila anni. Lo studio rivela un rapporto sistematico tra temperatura globale e concentrazioni di CO2 e modifiche al livello del mare nel corso degli ultimi cinque cicli glaciali. La proiezione di questo rapporto con le concentrazioni di CO2 di oggi danno come risultato un innalzamento di 25 metri del livello del mare rispetto all'attuale. Cosa che e' in accordo con il livello del mare di 3-3,5 milioni di anni fa, quando le concentrazioni di CO2 erano simili a oggi (387 parti per milione). Il confronto dei dati di questa ricerca con i dati sul clima globale suggerisce che anche stabilizzando a oggi i livelli di CO2 l'innalzamento del livello del mare, nei prossimi due millenni, potrebbe essere superiore a quello delle proiezioni a lungo termine dell'Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) che parlano di circa 7 metri. Non e' possibile comunque conoscere l'aumento totale del livello del mare riseptto al riscaldamento globale, perche' lo scioglimento dei ghiacci e' un processo lento, anche quando la temperatura sale rapidamente. Cosi' le attuali previsioni di innalzamento del livello del mare per il prossimo secolo considerano soltanto la quantita' di ghiaccio che e' possibile verificare si sia sciolta fino a quel momento. ''Il rapporto tra emissioni di CO2 e temperatura e il livello del mare - dice Eelco Rohling dell'universita' di Southampton - offre un modello per un futuro sostenibile. Anche se volessimo contenere tutte le emissioni di CO2 di oggi, e stabilizzarle al livello moderno, il livello del mare continuerebbe a salire di circa 25 metri rispetto a quello presente, passando a un livello simile a quello misurato 3,5 milioni di anni''.

RISCALDAMENTO GLOBALE: il Mediterraneo soffoca, La temperatura in superficie e' aumentata di un grado in 30 anni.


Sempre piu' caldo e acido, con una proliferazione di mucillagini dall'Adriatico al Tirreno: a lanciare l'allarme e' Greenpeace. L'associazione ambientalista ha presentato un inedito dossier dal titolo 'Un mare d'inferno'. Dal rapporto emerge che il Mediterraneo soffoca e si presenta ogni estate con un malanno piu' o meno grave. E a rischio oltre all'ambiente sono anche la nostra sicurezza alimentare e il turismo. La temperatura in superficie e' aumentata di un grado in 30 anni.

Greenpeace lancia oggi il rapporto ''Un Mare d'Inferno - il Mediterraneo e il cambiamento climatico'', che conferma quello che anni di ricerche scientifiche ormai dimostrano in modo inequivocabile: anche il Mediterraneo sta cambiando, Alto Adriatico, mari del sud Italia (Sicilia, Puglia e Calabria), e Alto Tirreno (soprattutto Arcipelago Toscano e mar Ligure) registrano gia' gravi danni a causa del cambiamento climatico.

L'alterazione della concentrazione atmosferica della CO2 ha infatti effetti pericolosi anche sulla chimica degli oceani. Le acque del mare assorbono un quarto della CO2 che immettiamo nell'atmosfera - circa 20 milioni di tonnellate al giorno - e cio' provoca un aumento dell'acidita' degli oceani. L'effetto sui numerosi organismi marini dotati di uno scheletro o un guscio calcareo e' lo stesso di una goccia di succo di limone su un guscio d'uovo. La CO2 in acqua diventa acido carbonico e abbassa sia il pH (l'acqua diventa piu' acida) che la concentrazione dello ione carbonato, il ''mattone'' fondamentale per costruire lo scheletro e le conchiglie di numerosi organismi marini come coralli e conchiglie: tutte queste strutture diventano quindi piu' fragili e sensibili ad altri fattori d'impatto come l'innalzamento delle temperature e l'inquinamento.

Dall'inizio della Rivoluzione Industriale, l'acidita' degli oceani, intesa come concentrazione dello ione idrogeno (H+), e' aumentata del 30%, un cambiamento 100 volte piu' rapido di quello riscontrato negli ultimi milioni di anni.
E ancora, avverte il Rapporto: le temperature elevate ''aumentano in modo significativo'' l'infettivita' del batterio Vibrio shiloi, che risiede nel vermocane . Il batterio ''attivato'' causa danni notevoli non al vermocane ma al corallo Oculina patagonica, favorendone lo sbiancamento.

Un altro fenomeno sempre piu' frequente nel Mediterraneo e' quello delle mucillagini, sia nel Tirreno che in Adriatico che provocano un vero e proprio 'effetto soffocamento ' nei fondali.

Mentre in Adriatico si ritiene che la causa di questi aggregati sia la crescita esplosiva di alghe (diatomee e dinoflagellati) causati da improvvise variazioni del flusso del Po e quindi dei nutrienti immessi nel sistema , nel Tirreno si tratta di proliferazione di alghe filamentose.

Mentre si assiste a sempre piu' pesanti ''invasioni biologiche'' di specie che fino a pochi anni fa erano totalmente sconosciute nel Mediterraneo. Si tratta di specie invasive di provenienza subtropicale, penetrate da Gibilterra e soprattutto dal Canale di Suez. Questa ''porta artificiale'' e' stata aperta nel 1869 e (per la prima volta dopo qualche centinaia di migliaia, o forse milioni, di anni) ha messo in collegamento il Mediterraneo con il sistema Indo-Pacifico.
Ovviamente, alcuni invasori si sono subito ''precipitati'' nel Mediterraneo (si parla di ''specie lessepsiane'', dal nome dell'artefice della costruzione del Canale, Ferdinand Marie De Lesseps), ma il processo di colonizzazione del Mediterraneo da parte di queste specie aliene e' considerevolmente aumentato negli ultimi 15 anni per effetto di vari fattori, compreso il riscaldamento delle acque.

mercoledì 17 giugno 2009

DESERTIFICAZIONE: MINACCIA REALE anche in Italia specialmente nelle NOSTRE REGIONI SUD e nelle isole


Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia sono fortemente a rischio. La situazione e' particolarmente grave in Sardegna, dove il pericolo desertificazione riguarda ben il 52% del territorio regionale, di cui l'11% gia' colpito. A forte rischio anche la Sicilia, le piccole isole e la Puglia.

Questi i dati allarmanti sulla desertificazione presentati da Legambiente in un recente dossier sugli ecoprofughi. ''La desertificazione non riguarda solo le aree torride dell'Africa - ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente -. Il problema e' reale e ci tocca anche molto da vicino. Senza reali cambi di marcia nelle politiche energetiche e ambientali il rischio diverra' concreto e irreversibile''.

La desertificazione infatti, si puo' considerare come la fase finale del degrado chimico, fisico e biologico in quanto la terra perde irreversibilmente la capacita' di sostenere la produzione agricola e forestale, e anche se le piogge tornano a bagnare i suoli, il degrado, che ormai e' in atto, non regredisce anzi molto spesso peggiora.

Le regioni aride e semi-aride del pianeta - si legge nel dossier - rappresentano quasi il 40% della superficie emersa della Terra (5,2 miliardi di ettari) e ospitano circa due miliardi di persone. 135 milioni di persone rischiano di essere spostate a causa della desertificazione, e di queste circa 60 milioni tra il 1997 e 2020, abbandonera' (nel primo periodo preso in considerazione cio' e' gia' avvenuto) le zone desertificate dell'Africa subsahariana verso l'Africa settentrionale e l'Europa.

Di fatto poi il Sahara ha oramai ''attraversato'' il Mediterraneo, uno dei 25 hotspots mondiali per la biodiversita'. 30 milioni di ettari di terra lungo le rive del Mediterraneo sono gia' colpiti da desertificazione, fenomeno che mette a rischio la sopravvivenza di 6,5 milioni di persone.

clima: osservatorio strategico dei cambiamenti climatici in atto ad alta quota sulle Alpi,


Con esperti di sette tra universita' e istituzioni, la Ripartizione provinciale Protezione civile e l'Ufficio Geologia di Bolzano partecipano a un programma scientifico internazionale incentrato sullo studio preliminare della calotta di ghiaccio dell'Ortles quale sensibile indicatore dei cambiamenti climatici e ambientali in alta quota sulle Alpi. Uno studio condotto non al computer ma direttamente sull'Ortles, la vetta piu' alta dell'Alto Adige.

Lo studio del clima in cima all'Ortles e' di un progetto internazionale, coordinato da esperti del Byrd Polar Research Center dell'Universita' dell'Ohio (USA) e dell'Ufficio idrografico della Provincia. Per la realizzazione dello studio, i due enti si avvalgono della collaborazione scientifica delle Universita' di Innsbruck, Padova (dipartimento territorio e sistemi agroforestali, brevemente TeSAF), Pavia, Venezia e dell'Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche-CNR, del gruppo di telerilevamento Remote Sensing dell'EURAC di Bolzano e dell'Ufficio Geologia e prove materiali della Provincia. ''La calotta e' un ottimo indicatore dei cambiamenti climatici e ambientali nelle Alpi ad elevate altitudini'', spiega il vicedirettore dell'Ufficio idrografico provinciale Roberto Dinale.

Pochi giorni fa un team di ricercatori e tecnici, coadiuvati dalle guide alpine di Solda, si e' recato sulla Vedretta Alta dell'Ortles per lo studio preliminare delle caratteristiche chimico-fisiche della calotta. In particolare sono stati eseguiti campionamenti e osservazioni degli strati superficiali di neve nonche' misurato lo spessore del ghiacciaio. ''Dopo una attenta analisi delle informazioni raccolte quest'anno, in collaborazione con i consulenti scientifici verranno delineati i prossimi passi'', spiega il direttore della Ripartizione protezione civile, Hanspeter Staffler.

E' in programma inoltre un secondo studio a lungo termine della calotta dell'Ortles intesa come osservatorio strategico dei cambiamenti climatici in atto ad alta quota sulle Alpi, monitorando in particolar modo le variazioni di massa del ghiacciaio sommitale e le condizioni del permafrost, il congelamento perenne del terreno tipico delle alte quote. Il progetto, con l'ausilio di rappresentanti dell'istituto Marcelline di Bolzano e del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, intende sviluppare anche la divulgazione a studenti, insegnanti e popolazione regionale delle attivita' di ricerca e dei risultati conseguiti dagli studi ambientali e climatici sull'Ortles.

martedì 16 giugno 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: entro la fine del secolo saremo a rischio estinzione e sarà la fine della civiltà umana


Ciclone nel Myanmar, terremoto in Cina e inondazioni in India: tre catastrofi naturali che, nel 2008,hanno ucciso oltre 220.000 persone. Ridurre la vulnerabilita' ai disastri per le comunita' povere colpite dal cambiamento climatico, sara' l'argomento della ''piattaforma globale per la riduzione del rischio di catastrofi'', in programma a Ginevra, dal 16/6.L'Unione internazionale per la conservazione della natura afferma che la gestione sostenibile delle risorse riduce il rischio.

"Se la temperatura dell'acqua aumentera' di 3 gradi Celsius, si arrivera' a una situazione di 3 milioni di anni fa, al Pleocene e saremo a rischio estinzione e sara' la fine della civilta' umana", ha spiegato il guru dell'economia e profondo conoscitore delle tematiche ambientali americano. Rifkin ha parlato di sottostima del fenomeno da parte di tutti, di previsioni sbagliate da parte degli esperti, a cominciare da lui stesso. La situazione "non ha precedenti, dobbiamo riaprire le dighe 100 anni prima rispetto a quanto avevamo previsto pochi anni fa, quando stilammo il 3° Rapporto sui cambiamenti climatici (ora siamo al 4°)". Alla luce di questo ha detto: "Serve un piano e una strategia mondiale che ci possa portare in modo molto veloce all'era del Post Co2. C'e' bisogno di una road map non possiamo sbagliare" perche' "non c'e' piano economico senza business plan", aggiunge Rifkin

Il Pianeta sta male e il riscaldamento climatico sta peggiorando a ritmi che sono stati sottostimati e che si stanno manifestando in tutta la loro ineluttabilità. Bisogna agire e creare una roadmap economica e politica per evitare che la popolazione mondiale vada verso l’estinzione.
A lanciare l’allarme è Jeremy Rifkin, che proponendo il concetto a lui caro di Terza rivoluzione industriale, ha ricordato quanto i cambiamenti del clima siano materia di oggi e non del futuro. Nella lectio magistralis tenuta al Sustainability International Forum (Sif) organizzato da Minerva e P&G Alumni, il professor Rifkin ha detto di essere preoccupato perché la situazione dei cambiamenti climatici «è peggiore di quello che crediamo. Tutti noi ci siamo sbagliati nelle previsioni, perché l’accelerazione di questi fenomeni è stata sottostimata». Un’accelerazione che rischia di far «scomparire la vita dalla Terra entro la fine del secolo», ha aggiunto Rifkin in una delle sue affermazioni più catastrofiste. I dati sono di fronte a noi, ha spiegato il presidente della Fondazione Economic Trends, «le stagioni degli uragani nel golfo del Messico e fino alla Florida sono dimostrazioni in tempo reale dei cambiamenti climatici». «Spero di essermi sbagliato e di svegliarmi da questo brutto sogno, ma adesso non possiamo sbagliare nella definizione delle prossime mosse, altrimenti troveremo la porta chiusa».
E il prossimo appuntamento è quello del G8 su cui Rifkin non ha dubbi: il summit deve essere il luogo per «focalizzare la discussione sulla terza rivoluzione industriale e su un piano economico per la lotta ai cambiamenti climatici. Adesso quello che serve è mettere in campo un’agenda economica e un piano di finanziamenti». Senza queste prospettive, senza una roadmap economica da parte dei Paesi industrializzati anche Copenhagen sarà un fallimento, ha aggiunto. «Si parla di livelli di emissioni, di cap and trade, di trasferimento tecnologico, ma non si parla della Terza rivoluzione industriale, quella che permetterà ai nostri edifici, alle nostre abitazioni di diventare produttori di energia, creando un capitalismo distribuito». Se nel corso del vertice di Copenhagen a dicembre non si rifletterà su tutto questo il rischio è alto, avverte Rifkin. «Se l’accordo di riduzione delle emissioni si attesterà sull’aumento di 2-3 gradi della temperatura esiste il rischio potenziale che l’intera popolazione della Terra si estingua entro la fine del secolo. I ghiacci che tengono intrappolato il gas naturale in Siberia, hanno subito un cambiamento di temperatura troppo veloce e se si dovessero sciogliere ci sarebbe un’emissione massiccia di CO2».

Il sole splende tutto il giorno, il vento soffia, la terra sprigiona caldo, anche il pattume e i residui agricoli producono energia e infine l'idroelettrica". E alla platea di imprenditori, rappresentanti delle istituzioni e dell'economia Rifkin, con il suo fare diretto e appassionato, ha detto che bisogna arrivare a un "capitalismo distribuito e condiviso". Ma il guru americano ha avvertito: "Il cambiamento economico non e' un'utopia ma non ne ho sentito parlare. Neppure Obama ha parlato ad esempio del consumo di carne che e' la terza causa di surriscaldamento del pianeta". Insomma per Rifkin occorre passare "dalla geopolitica alla biopolitica e fare in modo che ogni creatura abbia il diritto assoluto di accesso all'energia, un diritto indiscutibile . Tutti gli esseri umani - ha concluso - hanno diritto a partecipare a questa risorsa".

giovedì 11 giugno 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: 'Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili


Ieri mattina Greenpeace ha fatto suonare un allarme sonoro fuori all'edificio dove sono in corso le trattative sul clima dell'ONU a Bonn. Incatenati alla parte posteriore di un camion, gli attivisti hanno azionato la sirena per cercare di svegliare i Governi che continuano a perdere tempo invece di far progressi verso un serio accordo sul clima.

''Ci sono Paesi che non hanno nessuna intenzione di salvare il Pianeta dal collasso climatico'' afferma Martin Kaiser di Greenpeace International. ''Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Canada stanno agendo come se la crisi non esistesse, mettendo i loro interessi individuali di breve termine prima dell'emergenza globale''.

Allo stato attuale, gli impegni in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che sono stati messi sul tavolo dai paesi industrializzati, portano a una diminuzione minima, 8-15%, rispetto ai livelli di emissione di CO2 del 1990, entro il 2020. Il Giappone ha confermato un taglio dell'8%.

La Nuova Zelanda non ha preso nessun impegno, mentre il Canada gia' prevede un aumento delle emissioni. Gli Stati Uniti di Obama hanno fatto solo un piccolo passo, proponendo un taglio del 4% al 2020.
Per avere una chance di evitare un disastro climatico, avverte Greenpeace, occorre che la temperatura media globale non aumenti di piu' di 2*C: le emissioni devono essere ridotte almeno del 40% al 2020. I target annunciati dagli Stati apriranno la strada a un aumento della temperatura media pari a +3*C, ben oltre la soglia di irreversibilita' dei peggiori impatti climatici.

Anche l'Europa - prosegue l'associazione - ha smesso di essere leader all'interno dei negoziati e questa settimana i ministri europei delle Finanze non hanno voluto o saputo mettere sul tavolo le risorse economiche per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici.
''Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili. Potremmo perdere un terzo delle specie viventi,,gran parte dell'Amazzonia e causare la scomparsa dell'Artico e di parte dell'Antartide. I Paesi stanno scommettendo su effetti di portata gigantesca che, se si avverassero, non potrebbero essere riparati con tutti i soldi del mondo'', avverte Kaiser. ''Ancora non vediamo la stessa urgenza e la stessa serieta' con cui e' stata affrontata la crisi economico-finanziaria''.

I Capi di Stato che stanno per andare al summit del G8 devono assumersi la responsabilita' personale per una svolta del negoziato sul clima. Alla Conferenza sul clima globale di Copenhagen il prossimo dicembre i leader del Pianeta devono evitare il rischio di una catastrofe climatica e negoziare il forte accordo di cui il pianeta ha bisogno.

venerdì 5 giugno 2009

CO2 : UN ettaro di bosco è capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2


Per conoscere la capacita' di assorbimento di Co2 delle nostre aree naturali, e renderle sempre piu' capaci di adattarsi ad un clima destinato a modificare profondamente l'ambiente, il WWF ha inaugurato oggi la prima stazione di misurazione dei gas serra (una torre alta 13 metri) in un bosco di pianura in area protetta, nell'Oasi umida del WWF di Alviano, in Umbria, che contribuira' ad una serie di rilevamenti utili alla misurazione dei gas serra negli ecosistemi delle oasi.
L'iniziativa si e' svolta per celebrare la Giornata mondiale dell'ambiente che quest'anno l'ONU ha voluto dedicare al tema del clima. La torre, oltre agli aspetti prettamente scientifici, avra' anche un alto valore didattico per il fatto che i visitatori potranno osservare in diretta l'andamento del respiro del bosco e quindi scoprirne concretamente il valore. La torre, insieme a supporti informativi e didattici, costituira' un importante Centro dimostrativo sul monitoraggio dei gas serra.

Un progetto promosso dalla Facolta' di Agraria dell'Universita' della Tuscia di Viterbo, Dipartimento di Scienze dell'Ambiente forestale e delle sue Risorse, con la collaborazione di Microsoft Italia, l'Universita' di Roma Tre, il Museo di Zoologia di Roma e il Corpo Forestale dello Stato, perche' ''boschi e aree naturali sono tra gli ambienti fondamentali per combattere l'innalzamento della temperatura globale, soprattutto se riusciamo a mantenerli in buono stato di salute.

Basti pensare che 1 ettaro di bosco e' capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2 (gas serra, primo responsabile del riscaldamento globale) in un anno, ovvero, le emissioni di un'automobile di piccola cilindrata che percorre circa 43.000 km, oppure quelle determinate dai consumi elettrici medi di 4 famiglie italiane''.

Le Oasi WWF, con un programma avviato da un anno, denominato Osservatorio Clima, sono diventate ormai vere e proprie stazioni di monitoraggio sui cambiamenti del clima e di sperimentazione di progetti di gestione adattativa, in un progetto che vede uniti WWF e Universita' della Tuscia, con la collaborazione di Microsoft Italia e la partecipazione, tra gli altri, del Corpo Forestale dello Stato e del Museo di Zoologia di Roma.

giovedì 4 giugno 2009

Maggio 2009, il più secco da negli ultimi duecento anni e il terzo per temperature elevate


Maggio 2009 e' stato il piu' secco degli ultimi due secoli in Italia, e il terzo per temperature elevate. E' il primato registrato dalla banca dati del gruppo di Climatologia storica dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Isac-Cnr). Record anche per le temperature. Maggio 2009 si posiziona sul terzo gradino del podio. Al primo e secondo posto restano, a pari merito, il maggio del 1828 e del 2003.

Maggio, un clima da podio negli ultimi duecento anni, il mese scorso è stato il più secco e il terzo più caldo. A dirlo è il gruppo di Climatologia storica dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Consiglio Nazionale delle ricerche di Bologna (Isac-Cnr), lo stesso che aveva ufficializzato l'eccezionalità delle precipitazioni atmosferiche nel periodo compreso tra novembre 2008 e aprile 2009.

Le dichiarazioni di Teresa Nanni dell'Isac-Cnr, spiegano, numeri alla mano, l'eccezionalità degli eventi: " la piovosità è stata del 69% inferiore alla media dei mesi di maggio compresi tra il 1961 e il 1990, il periodo che in climatologia viene convenzionalmente assunto come riferimento" e le temperature - prosegue la responsabile del gruppo di Climatologia storica dell'istituto bolognese - hanno riportato un'anomalia di 2,9 ۫ºC rispetto alla media 1961-90. Il primo e il secondo posto sono rispettivamente del maggio 1828 e 2003