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martedì 18 agosto 2009

Grotta azzurra ( Anacapri): USATA COME UNA FOGNA!!


NAPOLI - Gli inquinatori, e quelli campani ormai non si contano più, non lasciano intatta neanche la straordinaria Grotta azzurra. Due individui, entrambi di Castellammare di Stabia, sono stati sorpresi la scorsa notte a sversare in mare in prossimità dell’ingresso del celebre anfratto roccioso, ad Anacapri, i liquami provenienti da alcuni pozzi neri di strutture ricettive e abitazioni non collegate alla rete fognaria. I due - Salvatore Guerriero, 28 anni, e Salvatore Criscuolo, 52enne - sono stati arrestati in flagranza di reato dai carabinieri della locale stazione. L’accusa è di deturpamento di bellezze naturali ed illecito smaltimento di rifiuti fognari in zona sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico. Ora da più parti si chiede che vengano effettuate analisi nello specchio d’acqua interessato.

DITTA DI ESPURGO - I due uomini arrestati sono dipendenti di una ditta di espurgo pozzi neri di Castellammare, e stavano sversando direttamente a mare attraverso un tubo di gomma posto sulla scogliera i liquami contenuti in una autobotte prelevati dai pozzi neri. L’autobotte (della capacità di 5000 litri) è stata sottoposta a sequestro preventivo. L’arresto dei due responsabili è stato convalidato: per loro sono scattati gli arresti domiciliari in attesa del processo rinviato al 25 agosto.

INDAGINI - Adesso i carabinieri di Anacapri guidati dal comandante di stazione Cristoforo Perilli hanno avviato una indagine sul territorio per stabilire se esistono responsabilità da parte dell’impresa di Castellammare, in provincia di Napoli. Intanto resta sotto sequestro l’autobotte adibita al servizio trasporto liquami.

IL SINDACO: CI COSTITUIREMO PARTE CIVILE - Sull'increscioso episodio il Comune di Anacapri assicura «fin d’ora, il proprio impegno nella vigilanza diurna e notturna affinché tali incresciosi episodi non abbiano a verificarsi». L’amministrazione comunale intende, inoltre, costituirsi parte civile nel giudizio che eventualmente andrà ad instaurarsi «a difesa del buon nome della località turistica, nonché sotto il profilo della tutela igienico-sanitaria dei bagnanti».

LEGAMBIENTE: ATTO DI GRAVITA' INAUDITA - Il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, definisce l’episodio di «gravità inaudita». «Abbiamo proprio toccato il fondo - dice in una nota - Questo è un atto criminale, preoccupante. In Campania ormai l’illegalità ambientale ed il rispetto del territorio è all’anno zero. Non si fermano davanti neanche ad una bellezza come la Grotta Azzurra invidiataci in tutto il mondo». «Pensare di ridurre ad un fogna la Grotta Azzurra - conclude Buonomo - è opera solo di ignoranza, inciviltà e barbarie. Ormai la lista degli episodi di inquinamento sta diventando sempre più lunga e non risparmia nulla, mettendo sempre più a rischio il territorio, l’ambiente e la salute dei cittadini e turisti. Ora è necessario intervenire immediatamente per tutelare e preservare la Grotta simbolo del nostro Belpaese in tutto il mondo».

giovedì 16 luglio 2009

centrali nucleari in Italia: Centrale "Alessandro Volta", uno scempio e una presa in giro per il popolo Italiano


Sprezzanti del ridicolo l'hanno pomposamente battezzata: «Centrale Alessandro Volta». Pensate! Dare il nome dell'inventore della pila, praticamente il padre dell'elettricità, a una centrale che sta quasi sempre spenta. Insomma, una specie di pila esausta. Benvenuti a Montalto di Castro: monumento gigantesco al fallimento della politica energetica italiana costruita sulle ceneri del nucleare, inutilmente costato almeno 250 euro a ogni italiano, lattanti e vegliardi compresi. E come sempre accade in Italia le responsabilità di un simile disastro si dissolvono in una nebbia impalpabile, dove tutti sono un po' colpevoli, quindi nessuno lo è. I politici della prima Repubblica, quelli della seconda, l'Enel, i petrolieri. Perfino gli ambientalisti che si battevano contro l'energia atomica. La centrale di Montalto di Castro è stata anzi la loro più grande sconfitta.

A metà degli anni 80 erano agguerritissimi. Qualche anno prima c'era stato l'incidente di Three Mile Island che aveva dato spunto al famoso film Sindrome cinese e il movimento antinucleare si era diffuso in tutta Europa. Anche se non aveva molta udienza presso i governi. Per gli oppositori dell'atomo, in Italia, non andava molto meglio. Finché, nella primavera del 1986 a Chernobyl, in Ucraina, si verificò la catastrofe nucleare più grave della storia. E gli eventi precipitarono. Il governo del segretario socialista Bettino Craxi cavalcò immediatamente l'onda antinucleare. Ben presto furono superate anche le resistenze all'interno della Democrazia cristiana e dello stesso Partito comunista. E il referendum del 1987 passò con un consenso mai registrato prima. Di colpo, in Italia, i nuclearisti erano scomparsi. Era novembre, al governo Craxi era subentrato quello di Giovanni Goria: tutto avvenne con una rapidità impressionante, considerando i tempi geologici delle decisioni italiane. Con un paradosso, che gestire la frase di transizione toccò a un ministro, tra gli altri, Adolfo Battaglia, esponente dell'unico partito, quello repubblicano, che aveva sostenuto fino all'ultimo, contro tutto e tutti, la scelta nucleare. Per prima cosa la chiusura delle centrali in attività. I quesiti referendari non avrebbero in teoria obbligato l'Enel a fermare i reattori. Ma il Psi e la Dc, con l'appoggio del Pci, interpretarono così la volontà politica degli elettori. E fecero spegnere gli interruttori. E i lavori alla centrale di Montalto di Castro, quasi completata, vennero interrotti. A quel punto cominciò una danza a suon di quattrini. L'Enel e le imprese fornitrici rivendicarono innanzitutto i danni. E pure il pagamento dei pezzi ordinati e non consegnati, come appunto il reattore di Montalto di Castro. Poi la società elettrica, allora guidata da Franco Viezzoli, fece presente che si rischiava il blackout. Bisognava provvedere e il Parlamento, nel quale erano entrati anche gli alfieri del movimento antinucleare, come Gianni Mattioli, non alzò un dito. Non lo alzò quando le importazioni di elettricità prodotta con il nucleare in Francia esplosero. Ma non le alzò neppure quando si decise di costruire, accanto alla centrale nucleare di Montalto di Castro, già costata 7 mila miliardi di lire e che non fu smantellata perché si sarebbe speso troppo (sic!), un secondo impianto da ben 3.200 Megawatt, a policombustibile. Grande quattro volte di più e con una specie di sberleffo agli ambientalisti costituito da una orrenda ciminiera alta 150 metri che si può ammirare da decine di chilometri. Altri 7 mila miliardi di lire, per una centrale nata già vecchia (non era a ciclo combinato, come quelle che venivano costruite allora in tutto il mondo) e con costi di esercizio insostenibili. Tanto insostenibili che oggi una delle centrali più grandi d'Europa resta accesa soltanto 2 o 3.000 ore l'anno, sulle teoriche 8.600 ore, perché l'energia prodotta lì è troppo cara. Intanto i privati non se ne stavano con le mani in mano.

Molti italiani che avevano votato sì al referendum antinucleare erano stati convinti dalla promessa che si sarebbe abbandonata la strada dell'atomo per quella delle energie rinnovabili. Il governo approvò una delibera, la famosa delibera del Cip 6 che concedeva incentivi profumati ai produttori di elettricità pulita. Soltanto che ci infilarono all'ultimo momento, dopo «energie rinnovabili», le paroline «e assimilate». Spalancando un'autostrada agli industriali siderurgici ma anche ai petrolieri che intascarono migliaia di miliardi di contributi pubblici, bruciando i «Tar»: così si chiamano gli scarti della lavorazione del petrolio. Montedison, Falck, Riva, Moratti, fecero soldi a palate.

E le famose energie rinnovabili? Di quelle per vent'anni neanche l'ombra. Nel 2007 l'Italia produceva con il solare un cinquantesimo dell'elettricità prodotta in Germania attraverso il fotovoltaico. In compenso siamo diventati il Paese con il record mondiale del consumo degli inquinanti idrocarburi per la produzione di energia elettrica. Per non parlare dei costi. Quanti italiani dopo aver già sborsato 8 miliardi di euro per pagare all'Enel e ai suoi fornitori i danni dell'uscita dal nucleare, sanno che ancora pagano sulla bolletta elettrica un sovraprezzo destinato a una società pubblica, la Sogin, per lo smaltimento delle vecchie scorie? E che lo pagheranno ancora per una quindicina d'anni nella migliore delle ipotesi? Se la fallimentare operazione di Montalto di Castro è costata 250 euro a ogni cittadino italiano, 15 miliardi e mezzo di euro in tutto compresi i maggiori costi del petrolio rispetto a quelli dell'uranio, l'uscita dal nucleare è stata ancora più cara: 424 euro pro capite, cioè 25,5 miliardi di euro. E con quale risultato? Che siamo il Paese europeo più dipendente dal petrolio e dove l'energia costa più cara, che siamo il fanalino di coda delle energie rinnovabili, che abbiamo il primato delle importazioni e che ora abbiamo deciso di tornare al nucleare, per volontà di alcuni di quei politici che venti anni fa avevano persuaso gli italiani a uscirne. E Montalto? Tranquilli, ci sono buone probabilità che l'atomo torni anche lì. Secondo il presidente di Edf, il partner nucleare dell'Enel, Pierre Gaddonneix, quello è un posto ideale per una centrale nucleare. Come la chiameranno stavolta?
fonte:corriere.it

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martedì 14 luglio 2009

CENTRALI NUCLEARI IN iTALIA : avviare mobilitazione di massa fino al referendum


Il Comitato SI alle energie rinnovabili NO al nucleare riunito a Roma il 10 luglio ha giudicato una scelta scellerata e inaccettabile la decisione del Governo di fare approvare al parlamento una legge che punta a reintrodurre le centrali nucleari in Italia malgrado il referendum del 1987 abbia deciso per il NO al nucleare con il voto della grande maggioranza delle italiane e degli italiani. E’ un chiaro tentativo di sovvertire una decisione democratica e popolare. Questa forzatura contro la volontà della maggioranza delle italiane e degli italiani non deve passare.

Non è vero che il nucleare sia più conveniente perché i costi di costruzione sono enormi e l’investimento prevedibile solo per le centrali di cui si parla è almeno di 30 miliardi di euro e per di più il combustibile nucleare è disponibile in quantità e per un periodo limitati, esattamente come il petrolio. Il paragone tra i costi dell’energia da nucleare e quella da altre fonti non è favorevole al nucleare come dimostrano autorevoli studi internazionali. Non a caso il Canada, dopo analoghe decisioni di Spagna e Germania, ha deciso di rinunciare al suo programma nucleare malgrado l’orientamento favorevole di quel Governo perché il nucleare costa troppo e non conviene.

Puntare sul nucleare vuol dire per l’Italia non solo non rispettare gli obiettivi europei del 20/20/20 entro il 2020 (risparmio e rinnovabili) su tutto il consumo energetico e non solo sull’elettricità, ma esporsi a ulteriori costi per le relative sanzioni. Inoltre le enormi risorse impiegate nel nucleare verranno sottratte alla diffusione delle energie pulite e da fonti rinnovabili rinunciando a innovazione, investimenti, occupazione qualificata che sarebbero le conseguenze di una diversa politica energetica decentrata e socialmente orientata come ad esempio indicato dal progetto CGIL-Lega anbiente.

Il Comitato Si alle energie rinnovabili NO al nucleare ha deciso di presentare ai primi di ottobre una proposta di politica energetica che è già in corso di elaborazione con il contributo del Comitato Scientifico presieduto dal prof. Scalia per dimostrare che il nucleare oltre che pericoloso per la salute e per l’ambiente è costoso, inutile e sostituibile con altre fonti rinnovabili.

Il Governo tenta do forzare la mano non solo contraddicendo la volontà popolare dimostrata con il referendum ma espropriando le comunità locali del loro potere di decisione, militarizzando l’attuazione delle decisioni sulle centrali, contraddicendo l’articolo 117 della Costituzione che assegna alle Regioni poteri di decisione in materia di centrali energetiche.

Inoltre con questa legge non vengono date alle popolazioni le garanzie necessarie per la tutela della salute e dell’ambiente perché l’Agenzia per la sicurezza prevista dalla legge è assolutamente al di sotto di un minimo livello di necessità per risorse e personale attribuito e questo è tanto più negativo in quanto la tecnologia attualmente disponibile nel nucleare non è sicura come dimostrano la serie infinita di incidenti.

Il Comitato denuncia con allarme che è tuttora irrisolto lo smaltimento delle scorie radioattive, in particolare di quelle più pericolose, la cui durata si misura in decine di migliaia di anni.
Il Comitato appoggerà tutte le iniziative delle Regioni per tutelare il loro potere decisionale e fa appello a tutti i comitati sorti e che sorgeranno nel territorio, a tutte le associazioni ambientaliste, per unire le forze e dare vita ad un’iniziativa comune, senza gerarchie e nel reciproco rispetto.

Il Comitato promuove per la fine di settembre un’iniziativa pubblica nazionale di presentazione della proposta di politica energetica elaborata dal Comitato scientifico e ha deciso di dare vita a iniziative nel territorio tese ad estendere e rafforzare il movimento contro il nucleare e per una politica energetica alternativa fondata sulle energie rinnovabili.

Il Comitato auspica che si sviluppi una forte mobilitazione dell’opinione pubblica contro il nucleare e a sostegno di una politica energetica alternativa, tale da indurre il Governo a rivedere questa scelta sciagurata e a scegliere in alternativa di investire sulle energie rinnovabili.

Il Comitato è determinato in ogni caso a impedire che i cittadini italiani vengano espropriati del loro potere decisionale dal Governo anche partecipando, se necessario, alla promozione del referendum abrogativo di questa legge.
FONTE:.articolo21

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scorie radioattive: COME SI CONSERVANO LE SCORIE RADIATTIVE


La soluzione più frequente è quella dei bidoni antiradiazioni (garantiti per durare almeno trent’anni), riempiti di scorie e immagazzinati in luoghi appositi o in centrali inattive. In Italia, il deposito principale si trova a Casaccia (Roma), gestito dalla società Nucleco: vi sono immagazzinati 6.000 metri cubi di bidoni. In tutto, in varie aree d’Italia, si trovano circa 23 mila metri cubi di scorie. È però una sistemazione provvisoria. In altri Paesi, per esempio in Francia, Germania, Usa, i bidoni vengono sigillati in un bozzolo di vetro, bitume e cemento e poi chiusi nei depositi di lungo periodo: in genere miniere abbandonate, caverne, cavità naturali o create apposta lontano dalle zone sismiche. Nulla del genere è ancora stato fatto per le scorie nucleari italiane.

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giovedì 9 luglio 2009

nucleare in Italia: I CRIMINALI COLPISCONO ANCORA!!!!! GIOCANO CON LA SALUTE DEL POPOLO PER RIEMPIRSI LE TASCHE


Via libera dell’Aula del Senato al ddl sviluppo che segna il ritorno dell’Italia al nucleare. Il provvedimento, in quarta lettura, è stato approvato in via definitiva e quindi diventa legge. I voti a favore sono stati 154, i contrari 1, e gli astenuti 1. L’opposizione non ha partecipato al voto. Il ddl sviluppo, rispetto al testo approvato dall’esecutivo, durante i diversi passaggi parlamentari è quasi raddoppiato, passando da 33 a 64 articoli, e giunge in dirittura d’arrivo a oltre dieci mesi dallo stralcio dalla manovra estiva del 2008 varata dal governo Berlusconi.


Queste le misure contenute nel provvedimento:

Nucleare
Il governo avrà la delega per decidere quali tecnologie scegliere, i criteri per l’individuazione dei siti delle future centrali e le compensazioni alle popolazioni che ospiteranno sul loro territorio gli impianti.

Agenzia per la sicurezza nucleare
Sarà costituita l’Agenzia per la sicurezza nucleare. Dovrà dettare le regole tecniche, controllare e autorizzare tutto il ciclo, compreso lo smaltimento delle scorie.

Gas
Eliminata la proroga dei tetti antitrust alla vendita di gas dal 2010 al 2015. Resta il tetto del 61 0.000000ino a tutto il prossimo anno.
Petrolio
Aumentate le royalties dal 7al 10, a partire dal primo gennaio 2009, sull’estrazione di idrocarburi in Italia. I maggiori introiti saranno finalizzati alla riduzione del prezzo dei carburanti nelle regioni interessate. Previste anche norme autorizzative più snelle per i giacimenti italiani, compresa l’area dell’Alto Adriatico. Confermato l’obbligo per i gestori delle stazioni di servizio che riforniscono gli autotrasportatori di comunicare i prezzi dei carburanti al Mse.
Editoria e Robin tax
L’addizionale Ires sulle compagnie petrolifere aumenta dal 5,5al 6,5 1e-4934 risorse saranno destinate per coprire il ripristino del fondo per l’editoria con 140 milioni divisi nel biennio 2009-2010.
Class action
Introdotta una nuova disciplina che varrà solo dal momento dell’entrata in vigore della legge. Nessuna possibilità dunque per i risparmiatori coinvolti nei crac finanziari degli ultimi anni di ricorrere all’azione risarcitoria collettiva, poichè è stata esclusa la retroattività. L’entrata in vigore della prima normativa in materia, targata governo Prodi, è stata fatta slittare continuamente in attesa del via libera definitivo del ddl sviluppo. Il decreto legge varato dall’esecutivo la settimana scorsa ne sposta ulteriormente l’applicazione al primo gennaio 2010.
Contraffazione
Sarà sanzionato (sia pecuniariamente con una multa massima di 50mila euro e una pena fino a 6 mesi di carcere)chi trae profitto dalla violazione delle norme sul diritto d’autore.
Assicurazioni poliennali
Sono in arrivo polizze poliennali per l’Rca auto. In cambio di uno sconto, l’assicurato dovrà restare fedele alla compagnia per 5 anni o pagherà una penalità.
Ferrovie private
Le licenze per il servizio ferroviario passeggeri saranno rilasciate solo a imprese italiane o con sede in un Paese legato da vincolo di reciprocità.
Reti d'impresa
Le imprese che si metteranno in rete potranno godere delle stesse agevolazioni dei distretti industriali.
In pensione lampadine a incandescenza e vecchi frigoriferi
Grazie a due emendamenti del Pd, spariranno progressivamente dal mercato le lampadine a incandescenza e i frigoriferi di classe inferiore alla A..
fonte: lastampa.it

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mercoledì 8 luglio 2009

75000 bambini moriranno durante i tre giorni del G8


Piu' di 75.000 bambini perderanno la vita durante il summit del G8, secondo Save the Children che, in occasione del vertice da oggi in corso all'Aquila, diffonde il dossier ''L'agenda del G8 per i bambini del mondo''.

Nel ricordare come la crisi economica globale stia peggiorando le condizioni gia' difficili di milioni di bambini, l'organizzazione internazionale indipendente si sofferma sulle drammatiche condizioni di vita e salute di milioni di minori, e accusa i leader del G8 da oggi riuniti all'Aquila di non stare facendo abbastanza per salvare la vita di 9,2 milioni di bambini che muoiono ogni anno per cause facilmente prevenibili.

Solo il 3%
degli aiuti che le nazioni del G8 danno ai paesi in via di sviluppo vanno infatti a sostegno della salute delle mamme e dei bambini. In totale si tratta di 3.5 miliardi di dollari ogni anno, la meta' di quanto - secondo Save the Children - sarebbe necessario.

Secondo le valutazioni dell'organizzazione internazionale, cosi' come riportate nel dossier ''L'agenda del G8 per i bambini del mondo'', se gli otto Grandi e gli altri donatori non raddoppiano il volume di aiuti fino a raggiungere almeno 7 miliardi di dollari entro il 2012, non sara' possibile raggiungere l'obiettivo di ridurre la mortalita' infantile dei 2/3 entro il 2015: se il trend degli aiuti resta agli attuali livelli, l'obiettivo verra' raggiunto solo nel 2045.

''Malgrado la crisi finanziaria ed economica globale abbia avuto origine nei paesi piu' ricchi del mondo, sono i poveri, e in particolare i bambini, che ne subiranno le conseguenze piu' aspre. E' questo lo scenario che attende i leader del G8'', commenta dall'Aquila Fosca Nomis, Responsabile Policy, Advocacy e Campaign di Save the Children Italia. ''Senza una risposta chiara e decisa da parte dei paesi del G8, le prospettive per i milioni di bambini della terra sono assai preoccupanti. Gia' ora 9,2 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono ogni anno a causa di malattie facilmente prevenibili, senza contare i milioni che soffrono di malnutrizione, gli oltre 40 milioni costretti ad abbandonare la scuola a causa di conflitti''.

sabato 4 luglio 2009

PERNICE BIANCA a RISCHIO ESTINZIONE

Chiudere la caccia alla pernice bianca su tutto l'arco alpino per salvarla dall'estinzione e' la formale richiesta fatta in questi giorni dal WWF Italia.

La richiesta e' rivolta alle Regioni e alle Province che proprio in questo periodo stanno formulando i nuovi calendari venatori per la stagione che partira' in settembre.

La pernice, specie simbolo delle Alpi, mostra da molti anni una grave difficolta' con una diminuzione, spesso drastica, con popolazioni quasi completamente costituite da nuclei isolati.

Il principale problema della specie sembra essere legato ai cambiamenti climatici in corso, soprattutto in relazione alla diminuzione della nevosita', ma alcuni altri fattori sono indicati nella bibliografia scientifica come importanti cause di questa situazione: tra questi il prelievo venatorio, il cui significativo impatto va certamente sommato ad altre cause di declino, come ad esempio l'aumentata accessibilita' dei comprensori di alta quota, lo sviluppo di nuovi impianti sciistici e l'escursionismo invernale e primaverile non regolamentato.

Sono le stesse associazioni di cacciatori ad ammettere con preoccupazione la grave rarefazione della specie, cosi' come la confermano tutti i censimenti effettuati. Negli ultimi anni alcune Province, come Como, Lecco e Bergamo, hanno autonomamente chiuso la caccia alla specie a causa della bassissima consistenza numerica.

lunedì 22 giugno 2009

Bluefin Tuna Massacre: Attivisti di Greenpeace contro il massacro del tonno rosso

Attivisti di Greenpeace, impegnati in un tour a bordo della nave Rainbow Warrior, sono stati violentemente aggrediti mentre cercavano di effettuare un' ispezione pacifica del peschereccio spagnolo «Cabo Tinoso Dos». Gli attivisti - riferisce l'associazione - sono stati strattonati e respinti dai pescatori del peschereccio spagnolo con gli idranti e una donna presa a pugni sul viso. Il tutto è avvenuto nel porto di La Valletta a Malta.

- L'aggressione - riferisce ancora Greenpeace - è cominciata all'apertura dello striscione «Bluefin Tuna Massacre» (massacro del tonno rosso) per evidenziare le attività di pesca non-sostenibile di tali imbarcazioni, parte di una flotta industriale che minaccia l'intera industria del tonno rosso. «Alcuni pescatori, dopo aver aggredito gli attivisti che in questo momento si trovano nel Mediterraneo per denunciare la pesca pirata, per scherno - racconta ancora l'associazione - si sono tirati giù i pantaloni mostrando il posteriore. Greenpeace chiede alle autorità locali di effettuare un controllo ufficiale della nave». La gestione del tonno rosso - spiega Greenpeace - è affidata alla Commissione Internazionale per la conservazione dei tonni dell'Atlantico (Iccat), un'organizzazione intergovernativa di cui l'Unione europea è membro attivo e influente. Oggi vige un paradossale «piano di recupero» che consente di pescare il 47% in più rispetto al limite massimo sostenibile». «La pesca eccessiva di questa flotta industriale, rischia di far scomparire completamente il tonno rosso - denuncia Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia - i Governi dovrebbero istituire riserve marine protette nelle zone di riproduzione delle specie per cominciare a dare una chance di recupero alla popolazione». Dal 2006, proprio gli scienziati dell'Iccat - ricorda Greenpeace - hanno raccomandato di non pescare al di sopra di 15.000 tonnellate e di proteggere le zone di riproduzione durante i mesi cruciali di maggio e giugno. La pescata effettiva per il 2007 è stata stimata a 61.000 tonnellate, il doppio del limite legale consentito per quell'anno, e più di quattro volte il livello raccomandato per evitare il collasso della popolazione.

domenica 21 giugno 2009

ECOMAFIE: Una catena montuosa DI RIFIUTI di 10 cime con vette che arrivano fino a 3.100 metri di altezza


Una catena montuosa di 10 cime con vette che arrivano fino a 3.100 metri di altezza. E' quanto si potrebbe ottenere impilando i rifiuti speciali che ogni anno, dal 1997, scompaiono nel nulla in Italia. E la cima piu' alta spetta all'Etna di 'monnezza' pericolosa che si otterrebbe con le 31 milioni di tonnellate svanite nel 2008. E' quanto emerge dall'edizione 2009 del rapporto Ecomafia di Legambiente, presentato oggi a Milano, che mette la citta' in guardia per l'Expo 2015, l'evento ''piu' vulnerabile'' alle infiltrazioni mafiose. Se metodologie e prassi criminali rimangono invariate nel tempo (falsificazioni di documenti di identificazione dei rifiuti, di autorizzazioni, di quantita', di analisi di laboratorio, oltre alla tecnica del 'giro bolla'), il business delle ecomafie e' invece in continua crescita. La gestione del ciclo dei rifiuti e del cemento, del racket degli animali, dell'abusivismo edilizio, dei furti di opere d'arte o reperti archeologici e delle infiltrazioni in appalti di opere pubbliche ha fruttato l'anno scorso 20,5 miliardi di euro (+7,3% rispetto al 2007). Ma sul fronte delle indagini - 123 inchieste della magistratura nei sette anni dall'introduzione del delitto di attivita' organizzata per il traffico illecito di rifiuti - Legambiente denuncia il rischio ''di un pericoloso passo indietro se verra' approvato dal parlamento la riforma delle intecettazioni contenuta nel ddl Alfano''. Nelle 25.766 infrazioni accertate alle normative ambientali e nei 3.911 reati legati al ciclo dei rifiuti protagoniste sono, con il 48,1% dei reati in Italia, Campania, Calabria, Sicilia e Puglia. In particolare la Campania si conferma leader dal 1994. La prima regione del Nord e' invece la Liguria, all'ottavo posto. Ma anche in Lombardia, decima in classifica, la situazione e' preoccupante: sono 886 le infrazioni, 307 i sequestri e 866 i denunciati. E la regione si conferma ''al centro dei piu' pericolosi traffici illeciti di rifiuti''. A rischio poi ci sarebbe l'Expo, giudicato ''una miniera d'oro'' per le organizzazioni criminali e ''vulnerabile'', oggetto di numerosi allarmi lanciati anche dai magistrati della Dda di Milano. Le cosche infatti si starebbero preparando a giocare la loro parte grazie alla disponibilita' di denaro (''che in un momento di crisi potrebbe rivelarsi determinante'', continua il rapporto) e i ritardi negli stanziamenti, delle nomine e dei lavori che ''potrebbe portare gli organi decisionali a prestare meno attenzione su chi avra' i subappalti''. Il vicepresidente di Legambiente Lombardia Sergio Cannavo', appoggiato dall'associazione Libera, ha quindi lanciato la proposta di costituire una task force di controllo degli appalti e dei flussi di risorse legate all'evento.

sabato 20 giugno 2009

caccia alla balena: SUSSIDI NORVEGIA E GIAPPONE A INDUSTRIE BALENIERE

I Governi di Norvegia e Giappone stanno usando i soldi dei contribuenti per sovvenzionare le loro poco redditizie industrie baleniere. E' il risultato della prima analisi economica della caccia alla balena, commissionata dal WWF e dalla WDCS, la Whale and Dolphin Conservation Society, realizzata da economisti indipendenti e presentata a livello internazionale alla vigilia dell'International Whaling Commission che si riunira' a Madeira dal 22 al 26 giugno.


Lo studio ''Economia e Sussidi alla caccia alla balena'' rivela che Norvegia e Giappone forniscono alle loro industrie baleniere enormi sussidi governativi, anche se l'uccisione delle balene verosimilmente non sara' mai un'attivita' proficua senza il supporto dei contribuenti.

''In questo periodo di crisi economica globale, l'utilizzo di preziosi soldi derivati dalle tasse per sostenere un'industria che di base e' economicamente insostenibile, non puo' essere considerato un utilizzo strategico, sostenibile e nemmeno appropriato di fondi governativi gia' limitati'' ha dichiarato Massimiliano Rocco, Responsabile Specie e TRAFFIC del WWF Italia.

Lo studio considera i costi diretti e indiretti associati alla caccia alle balene, oltre che la produzione e la commercializzazione dei prodotti derivati, come la carne di balena. E i ricercatori concludono che questi costi, uniti a una richiesta sempre minore di carne di balena e al rischio di impatti negativi come il boicottaggio del commercio in generale o del turismo da parte della comunita' internazionale, fanno si' che la caccia alle balene difficilmente possa portare benefici alle economie nazionali e o tantomeno ai contribuenti.
In Norvegia, per esempio, dal 1992 il Governo ha speso piu' di 4,9 milioni di dollari per campagne di informazione, pubbliche relazioni e azioni di lobby per cercare, ove possibile, di raccogliere quel supporto all'industria della caccia alla balena e alla foca non facile da ottenere.

Inoltre, il Governo ha dato all'industria baleniera sussidi pari alla meta' del valore lordo di tutta la carne di balena commercializzata dalla nazionale Rafisklaget, l'Organizzazione commerciale dei pescatori norvegesi.

Anche in Giappone si riscontra un utilizzo simile dei soldi dei contribuenti. Nella stagione 2008-2009, l'industria baleniera giapponese, per esempio, ha avuto bisogno di almeno 12 milioni di dollari, dai soldi dei contribuenti, solo per andare in pari. In tutto, i sussidi giapponesi per la caccia alla balena ammontano a 164 milioni di dollari dal 1988 ad oggi, solo per sostenere un'industria davvero poco ''sostenibile''.

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venerdì 19 giugno 2009

CACCIA ALLE BALENE: UCCISE IN ISLANDA PRIME 2 DI 150 BALENOTTERE


Questa mattina in Islanda due esemplari di balenottera comune sono stati uccisi, scaricati e sezionati al molo di Hvalforour. Sono le prime vittime di un programma che prevede di cacciare 150 esemplari. Lo denuncia Greenpeace ricordando che a balenottera comune e' stata inserita nella lista delle specie a rischio estinzione dall'International Union for Conservation of Nature.

La caccia era stata aperta dal precedente governo islandese, poco prima che cadesse a causa di una crisi politica. Il nuovo governo, che si dichiara contrario alla caccia, non e' riuscito a bloccare questa pratica molto controversa.

''Il governo ha fallito miseramente nel dimostrare la propria leadership: nonostante la sua dichiarata opposizione alla caccia alle balene, questa continua. Oggi la sua reputazione, e quella dell'Islanda in generale, e' stata distrutta per tutelare gli interessi di una singola azienda'' afferma Sara Holden, coordinatrice internazionale della campagna Balene.

''Oggi e' chiaro che le regole della caccia alle balene in Islanda sono totalmente gestite dal baleniere Kristjan Loftsson e dalla sua compagnia Hvalur ehf. Ma il piccolo profitto che lui potrebbe ricavare da questa caccia alla balenottera comune avra' un grande costo per l'Islanda sia politico che economico''. Greenpeace chiede all'Islanda di impegnarsi a mettere fine alla caccia commerciale alle balene - un fallimento economico oltre che ambientale - e di promuovere la crescita dell'industria dell'eco-turismo, che porta profitti significativi e posti di lavoro al paese.

Piu' di 115.000 persone, partecipando all' ''Iceland Pledge'', hanno promesso di visitare il paese nel momento in cui il governo annunci la fine della caccia alle balene. Non c'e' alcuna domanda interna di carne di balena in Islanda e, come dimostra un'indagine di Greenpeace, nonostante le dichiarazioni di Loftsson sul mercato delle esportazioni, non c'e' domanda neanche in Giappone.

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RIFUGIATI: 42 MiLioNi IN FUGA PER GUERRE O CARESTIE. DOMANI GIORNATA ONU


Si celebra domani in tutto il mondo la Giornata del Rifugiato, indetta dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). La ricorrenza coincide con un momento particolarmente delicato per le condizioni di milioni di profughi, sfollati e rifugiati in tutto il mondo, e con un incremento del numero di persone coinvolte dopo alcuni anni di relativa stabilita'. E' quanto emerge dal rapporto ''Global trends'' diffuso per l'occasione dall'Alto Commissariato ,secondo il quale sono 42 milioni, le persone costrette alla fuga da guerre e persecuzioni alla fine del 2008. Questa cifra e' dovuta ad un brusco rallentamento dei rimpatri e ad una maggior durata dei conflitti, risultante in forme di esilio protratto. Il numero totale comprende 16 milioni di rifugiati e richiedenti asilo e 26 milioni di sfollati all'interno del proprio paese.

Secondo il rapporto dell'UNHCR l'80% dei rifugiati del mondo si trova nei paesi in via di sviluppo, cosi' come la stragrande maggioranza degli sfollati - una popolazione nei confronti della quale cresce l'impegno dell'UNHCR. Molte persone sono in esilio da anni senza la prospettiva di una soluzione.

''Nel 2009 abbiamo gia' assistito a un consistente movimento forzato di popolazioni, principalmente in Pakistan, Sri Lanka e Somalia,'' ha detto l'Alto Commissario Anto'nio Guterres. ''Se alcune forme di fuga possono avere breve durata, altre possono durare anni e perfino decenni in attesa di una soluzione. Sono diverse le situazioni di popolazioni sradicate da ormai molto tempo: in Colombia, Iraq, Repubblica Democratica del Congo e Somalia. Ciascuno di questi conflitti ha inoltre generato rifugiati che hanno oltrepassato le frontiere''.

Almeno 5,7 milioni di rifugiati vivono in un vero e proprio limbo. Si tratta di 29 differenti gruppi composti da oltre 25 mila rifugiati ciascuno che sono in esilio da piu' di cinque anni in 22 paesi senza che vi sia ancora per loro alcuna prospettiva per una soluzione immediata.

Sono circa 2 milioni i rifugiati e gli sfollati che sono potuti tornare a casa nel 2008, un numero inferiore rispetto all'anno precedente. Il ritorno a casa dei rifugiati (604 mila rimpatriati) e' calato del 17%, mentre per gli sfollati (1,4 milioni) il calo e' stato del 34%. Il rimpatrio, tradizionalmente considerata la soluzione durevole piu' diffusa per i rifugiati, ha raggiunto il secondo livello piu' basso negli ultimi 15 anni. Questo declino riflette in parte il deterioramento delle condizioni di sicurezza principalmente in Afghanistan e Sudan.

giovedì 18 giugno 2009

ITER : Fusione nucleare, costi RADDOPPIATI e tempi più lunghi del previsto PER IL progetto internazionale ITER


Viene paragonato a un frammento di Sole racchiuso in una bottiglia che, almeno si spera, dovrebbe dare energia illimitata. Questa è l’immagine più semplice ed efficace per fare capire qual è l’obiettivo di «Iter», il megaprogetto di un prototipo di reattore a fusione nucleare con cui si vorrebbe ricreare, in uno speciale contenitore, lo stesso tipo di energia delle stelle. Un progetto ambizioso, a vasta partecipazione internazionale, che ripropone in chiave moderna il mito di Prometeo, il donatore del fuoco perpetuo al genere umano. Ma come l’infelice storia di Prometeo, anche quella di Iter corre il rischio di trasformarsi in un tormentone. Proprio mentre a Mito, in Giappone si sono riuniti i rappresentanti dei sette Paesi che hanno dato vita alla grande collaborazione scientifica (Stati Uniti, Unione Europea, Russia, Cina, Giappone, India e Corea) per fare il punto sullo stato dei lavori, la Bbc ha ripreso alcune indiscrezioni sulla preoccupante lievitazione dei costi del progetto e sui ritardi che potrebbe accumulare.

COSTI E TEMPI- I costi complessivi del progetto ITER sarebbero passati dalla previsione iniziale di quasi 5 miliardi di euro formulata nel 2001 a oltre 10 miliardi; i tempi di accensione del prototipo sarebbero slittati in avanti di alcuni anni, dal 2018 al 2025; e quanto alla speranza di arrivare a una filiera operativa di centrali a fusione nucleare, non si parlerebbe più di qualche decennio ma addirittura di un secolo. Il comunicato ufficiale uscito dalla riunione giapponese non fa cenno a questa sfilza di preoccupazioni e il direttore generale del progetto, il giapponese Kaname Ikeda, si limita a parlare genericamente della messa in opera di «un nuovo modello di cooperazione globale sotto agli occhi del mondo intero», e della sua fiducia che siamo «nella strada giusta per dimostrare che la fusione nucleare è una fonte di energia senza limiti e sicura». Ma le preoccupazioni diffuse dalla Bbc sono state confermate a Corriere.it dal professor Romano Toschi, che è il rappresentante italiano del Ministero della Ricerca Scientifica presso il Comitato consultivo Europeo sulla Fusione (CCFU): «Sono io stesso l’autore dell’ultimo Rapporto sui costi e posso precisare che, a causa soprattutto degli aumenti delle materie prime, calcoliamo che solo il contributo europeo alla realizzazione della macchina passerà dai circa 2,5 miliardi di euro a 5. E poiché l’Europa deve coprire circa il 45% della spesa, si può dedurre a quanto ammonterà il costo totale».

IL SITO - In conseguenza degli aumenti anche la quota di partecipazione italiana è destinata a raddoppiare, passando da circa 300 a 600 milioni di euro, almeno la metà dei quali, tuttavia, dovrebbero rientrare sotto forma di commesse alle nostre industrie che contribuiranno a costruire i vari pezzi della macchina. Il maggiore onere economico in assoluto sarà a carico della Francia che si è aggiudicata, in cambio, l’assegnazione del sito in cui sorgerà l’impianto. Si tratta di Cadarache, una sessantina di km da Marsiglia, dove, in un’area di 400 mila metri quadrati, sono già iniziati i lavori che ospiteranno il reattore e tutte le infrastrutture accessorie.

LA «BOTTIGLIA» - Quanto alla «bottiglia» in cui dovrà essere riprodotto un pezzettino di Sole, essa sarà costituita da un contenitore a forma di ciambella, un tokamak per usare il gergo dei fisici. Al suo interno un plasma di deuterio e trizio (due parenti stretti dell'idrogeno), tenuto sospeso da un intenso campo magnetico, sarà portato fino a temperature di 100 milioni di gradi. In queste condizioni fisiche i nuclei atomici di deuterio e trizio saranno forzati a incollarsi l'uno all'altro, avviando la reazione di fusione nucleare. Il processo darà luogo alla formazione di neutroni altamente energetici che libereranno il calore necessario al funzionamento di una turbina a vapore per la generazione di elettricità. Nei tanti tokamak realizzati finora il processo di fusione è durato solo una manciata di secondi, poi si è arrestato a causa di forti turbolenze. Iter dovrebbe riuscire a governare meglio il plasma per poter accendere e spegnere il processo di fusione secondo le necessità.

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