Il caldo torrido di questi giorni "è il segnale del clima che cambia ed è un trend che andrà consolidandosi nei prossimi 10 anni, tanto da farci prevedere siccità nelle regioni del Sud d'Italia, specie in Sicilia e Calabria". Sottolinea di non essere "affatto meravigliato" per il gran caldo di questi giorni il climatologo dell'Enea Vincenzo Artale che, intervistato dall'ADNKRONOS, commenta così il forte rialzo delle temperature registrato in questa estate 2009, un'ondata di calore che si va particolarmente intensificando proprio in queste ore.
Artale, esperto di oceani e responsabile del laboratorio dell'Enea Casaccia che sviluppa modelli per scenari climatici, sottolinea quindi di aver "visto in dettaglio", nelle simulazioni realizzate nel suo centro di ricerca, che "nel nostro Paese si verificherà entro il 2020 una intensificazione del caldo, con punte di siccità nelle aree meridionali".
"Certo è un primo studio che andrà consolidato e che si basa su simulazioni durate circa 2-3 anni" avverte Artale che ha condotto le simulazioni con il suo team nell'ambito del progetto europeo Circe che si protrarrà fino al 2011. Rappresentante per l'Italia nell'Ipcc per il Rapporto-4 sul clima pubblicato nel 2007, il Rapporto che ha portato l'Intergovernmental Panel on Climate Change (foro intergovernativo sul mutamento climatico) al Premio Nobel, Artale anticipa che nel prossimo Rapporto-5 dell'Ipcc, che uscirà nel 2013, saranno "due gli elementi importanti su cui ci si dovrà concentrare: nuove tecnologie e sistemi sociali basati sulla Green Economy per ridurre le emissioni climalteranti".
E se il caldo non coglie di sorpresa gli esperti, il climatologo dell'Enea sottolinea invece l'incognita relativa al livello delle acque del Mediterraneo. "Riguardo il livello del Mediterraneo - dice Vincenzo Artale - rimangono molte incognite. Il livello del mare dipende sia dalle temperature che dalla salinità, quindi se ci sarà innalzamento o meno rimane ancora poco chiaro".
"Su questo punto, infatti, nel Mediterraneo concorrono differenti fattori, alcuni portano all'innalzamento, altri alla contrazione del livello delle acque e per ora non abbiamo risposte definite" afferma ancora lo scienziato dell'Enea. Che aggiunge: "Il vero diktat ora è fermare le emissioni climalteranti e puntare a frenare il cambiamento del clima".
"I governi - commenta il climatologo - stanno finalmente recependo l'esigenza di fermare il cambiamento climatico. Usa, Cina, Europa stanno lavorando per potenziare le politiche di ecosostenibilità e innovazione tecnologica per l'approvvigionamento dell'energia e queste sono le strade da perseguire, strade che la scienza indica da tempo".
E proprio sul fronte dell'approvvigionamento energetico il climatologo Artale guarda alla Grid come una delle risposte più importanti da attuare su scala globale. "La Grid - spiega - è la nuova idea che arriva dall'ingegneria energetica. Grid significa mettere in rete su scala internazionale l'energia prodotta. In altre parole, ogni Paese sviluppa energia con sistemi che gli sono propri. La Danimarca, per esempio, esporta il 20% di energia eolica prodotta sul territorio e questo è un esempio di Grid. La Francia, inoltre, ha un esubero di produzione energetica da nucleare e potrebbe metterla in rete".
"Condividere le proprie risorse energetiche con gli altri Paesi si sta manifestando come la soluzione per risolvere i problemi di approvvigionamento nel futuro più prossimo" assicura Artale. "E' - aggiunge - un concetto molto nuovo che andrebbe sviluppato a livello globale. Nel momento in cui, per esempio, un Paese manifesta criticità di acqua nelle centrali idroelettriche, un altro Paese può intervenire fornendogli il suo surplus energetico. Anche l'Italia potrebbe muoversi in questa direzione".
"Pace, cambiamenti climatici, energia, risorsa acqua sono fattori che si combinano fra loro. Tenerli distanti non sarà possibile a lungo. E la scienza - conclude il climatologo - può far molto. Ormai siamo alle porte di un'altra rivoluzione: la tecnologia farà partire la nuova Green Economy, l'unica via per garantire all'umanità una vita sostenibile sul nostro pianeta".
fonte: adnkronos.com
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venerdì 21 agosto 2009
sabato 15 agosto 2009
EFFETTO SERRA: GLI ECOPROFUGHI SONO 6 MLN L'ANNO, un aumento della temperatura di due gradi SAREBBE LA FINE

Sei milioni di persone l'anno costrette a lasciare il proprio territorio a causa dei cambiamenti climatici. Un dato che per il 2050, secondo le stime UNHCR, potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone.
E' questo il profilo dell'emergenza umanitaria degli eco-profughi, i nuovi migranti costretti a fuggire da desertificazione, inondazioni e effetti del riscaldamento globale, lanciata da Festambiente, il festival di Legambiente a Rispescia (Gr) fino al 16 agosto. Anche l'Italia ha gia' iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale in quanto area mondiale ''a piu' alta vulnerabilita' in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiverista' marino-costiera''. Lo studio di Legambiente stima che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al Sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. A maggior rischio secondo il rapporto Enea e' la Sardegna con il 52% del territorio esposto al pericolo della desertificazione.
''Se fino ad ora - ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente - sono state le guerre la principale causa delle emigrazioni di massa, oggi il riscaldamento globale rappresenta un fattore determinante. Sono circa due anni, infatti, che il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, eppure non si riesce a dare loro assistenza in modo adeguato, perche' giuridicamente non esistono, non sono riconosciuti come 'rifugiati' dalla Convenzione di Ginevra del 1951, ne' dal suo Protocollo supplementare del 1967.
Oltre all'immediata necessita' di uno status giuridico per i profughi ambientali, la vera urgenza consiste, quindi, nel capire che molte questioni legate all'ospitalita' e all'accoglienza nei nostri Paesi devono in primo luogo essere affrontate attraverso un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici''.
Misure ancor piu' necessarie se si pensa che al di la' delle prospettive future, gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici sono gia' una drammatica realta' in molti paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati.
In Brasile quest'anno sono state un milione le persone colpite dalle inondazioni con un numero di sfollati tra 400.000 e 600.000, mentre in 350 mila sono stati colpiti in Namibia dalla recente inondazione dovuta alle piogge torrenziali iniziate dal mese di gennaio scorso. Il 50% delle strade e il 63% dei raccolti e' a rischio, con anche gravi danni all'economia e per la sussistenza: secondo l'Onu 544 mila persone potrebbero confrontarsi con un'insufficienza di cibo tra il 2009 e il 2010. Dati poco confortanti anche in Angola dove 160 mila persone hanno subito inondazioni, ma e' un numero destinato a crescere. E ancora, in Myanmar il ciclone Nargis nel maggio 2008 ha fatto 140 mila vittime, colpendo anche altri 2-3 milioni di persone e costringendo 800 mila persone a sfollare.
l ritmo dei negoziati sul clima deve accelerare. E' quanto chiede Yvo de Boer, il piu' alto responsabile dell'Onu per la questione. Per cinque giorni, i delegati di circa 180 Paesi riuniti a Bonn hanno cercato di mettersi d'accordo su una versione alleggerita di una bozza di testo molto lunga (200 pagine) che sara' presentata al vertice di Copenhagen a dicembre nella prospettiva del dopo Kyoto. ''Sono stati fatti alcuni progressi'', ha detto durante una conferenza stampa De Boer, segretario esecutivo della Convenzione dell'Onu sui cambiamenti climatici, ma ''se continuiamo a questo ritmo non avremo successo''. ''Il ritmo dei negoziati deve accelerare fortemente nel corso della prossima sessione a Bangkok'', ha sottolineato de Boer, ricordando che restano solamente 15 giorni di negoziati prima di Copenhagen. ''Sarebbe incomprensibile perdere quest'occasione'', ha osservato. Sono previste altre due riunioni preparatorie del vertice, a Bangkok dal 28 settembre al 9 ottobre e a Barcellona dal 2 al 6 novembre. ''Un cambiamento climatico serio significa 'game over''', ha sottolineato il responsabile dell'Onu, osservando: ''ho sentito dire che potremmo sopravvivere a un aumento della temperatura di due gradi. Questa e' la strada verso il disastro''.
mercoledì 22 luglio 2009
CAMBIAMENTI CLIMATICI: nove oasi forestali WWF a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici

Saranno anche gli alberi di nove oasi forestali WWF sparse su tutta la penisola a fornire i dati utili per monitorare gli effetti dei cambiamenti climatici sull'ecosistema forestale italiano ed elaborare una modalita' di gestione adattativa. Il progetto CONECOFOR (CONtrollo ECOsistemi FORestali) del Corpo Forestale dello Stato, avviato nel 2008 anche nelle Oasi WWF, prosegue anche quest'anno con l'attivita' di monitoraggio. All'interno di 9 Oasi sparse in tutta Italia, come parte della rete nazionale verra' monitorato lo stato di salute degli alberi attraverso una valutazione annuale delle chiome. Un progetto che rappresenta una parte del Programma Osservatorio Clima, che il WWF Italia sta realizzando su base nazionale, insieme a altri partner scientifici, quali Universita' della Tuscia, Universita' di Roma 3, Museo Civico di Zoologia di Roma, e, come partner tecnico, Microsoft.
A seguito del primo corso intensivo, svolto presso la scuola del Corpo Forestale dello Stato di Rieti nell'estate 2008, gli operatori delle oasi hanno selezionato gli alberi da monitorare compilando per ogni singolo albero la relativa scheda, controllando lo stato delle chiome, la presenza o meno di patologie, l'entita' delle fioriture insieme ad altri dati.
lunedì 6 luglio 2009
riscaldamento globale: CALDO SOFFOCA MUCCHE E MAIALI. A RISCHIO TIPICITà

I cambiamenti climatici, con il surriscaldamento del pianeta, favoriscono la desertificazione con la sottrazione alla coltivazione dei terreni piu' fertili alla coltivazione, ma provocano anche la modificazione delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l'affinamento dei formaggi o l'invecchiamento dei vini, mettendo a rischio il patrimonio di prodotti tipici nazionali che vale oltre 20 miliardi di euro. E' quanto afferma la Coldiretti nel commentare il progetto di ricerca ''Climanimal'' portato avanti dal ministero delle Politiche agricole per individuare quali sono le condizioni termo-igrometriche (rapporto tra temperatura e umidita') rischiose per gli animali, soprattutto per le vacche, durante la stagione estiva e al rischio a causa dei fattori climatici.
Secondo gli studiosi, il contenuto proteico del latte cambia se la mucca e' stressata per un periodo abbastanza lungo di caldo che riduce fino al 20 per cento la produzione di latte, ma puo' arrivare anche alla meta'. Anche i maiali danno insaccati e prosciutti meno gustosi ed in generale, tutti gli animali da allevamento soffrono le ondate di calore.
Una situazione che di fatto - conclude la Coldiretti - mette a rischio di estinzione il patrimonio di prodotti tipici Made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche ''essenzialmente o esclusivamente all'ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani''.
mercoledì 17 giugno 2009
clima: osservatorio strategico dei cambiamenti climatici in atto ad alta quota sulle Alpi,

Con esperti di sette tra universita' e istituzioni, la Ripartizione provinciale Protezione civile e l'Ufficio Geologia di Bolzano partecipano a un programma scientifico internazionale incentrato sullo studio preliminare della calotta di ghiaccio dell'Ortles quale sensibile indicatore dei cambiamenti climatici e ambientali in alta quota sulle Alpi. Uno studio condotto non al computer ma direttamente sull'Ortles, la vetta piu' alta dell'Alto Adige.
Lo studio del clima in cima all'Ortles e' di un progetto internazionale, coordinato da esperti del Byrd Polar Research Center dell'Universita' dell'Ohio (USA) e dell'Ufficio idrografico della Provincia. Per la realizzazione dello studio, i due enti si avvalgono della collaborazione scientifica delle Universita' di Innsbruck, Padova (dipartimento territorio e sistemi agroforestali, brevemente TeSAF), Pavia, Venezia e dell'Istituto per la dinamica dei processi ambientali del Consiglio nazionale delle ricerche-CNR, del gruppo di telerilevamento Remote Sensing dell'EURAC di Bolzano e dell'Ufficio Geologia e prove materiali della Provincia. ''La calotta e' un ottimo indicatore dei cambiamenti climatici e ambientali nelle Alpi ad elevate altitudini'', spiega il vicedirettore dell'Ufficio idrografico provinciale Roberto Dinale.
Pochi giorni fa un team di ricercatori e tecnici, coadiuvati dalle guide alpine di Solda, si e' recato sulla Vedretta Alta dell'Ortles per lo studio preliminare delle caratteristiche chimico-fisiche della calotta. In particolare sono stati eseguiti campionamenti e osservazioni degli strati superficiali di neve nonche' misurato lo spessore del ghiacciaio. ''Dopo una attenta analisi delle informazioni raccolte quest'anno, in collaborazione con i consulenti scientifici verranno delineati i prossimi passi'', spiega il direttore della Ripartizione protezione civile, Hanspeter Staffler.
E' in programma inoltre un secondo studio a lungo termine della calotta dell'Ortles intesa come osservatorio strategico dei cambiamenti climatici in atto ad alta quota sulle Alpi, monitorando in particolar modo le variazioni di massa del ghiacciaio sommitale e le condizioni del permafrost, il congelamento perenne del terreno tipico delle alte quote. Il progetto, con l'ausilio di rappresentanti dell'istituto Marcelline di Bolzano e del Museo Tridentino di Scienze Naturali di Trento, intende sviluppare anche la divulgazione a studenti, insegnanti e popolazione regionale delle attivita' di ricerca e dei risultati conseguiti dagli studi ambientali e climatici sull'Ortles.
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RICERCA
giovedì 11 giugno 2009
RISCALDAMENTO GLOBALE: 'Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili

Ieri mattina Greenpeace ha fatto suonare un allarme sonoro fuori all'edificio dove sono in corso le trattative sul clima dell'ONU a Bonn. Incatenati alla parte posteriore di un camion, gli attivisti hanno azionato la sirena per cercare di svegliare i Governi che continuano a perdere tempo invece di far progressi verso un serio accordo sul clima.
''Ci sono Paesi che non hanno nessuna intenzione di salvare il Pianeta dal collasso climatico'' afferma Martin Kaiser di Greenpeace International. ''Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Canada stanno agendo come se la crisi non esistesse, mettendo i loro interessi individuali di breve termine prima dell'emergenza globale''.
Allo stato attuale, gli impegni in termini di riduzione delle emissioni di CO2, che sono stati messi sul tavolo dai paesi industrializzati, portano a una diminuzione minima, 8-15%, rispetto ai livelli di emissione di CO2 del 1990, entro il 2020. Il Giappone ha confermato un taglio dell'8%.
La Nuova Zelanda non ha preso nessun impegno, mentre il Canada gia' prevede un aumento delle emissioni. Gli Stati Uniti di Obama hanno fatto solo un piccolo passo, proponendo un taglio del 4% al 2020.
Per avere una chance di evitare un disastro climatico, avverte Greenpeace, occorre che la temperatura media globale non aumenti di piu' di 2*C: le emissioni devono essere ridotte almeno del 40% al 2020. I target annunciati dagli Stati apriranno la strada a un aumento della temperatura media pari a +3*C, ben oltre la soglia di irreversibilita' dei peggiori impatti climatici.
Anche l'Europa - prosegue l'associazione - ha smesso di essere leader all'interno dei negoziati e questa settimana i ministri europei delle Finanze non hanno voluto o saputo mettere sul tavolo le risorse economiche per aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare i cambiamenti climatici.
''Un aumento di +3*C lancerebbe il Pianeta verso conseguenze catastrofiche e irreversibili. Potremmo perdere un terzo delle specie viventi,,gran parte dell'Amazzonia e causare la scomparsa dell'Artico e di parte dell'Antartide. I Paesi stanno scommettendo su effetti di portata gigantesca che, se si avverassero, non potrebbero essere riparati con tutti i soldi del mondo'', avverte Kaiser. ''Ancora non vediamo la stessa urgenza e la stessa serieta' con cui e' stata affrontata la crisi economico-finanziaria''.
I Capi di Stato che stanno per andare al summit del G8 devono assumersi la responsabilita' personale per una svolta del negoziato sul clima. Alla Conferenza sul clima globale di Copenhagen il prossimo dicembre i leader del Pianeta devono evitare il rischio di una catastrofe climatica e negoziare il forte accordo di cui il pianeta ha bisogno.
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venerdì 5 giugno 2009
CO2 : UN ettaro di bosco è capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2

Per conoscere la capacita' di assorbimento di Co2 delle nostre aree naturali, e renderle sempre piu' capaci di adattarsi ad un clima destinato a modificare profondamente l'ambiente, il WWF ha inaugurato oggi la prima stazione di misurazione dei gas serra (una torre alta 13 metri) in un bosco di pianura in area protetta, nell'Oasi umida del WWF di Alviano, in Umbria, che contribuira' ad una serie di rilevamenti utili alla misurazione dei gas serra negli ecosistemi delle oasi.
L'iniziativa si e' svolta per celebrare la Giornata mondiale dell'ambiente che quest'anno l'ONU ha voluto dedicare al tema del clima. La torre, oltre agli aspetti prettamente scientifici, avra' anche un alto valore didattico per il fatto che i visitatori potranno osservare in diretta l'andamento del respiro del bosco e quindi scoprirne concretamente il valore. La torre, insieme a supporti informativi e didattici, costituira' un importante Centro dimostrativo sul monitoraggio dei gas serra.
Un progetto promosso dalla Facolta' di Agraria dell'Universita' della Tuscia di Viterbo, Dipartimento di Scienze dell'Ambiente forestale e delle sue Risorse, con la collaborazione di Microsoft Italia, l'Universita' di Roma Tre, il Museo di Zoologia di Roma e il Corpo Forestale dello Stato, perche' ''boschi e aree naturali sono tra gli ambienti fondamentali per combattere l'innalzamento della temperatura globale, soprattutto se riusciamo a mantenerli in buono stato di salute.
Basti pensare che 1 ettaro di bosco e' capace di neutralizzare almeno 6 tonnellate di CO2 (gas serra, primo responsabile del riscaldamento globale) in un anno, ovvero, le emissioni di un'automobile di piccola cilindrata che percorre circa 43.000 km, oppure quelle determinate dai consumi elettrici medi di 4 famiglie italiane''.
Le Oasi WWF, con un programma avviato da un anno, denominato Osservatorio Clima, sono diventate ormai vere e proprie stazioni di monitoraggio sui cambiamenti del clima e di sperimentazione di progetti di gestione adattativa, in un progetto che vede uniti WWF e Universita' della Tuscia, con la collaborazione di Microsoft Italia e la partecipazione, tra gli altri, del Corpo Forestale dello Stato e del Museo di Zoologia di Roma.
venerdì 29 maggio 2009
RISCALDAMENTO GLOBALE CAUSA 300 MILA MORTI L'ANNO

I cambiamenti climatici provocano 300 mila morti ogni anno. E' l'allarme contenuto nel primo rapporto sui costi umani del riscaldamento globale presentato oggi a Londra dal Global Humanitarian Forum, organizzazione fondata dall'ex segretario generale dell'Onu, Kofi Annan.
Le variazioni climatiche minacciano seriamente 300 milioni di persone in tutto il mondo, un numero destinato a raddoppiare da qui al 2030. ''E' la piu' grande sfida umanitaria dei nostri tempi, che causa sofferenza a centinaia di milioni di persone'', ha detto Annan secondo quanto riporta il sito web della CNN. ''Spero che tutti gli stati membri delle Nazioni Unite andranno a Copenhagen con la volonta' politica di firmare accordi ambiziosi per contrastare il cambiamento climatico'', ha proseguito Annan.
''Come dimostra questo rapporto, l'alternativa e' il rischio di fame, migrazioni e malattie su larga scala''.
Il 99% delle vittime vive in paesi in via di sviluppo, che contribuiscono solo per l'1% all'emissione di gas nocivi. Il rapporto segnala che il cambiamento climatica minaccia tutti e otto gli obiettivi del Milliennium Development. Dei 900 milioni di persone che nel mondo soffrono cronicamente la fame, 45 milioni si ritrovano in questa situazione per colpa dell'inquinamento ambientale. Nei prossimi anni e' previsto un drastico calo della produzione di cibo, con i prezzi che potrebbero salire anche del 20%.
I paesi piu' vulnerabili sono quelli dell'Africa subsahariana, del Medio Oriente, dell'Asia centrale, dell'America latina, di alcune zone degli Stati Uniti e delle regioni artiche. Secondo il Global Humanitarian Forum le nazioni in via di sviluppo hanno bisogno di fondi pari a 100 volte quelli attualmente disponibili per affrontare un costo economico complessivo derivante dai cambiamenti climatici di 125 miliardi di dollari l'anno.
Il meeting di Copenhagen, che si terra' fra sei mesi e dovrebbe stilare degli obiettivi per dopo il 2012 rinnovando l'accorso di Kyoto, ''e' l'ultima chance per evitare la catastrofe globale''.
Perche' la giustizia sociale passa per quella climatica''.
''Ma contrastare i cambiamenti climatici e' possibile - ha concluso il coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente -. Basterebbe investire nella riduzione delle emissioni, su efficienza e risparmio energetico, energie rinnovabili, tecnologie a basse emissioni e mobilita' su ferro, ma anche in educazione ai consumi sostenibili''.
EFFETTO SERRA: Gas nocivi diminuiscano entro 6 anni e si dimezzino per il 2050

Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l'allarme dal St James's Palace Nobel Laureate's Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu' di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.
''Mai come ora e' urgente arrestare la corsa dell'inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta''. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e' intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa' INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ''Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu' una minaccia ipotetica ma una realta' concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu' evidenti e tangibili. Altrettanto palese e' diventato anche l'intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso - ha aggiunto Gubbiotti - alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita' alimentare, il diritto all'acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.
mercoledì 13 maggio 2009
AMBIENTE: CORALLI potrebbero sparire entro la fine del secolo

''Le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell'acqua e della sua acidita', siccita' e burrasche''. Lo rivela lo studio ''Il Triangolo dei coralli e i cambiamenti climatici: ecosistemi, persone e societa' a rischio di estinzione'' - che si avvale di oltre 300 analisi scientifiche gia' pubblicate, includendo il lavoro di piu' di 20 esperti nei campi della biologia, economia e scienza della pesca - presentato dal WWF alla Conferenza Mondiale degli Oceani, che si e' aperta ieri a Manado (Indonesia).
Il Triangolo dei Coralli, che si estende tra le coste, le barriere coralline e i mari di sei paesi indonesiani, Filippine, Malesia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Leste, pur essendo appena l'1 % della superficie della Terra comprende il 30% delle barriere coralline mondiali. In quest' area e' racchiuso il 76% delle specie dei coralli presenti in tutto il mondo che ospitano oltre il 35% delle specie di pesci presenti nelle barriere coralline compreso il tonno che ha un'indiscutibile rilevanza economica. Ma e' soprattutto un territorio che, grazie ai numerosi 'servizi naturali che offre', da' da vivere a piu' di 100 milioni di persone.
L'analisi del WWF mostra chiaramente come le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell'acqua e della sua acidita', siccita' e burrasche.
Se la comunita' internazionale non corre ai ripari nella lotta ai cambiamenti climatici, potrebbe non esistere piu' l'ambiente marino piu' ricco di biodiversita' al mondo e le conseguenze ricadrebbero sulle stesse popolazioni della regione: circa 100 milioni di persone di fatto non avrebbero piu' fonti di sostentamento.
Una perdita di cosi' vaste proporzioni potrebbe essere evitata se da subito si intraprendesse un'azione globale sul riscaldamento del pianeta, con un' attenzione maggiore all'eccesso di pesca e alla prevenzione dell' inquinamento.
giovedì 7 maggio 2009
API E CLIMA: MORIA API CAUSATA DAL RISCALDAMENTO GLOBALE , DAI PESTICIDI E DA AGENTI PATOGENI
La moria delle api è causata principalmente dai pesticidi utilizzati nell’agricoltura. Le api infatti durante la fase di impollinazione da un fiore all’altro rimangono intossicate dalle sostanze presenti nei pesticidi e muoiono in poco tempo. Un altra causa di morte per le api è rappresentata negli ultimi anni dall’inquinamento elettromagnetico provocato dalla diffusione dei telefoni cellulari. Il segnale dei telefonini causa stordimentto nelle api, le quali perdono il senso d’orientamento e smarriscono la strada dell’alveare. L’inquinamento elettromagnetico pare inoltre essere causa di alcune gravi malattie virali che stanno decimando la popolazione di api. Non ultimi i cambiamenti climatici. Negli ultimi anni abbiamo potuto verificare stagioni sempre più instabili, con una forte alternanza di lunghi periodi di siccità ad improvvisi cali della temperatura. Questo tipo di andamento climatico irregolare comporta una presenza discontinua dei nutrienti necessari al corretto sviluppo delle api. A risentirne è l’intero alveare le cui difese calano in modo significativo.L'analisi dei cambiamenti climatici ed il legame tra questo fenomeno e l'assottigliamento delle popolazioni di api su scala mondiale confermano un preciso collegamento tra il riscaldamento globale e il fenomeno della moria delle api.
Il problema non è che non ci sono più le mezze stagioni. Il problema è che le mezze stagioni non sono più mezze. E, anzi, a causa dei cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale sono andate via via estendendosi, rosicchiando di decennio in decennio sempre più giorni alla stagione fredda. Rimodulando il vecchio adagio, si potrebbe allora dire che non ci sono più gli inverni di una volta. E ad accorgersene, sulla loro pelle, sono state le api. Le quali, scombussolate da un calendario che non è più lo stesso di un tempo, si ritrovano ora in una condizione di eccessivo stress che sta portando alla decimazione delle colonie.
LO STUDIO - La conferma arriva da una ricerca realizzata dal Centro di ricerche in bioclimatologia medica, biotecnologie e medicine naturali dell'Università degli studi di Milano con la collaborazione di Agrofarma. Lo staff guidato dal prof. Umberto Solimene ha studiato l'evoluzione del clima in un intervallo temporale che va dalla fine del 19esimo secolo ai giorni nostri, soffermandosi sulle osservazioni meteorologiche condotte a partire dal 1880 e poi nel dettaglio sulle osservazioni satellitari disponibili dal 1978 ad oggi. Il risultato è una conferma di quanto già da tempo viene denunciato: il riscaldamento globale c'è, l'aumento in 130 anni è stato di circa un grado e i dodici anni compresi tra il 1995 e il 2006 sono stati in assoluto i più caldi della storia. Ma non solo: «E' evidente un restringimento della stagione invernale che ha innescato, per riflesso, un probabile allungarsi della finestra di attività delle api, ipotizzabile in 20-30 giorni di lavoro in più all'anno - sottolinea il prof Solimene -. Questo prefigura uno stress aggiuntivo a carico delle api che comprometterebbe la loro salute. Lo stesso sincronismo tra la fase della fioritura e la ripresa dell'attività di volo delle api dopo l'inverno potrebbe avere subito importanti sfasature».
I FATTORI DI RISCHIO - Nelle api lo stress funziona esattamente come nell'uomo: ad una fase di allarme segue quella di adattamento che consente di tirare avanti e che dura fino al momento in cui non si registra un crollo. Crollo che evidentemente ora c'è stato e che si manifesta con il drastico assottigliamento della popolazione apistica su scala mondiale, con un'incidenza maggiore negli Stati Uniti, in Europa e in Australia. Per il team di studiosi che ha condotto la ricerca, le condizioni climatiche sono responsabili per almeno il 50% della decimazione delle colonie di api. Poi entrano in gioco altre concause, come l'inquinamento e l'azione devastante della verroa, un acaro che si infiltra negli alveari e che si rivela sempre più aggressivo, in quanto gli insetti indeboliti dallo stress non riescono ad opporre resistenza.
ALVEARI IN AFFITTO - Il problema delle api non è una questione privata, non riguarda in realtà solamente le api. Questi insetti sono un calzante paradigma di quanto gli effetti delle azioni dell'uomo sull'ambiente possano creare scompensi su vasta scala. La diminuzione delle colonie ha ripercussioni dirette sull'attività legata all'apicoltura. Ma gli effetti si fanno sentire, e pesantemente, anche in forma indiretta in diversi altri settori. Nelle settimane scorse, ad esempio, la rivista americana Time nel suo «Annual special issue» è tornata a puntare i riflettori sulle difficoltà che incontrano i coltivatori della California nella gestione dei loro frutteti: la produzione di mandorle, di cui lo Stato governato da Arnold Schwarzenegger è il principale esportatore al mondo, ha subito un drastico calo per la mancanza di un numero sufficiente di insetti per l'impollinazione, con il risultato che gli agricoltori sono stati costretti ad affittare alveari facendoli arrivare appositamente da altre zone degli States. Che negli Usa il problema sia particolarmente sentito, lo dimostra anche il fatto che della questione sia stato investito anche Gil Grissom, il protagonista di Csi, che nell'ultima serie del fortunato serial poliziesco della Cbs è chiamato, tra i diversi casi, ad occuparsi anche di una misteriosa epidemia che sta colpendo le api in diverse parti del mondo. Quando la realtà entra nella fiction, insomma.
LA PAROLA AI GOVERNI - La moria delle api, che lo scorso anno aveva registrato picchi elevatissimi anche in Italia, è dunque un problema di cui si è iniziato a prendere coscienza e a cui in qualche modo bisognerà porre rimedio. «I nostri dati attribuiscono ai cambiamenti climatici una grossa fetta di responsabilità nella scomparsa delle api - dice ancora il prof. Solimene -. La ricerca è solo un punto di partenza, una fotografia dello stato dell'arte. Agire sui fattori che influenzano il clima è la vera sfida. Il mondo scientifico può solo lanciare l'allarme. Ora tocca ai governi fare la loro parte».
STUDIO CANADESE - Intanto dal Canada arriva un'altra ipotesi sulle cause che stanno portando le api alla distruzione. Secondo alcuni ricercatori guidati da Michel Otterstarter dell'Università di Toronto gli alveari selvatici sarebbero gravemente colpiti da una malattia diffusa dalle api d'allevamento. Secondo i ricercatori sarebbero proprio le api allevate a fini commerciali e poi rilasciate all'interno delle serre per favorire l'impollinazione delle piante a diffondere pericolosi patogeni che mettono a rischio la sopravvivenza delle api in natura. Analizzando una popolazione di bombi selvatici che viveva nei dintorni di un'area coltivata, gli studiosi sono riusciti a determinare questo interscambio di patogeni tra le due popolazioni di api: quelle selvatiche e quelle allevate. L'agente patogeno si chiama 'Crithidia bombi', un parasita che tipicamente infetta le api allevate, ma assente in quelle che vivono in natura.
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giovedì 19 marzo 2009
«Ancora tre gradi di temperatura e la calotta antartica collasserà»
Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli
matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.
ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».
PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.
PROIEZIONI - Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».
matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».
PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.
PROIEZIONI - Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».
mercoledì 18 marzo 2009
ULTERIORE AUMENTO TEMPERATURE A RISCHIO CALOTTA POLARE

Un ulteriore aumento delle temperature medie globali potrebbe causare il collasso della calotta antartica occidentale. Lo evidenzia l'analisi di carote di sedimenti prelevate al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), in Antartide, che ha portato un numeroso gruppo di ricercatori del progetto ANDRILL (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti dell'INGV a interessanti scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quando la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano piu' alte delle condizioni attuali.
I risultati hanno messo in luce per la prima volta una calotta polare estremamente dinamica, le cui fluttuazioni sono avvenute seguendo la periodicita' di un parametro dell'orbita terrestre (variazione ciclica dell'inclinazione dell'asse terrestre). La calotta polare occidentale e' periodicamente collassata e, nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto.
I dati raccolti da questa ricerca - avvertono gli studiosi - sono estremamente importanti per avere un'idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell'aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera.
Secondo Enzo Boschi, presidente dell'INGV un fenomeno analogo di collasso della calotta occidentale potrebbe infatti verificarsi di nuovo, se le temperature aumentassero di 3*C.
Più nel dettaglio
Che cosa succederà se le temperature medie del nostro pianeta dovessero aumentare di tre gradi entro la fine di questo secolo, come temuto da molti climatologi alla luce del galoppante aumento delle concentrazioni di gas serra? Questa volta la risposta arriva dalla ricostruzione di eventi del passato, piuttosto che da modelli matematici che dipingono incerti scenari futuri. Succederà che una consistente porzione della calotta glaciale antartica collasserà, inondando di acque gli oceani della Terra. La conferma che è sufficiente un aumento delle temperature apparentemente piccolo, per provocare conseguenze enormi è contenuta in un articolo apparso sull’ultimo numero di Nature a firma di un numeroso gruppo internazionale di geologi del progetto Andrill (ANtarctic geological DRILLing), fra i quali tre italiani dell’Istituto nazionale di geofisica vulcanologia (Ingv): Fabio Florindo (coordinatore del progetto), Massimo Pompilio e Leonardo Sagnotti. La ricerca, partita dall’analisi di sedimenti prelevati al di sotto della piattaforma di ghiaccio galleggiante del mare di Ross (Ross Ice Shelf), è approdata a fondamentali scoperte sull'evoluzione della calotta occidentale dell'Antartide (West Antarctic Ice Sheet) in un intervallo di tempo che va da 5 a 3 milioni di anni fa, quanto la temperatura media del nostro pianeta ed il contenuto di CO2 in atmosfera erano più alte delle condizioni attuali.
ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».
PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.
PROIEZIONI - Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».
ASSE TERRESTRE - Per la prima volta è stata acquisita la certezza che la calotta polare antartica è estremamente dinamica, molto sensibile a piccole variazioni di temperatura e che, sui lunghi periodi del passato, queste fluttuazioni sono correlabili a cicliche variazioni dell'inclinazione dell'asse terrestre. «In coincidenza dei periodi relativamente più caldi, con temperature più elevate di 3 gradi rispetto a oggi, la calotta polare occidentale è periodicamente collassata –spiega il dottor Fabio Florindo dell’Ingv- . Nella regione del Mare di Ross, la piattaforma di ghiaccio galleggiante, oggi estesa come la Francia, e' andata progressivamente ritirandosi fino a dare spazio a condizioni di mare aperto. I dati raccolti da questa ricerca sono estremamente importanti per avere un’idea di quello che potrebbe accadere nei prossimi decenni in conseguenza dell’aumento incontrollato delle emissioni di gas serra in atmosfera».
PERFORAZIONE - «Per raggiungere i sedimenti da analizzare», ha aggiunto il ricercatore, «abbiamo dovuto perforare circa 1300 m di sedimenti, dopo avere attraversato con le aste di perforazione 85 metri di ghiaccio del Ross Ice Shelf e 850 metri di acqua. Così facendo è stato possibile andare più a ritroso nel tempo». Infatti, a differenza delle carote di ghiaccio prelevate nell’ambito del progetto Epica (European Project for Ice Coring in Antarctica), che hanno permesso di estendere le conoscenze sul clima della Terra fino a circa un milione di anni fa, con lo studio di sedimenti profondi è possibile spingersi indietro di diverse decine di milioni di anni, quando ancora non esistevano delle calotte di ghiaccio in Antartide.
PROIEZIONI - Programmi di ricerca come Andrill sono considerati di estrema importanza per risolvere le incertezze sul comportamento futuro delle calotte polari dell’Antartide in questa fase di riscaldamento globale. I dati acquisiti aiutano a comprendere la dinamica delle antiche calotte polari e del ghiaccio marino stagionale, e a verificare i modelli matematici sull’evoluzione del clima a scala planetaria. Ma è verosimile che un fenomeno analogo al collasso della calotta antartica occidentale possa verificarsi di nuovo, questa volta a causa dell’uomo, se le temperature aumentassero di 3°C? «Certamente si –risponde il presidente dell’Ingv professor Enzo Boschi-. Negli ultimi anni è salito alla ribalta dell’informazione di massa il problema del progressivo riscaldamento del nostro Pianeta legato all’emissione indiscriminata di gas serra nell’atmosfera. Nel corso del XX secolo il riscaldamento è stato di circa 0.7°C, ma secondo una delle proiezioni dell’IPCC-2007 nel 2100 la temperatura sarà analoga a quella presente sulla Terra prima della formazione di una calotta di ghiaccio in Antartide. In quest’ottica, è importante tenere sotto controllo gli effetti di questo riscaldamento ai poli poiché l’Artide e l’Antartide, le regioni più fredde del Pianeta, sono quelle che risentono maggiormente delle variazioni climatiche. A titolo di esempio, basti pensare a quello che è accaduto nel febbraio del 2002 alla piattaforma di ghiaccio del Larsen B (Penisola Antartica) a causa del riscaldamento globale. Questa piattaforma che aveva una estensione di ben 3.250 chilometri quadrati e uno spessore di 220 metri, si è disintegrata nel giro di 30 giorni».
sabato 14 marzo 2009
EFFETTO SERRA: SE SI CONTINUA COSì ADDIO ORSI POLARI E ADDIO CORALLI
Se il clima continua ad aumentare il 90% dei coralli della Grande Barriera sparirà nei prossimi 40 anni Se non si rallenta il riscaldamento del pianeta alcune specie di animali spariranno: alcune entro il 2050 altre, come gli orsi polari, entro la fine del secolo. Anche per queste ragioni scatta l'"Earth Hour", una simbolica ora al buio in tutto il Mondo per sensibilizzare opinione pubblica e governi sulla necessità di interventi urgenti per salvare la vita di piante e animali, tra i quali ci siamo anche noi. Alle 20.30 del 28 marzo verrà spenta la luce per un’ora in una grande Ola planetaria di buio. Mancano 14 giorni.
L'ALLARME DEGLI SCIENZIATI - Intanto sono arrivate le conclusioni del Congresso Internazionale sul Cambiamento Climatico che si è svolto a Copenaghen dal 10 al 12 marzo e che ha visto il contributo nei vari campi della scienza climatica di 1600 scienziati da più di 70 paesi. Le osservazioni sui livelli di emissione globale di gas serra «rendono sempre più probabili i peggiori scenari tra quelli realizzati dall'Ipcc (Comitato intergovernativo sui cambiamenti climatici)». Gli scienziati avvertono che «si evidenzia un andamento tale da far ipotizzare un accresciuto rischio, per il futuro, di cambiamenti climatici bruschi e irreversibili».
LE CONSEGUENZE GENERALI - Nel frattempo il Wwf, che ha lanciato questo evento planetario, ha commissionato uno studio degli impatti che i cambiamenti climatici avranno sulle specie più conosciute al mondo. I risultati sono quelli di un mondo molto diverso da quello di oggi: il 90% dei coralli della Grande Barriera Corallina potrebbe scomparire entro il 2050, lo stesso vale per il 75% dei pinguini di Adelia dell’Antartico mentre gli orsi polari potrebbero essere spazzati via del tutto entro la fine di questo secolo. La Mappa del Wwf mostra che l’ "Effetto Clima” non risparmia nessuna regione al mondo costituendo anche per gli animali una minaccia globale che si aggiunge a quelle già esistenti come la deforestazione, il consumo del territorio, il prelievo non sostenibile delle risorse, il commercio e il bracconaggio: entro 50 anni più del 70% dell’habitat delle tigri in India e in Bangladesh potrà essere perso.
NEL MARE - Si riducono anche le risorse alimentari marine per effetto delle correnti oceaniche stravolte o per la riduzione della banchisa antartica o per l’acidificazione degli oceani dovuta all’aumento di livelli di anidride carbonica nell’atmosfera. A rischio dunque per un incrocio di fattori negativi balene, capodogli e delfini. Dai mari traggono cibo anche i pinguini imperatori e i pinguini di Adelia: delle 19 specie di pinguini 11 sono minacciate di estinzione. Con un aumento di 2°C il 50% dei pinguini imperatore e il 75% di quelli di Adelia è destinato a scomparire. Anche le tartarughe marine vivono una crisi tutta particolare: c’è un totale squilibrio tra maschi e femmine giacchè i 34°C che si registrano sulle spiagge rispetto alla media 25-32°C risultano letali per le uova e comunque riducono la nascita degli esemplari maschi. Per gli orsi polari i nume
ri sono particolarmente drammatici: con l’incremento delle temperature fino a 5° nell’Artico negli ultimi 100 anni, sta scomparendo l’habitat vitale per questi predatori e le loro prede. 6 sottopopolazioni sono già in declino e all’attuale tasso di riduzione di ghiaccio, il 42% dell’habitat estivo dell’orso polare potrebbe andare perduto entro la metà di questo secolo.
NELL'ARIA - Effetto-clima anche sugli uccelli marini più grandi del pianeta, gli Albatross, particolarmente fedeli ai loro nidi e dunque maggiormente a rischio quando si tratta di isole antartiche remote come le Macquarie, Mewstone, Pedra Branca, etc. «Potremmo vivere in un mondo in cui gli elefanti non vagano più nella savana, gli oranghi si trovano solo in cattività e gli orsi polari che si spostano sui ghiacciai appaiono solo nei documentari d’archivio? Nessuno di noi può accettare questo scenario. Sarebbe un mondo triste e più povero senza gli equilibri dinamici essenziali che garantiscono anche la vita umana – ha dichiarato Fulco Pratesi, Presidente onorario del WWF Italia - Gli individui, le società e i governi devono fare qualunque cosa in loro potere per impegnarsi nella lotta ai cambiamenti climatici e mitigare gli impatti sulla biodiversità e i ricchi habitat naturali dai quali dipendiamo tutti noi».
Fonti : wwf e corriere
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