Navi dei veleni, a fondo. L'ultima probabilmente è quella scoperta nel Tirreno Cosentino, grazie alle rivelazioni di un pentito. Sono anni che se ne parla: naufragi dolosi, al largo delle nostre coste e, più spesso, di fronte a quelle dei paesi del terzo mondo, Africa in particolare. «L'importante ritrovamento del relitto affondato a largo di Cetraro speriamo permetterà di affrontare con nuovo vigore le inchieste chiuse forse troppo frettolosamente e le indagini mai correttamente approfondite su una pratica assai diffusa che ha visto, tra gli anni Ottanta e Novanta, una quarantina di navi affondare misteriosamente nei punti più profondi del Mediterraneo». Così Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente commenta in una nota il ritrovamento del relitto nel mare di Cosenza.
DOSSIER DAL 1994 - «Abbiamo chiesto un incontro al Procuratore di Paola per offrire il nostro aiuto consegnando i dossier raccolti sin dal 1994 con i primi esposti presentati e l'ampia documentazione assemblata nel tempo sulle misteriose sparizioni di navi che non hanno mai lanciato il may-day mentre gli equipaggi si sono stranamente volatilizzati». Legambiente cita il caso della motonave Nikos I (1985), della Mikigan (1986), della Rigel (1987), della Rosso (ex Jolli Rosso, 1990), della Anni (1989), della Marco Polo (1993), della Koraline (1995). «Ora si riaprano le inchieste - ha concluso Nuccio Barillà di Legambiente Calabria - per perseguire i responsabili e monitorare il pericolo di contaminazione delle acque responsabili di patologie gravi per l'uomo e danni enormi all'ecosistema. Dobbiamo rilanciare la richiesta e l'impegno affinchè si approdi quanto prima alla verità sulle tante vicende legate all'intrigo radioattivo, caratterizzato da connivenze e reticenze a vari livelli e anche morti misteriose. Chiediamo misure serie ed immediate a tutela del diritto di sapere dei cittadini e per scongiurare che nel futuro fatti come questi tornino a verificarsi».
PRELIEVO DEI CAMPIONI - Nel frattempo saranno completate le operazioni di prelievo dei campioni da analizzare nei fondali del mare Tirreno a Cetraro, dove sabato è stato individuato un mercantile con fusti sospetti. Nell'ultimo fine settimana non è stato possibile terminare l'attività a causa delle forti correnti in profondità.
TASK FORCE DEL MINISTERO DELL'AMBIENTE - Intanto una task force del Ministero dell'Ambiente è pronta a operare nel mar Tirreno al largo della Calabria nella zona dove è stato individuato il relitto. A questo scopo si è svolto un vertice presso il Ministero dell'Ambiente alla presenza anche della Guardia Costiera, che è dotata di unità per la tutela ambientale attrezzate con le più moderne tecnologie. Intanto i mezzi navali antinquinamento utilizzati dal Ministero si stanno già dirigendo nella zona. «Obiettivo - conclude la nota - è quello di mettere in campo tutte le unità e le conoscenze tecniche che possano agevolare l'accertamento di ciò che è sepolto in fondo al Tirreno e, quindi, eventualmente programmare gli interventi necessari a salvaguardia dell'ambiente e della salute pubblica. Il ministero, in considerazione del fatto che la vicenda è oggetto di una inchiesta della magistratura, metterà mezzi e professionalità a disposizione della Procura competente, che è stata già contattata ed informata, al fine di operare in modo coordinato con l'obiettivo di un sollecito accertamento dei fatti e degli eventuali rischi di inquinamento».
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lunedì 14 settembre 2009
mercoledì 26 agosto 2009
LEONI MARINI :Moria di leoni marini in Cile

Morte dovuta a scarsita' di cibo o inquinamento??!!!
Le autorita' del Cile stanno indagando sulle cause della moria di una popolazione di leoni marini nel nord del Paese. Circa 300 esemplari, molti dei quali cuccioli, sono stati trovati morti o agonizzanti. Secondo alcuni esperti, la morte e' dovuta a cause naturali oppure alla scarsita' di cibo, mentre per i gruppi ecologisti dell'area la responsabilita' e' di uno stabilimento minerario oppure di un generatore termico che si trovano nelle vicinanze.
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martedì 25 agosto 2009
inquinamento marino: CHIUSA LA GROTTA AZZURRA a causa SCHIUMA E MIASMI NAUSEABONDI.

Addensamenti di schiuma biancastra e miasmi insopportabili. Sono le cause della momentanea chiusura della Grotta Azzurra ad Anacapri, disposta dalla Asl dopo la segnalazione giunta dai turisti e dagli stessi marinai che li portano a visitare una delle particolarita' piu' note dell'isola. Le indagini sul nuovo sconcertante episodio verificatosi nella Grotta caprese sono affidate ai carabinieri. Sul luogo sono intervenuti dapprima tecnici dell'Asl e poi dell'Arpac per prelievi ed esami che accertino la natura delle sostanze presenti nell'acqua e dei loro possibili effetti sull'uomo.
Una schiuma bianca sospetta e malori tra i visitatori. Una striscia di schiuma bianca e l’atmosfera irrespirabile ha portato alla chiusura della Grotta, nell’isola di Capri, che viene visitata da migliaia di persone al giorno. Un marinaio ha avvertito anche un malore. Il fenomeno è ora al vaglio dei biologi e dei tecnici dell’Asl che sono arrivati immediatamente nella zona dove stanno effettuando i prelievi sia nello specchio d’acqua antistante sia nella Grotta. Insieme ai tecnici dell’Asl anche i marinai della Capitaneria di Porto che hanno avviato un’inchiesta.
Liquiami fognari Nei giorni scorsi, liquami fognari erano stati riscontrati nell’area della Grotta azzurra mentre successivamente un ristoratore fu sorpreso, sempre nell’isola azzurra, a sversare bottiglie di vetro in mare. Sulla vicenda stanno svolgendo indagini i carabinieri che si sono avvalsi della collaborazione di tecnici dell’Asl Napoli 1 e del Comune per accertare la natura della sostanza rinvenuta. Solo dopo gli accertamenti, fanno sapere gli investigatori, si potranno definire con certezza le modalità e la tempistica della riapertura del sito. Oltre agli episodi legati al danno ambientale, i carabinieri ieri hanno scoperto una coltivazione di cannabis in un terreno a ridosso della famosa Grotta, arrestando due giovani.
lunedì 24 agosto 2009
INQUINAMENTO MARI: IN AUSTRALIA massiccia perdita di greggio da un pozzo off-shore

Una massiccia perdita di greggio da un pozzo off-shore in Australia, in soli tre giorni ha creato un fiume nero lungo almeno 14 km. La perdita, secondo gli operatori, non potra' essere bloccata per quasi due mesi, mentre gli ambientalisti lanciano l'allarme. Un mix di gas e petrolio condensato fuoriesce nel mare di Timor, a 3.600 metri di profondita', da un pozzo sottomarino di un'affiliata della Ptt Exploration che dovra' rimborsare milioni di dollari per i costi di decontaminazione.
FONTE : ANSA
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mercoledì 19 agosto 2009
PETROLIERA CON CARICO NAFTA IN FIAMME DOPO SCONTRO CON NAVE del carburante è finito in mare

Una nave cisterna con 58.000 ton. di nafta e' in fiamme dopo una collisione con un cargo nello Stretto di Malacca, in Malaysia. Nove marinai sono dispersi. La Formosaproduct Brick, era partita dagli Emirati Arabi e diretta in Corea del Sud, prima della collisione con la nave cargo britannica Ostende Max.
La collisione fra una petroliera di Taiwan che trasportava 58.000 tonnellate di nafta e un'altra imbarcazione greca ha provocato un incendio nello Stretto di Malacca, che divide l'isola di Sumatra dalla penisola malese. Lo ha riferito la polizia malese aggiungendo che nove membri dell'equipaggio risultano scomparsi.
L'incidente sarebbe stato causato dall'imbarcazione greca che e' andata a sbattere contro la parte sinistra della petroliera taiwanese partita dagli Emirati Arabi Uniti.
''La Mt Formosa Product Brick e' in fiamme e temiamo possa affondare'', ha detto il capo della polizia marittima locale, Rizal Ramli, aggiungendo che ''lo scontro e' accaduto la scorsa notte a Port Dickson. Sedici membri dell'equipaggio, principalmente di nazionalita' cinese e due proprio di Taiwan, sono stati salvati''.
La Mv Ostende Max, invece, non ha subito gravi danni anche se ne e' stato ordinato l'ormeggio a Port Dickson per le indagini, come si legge da un comunicato diffuso dalle forze dell'ordine della Marittima Malese, Mmea.
Il capo della polizia di Stato di Negeri Sembilan, Osman Saleh, ha detto all'Afp che la nave stava trasportando 58.000 tonnellate di nafta dalla Corea del Sud a Singapore. Saleh ha dichiarato che del carburante e' finito in mare e che decine di funzionari della Marina stanno cercando di spegnere le fiamme.
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martedì 18 agosto 2009
Grotta azzurra ( Anacapri): USATA COME UNA FOGNA!!

NAPOLI - Gli inquinatori, e quelli campani ormai non si contano più, non lasciano intatta neanche la straordinaria Grotta azzurra. Due individui, entrambi di Castellammare di Stabia, sono stati sorpresi la scorsa notte a sversare in mare in prossimità dell’ingresso del celebre anfratto roccioso, ad Anacapri, i liquami provenienti da alcuni pozzi neri di strutture ricettive e abitazioni non collegate alla rete fognaria. I due - Salvatore Guerriero, 28 anni, e Salvatore Criscuolo, 52enne - sono stati arrestati in flagranza di reato dai carabinieri della locale stazione. L’accusa è di deturpamento di bellezze naturali ed illecito smaltimento di rifiuti fognari in zona sottoposta a vincolo ambientale e paesaggistico. Ora da più parti si chiede che vengano effettuate analisi nello specchio d’acqua interessato.
DITTA DI ESPURGO - I due uomini arrestati sono dipendenti di una ditta di espurgo pozzi neri di Castellammare, e stavano sversando direttamente a mare attraverso un tubo di gomma posto sulla scogliera i liquami contenuti in una autobotte prelevati dai pozzi neri. L’autobotte (della capacità di 5000 litri) è stata sottoposta a sequestro preventivo. L’arresto dei due responsabili è stato convalidato: per loro sono scattati gli arresti domiciliari in attesa del processo rinviato al 25 agosto.
INDAGINI - Adesso i carabinieri di Anacapri guidati dal comandante di stazione Cristoforo Perilli hanno avviato una indagine sul territorio per stabilire se esistono responsabilità da parte dell’impresa di Castellammare, in provincia di Napoli. Intanto resta sotto sequestro l’autobotte adibita al servizio trasporto liquami.
IL SINDACO: CI COSTITUIREMO PARTE CIVILE - Sull'increscioso episodio il Comune di Anacapri assicura «fin d’ora, il proprio impegno nella vigilanza diurna e notturna affinché tali incresciosi episodi non abbiano a verificarsi». L’amministrazione comunale intende, inoltre, costituirsi parte civile nel giudizio che eventualmente andrà ad instaurarsi «a difesa del buon nome della località turistica, nonché sotto il profilo della tutela igienico-sanitaria dei bagnanti».
LEGAMBIENTE: ATTO DI GRAVITA' INAUDITA - Il presidente di Legambiente Campania, Michele Buonomo, definisce l’episodio di «gravità inaudita». «Abbiamo proprio toccato il fondo - dice in una nota - Questo è un atto criminale, preoccupante. In Campania ormai l’illegalità ambientale ed il rispetto del territorio è all’anno zero. Non si fermano davanti neanche ad una bellezza come la Grotta Azzurra invidiataci in tutto il mondo». «Pensare di ridurre ad un fogna la Grotta Azzurra - conclude Buonomo - è opera solo di ignoranza, inciviltà e barbarie. Ormai la lista degli episodi di inquinamento sta diventando sempre più lunga e non risparmia nulla, mettendo sempre più a rischio il territorio, l’ambiente e la salute dei cittadini e turisti. Ora è necessario intervenire immediatamente per tutelare e preservare la Grotta simbolo del nostro Belpaese in tutto il mondo».
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lunedì 17 agosto 2009
inquinamento del MARE: 100 AREE CRITICHE. Maglia nera per inquinamento a Calabria e Campania.

Cento aree critiche minacciano il mare italiano. Maglia nera per inquinamento a Calabria e Campania. Sale sul banco degli imputati il sistema di depurazione, di cui sono privi ben 18 milioni di italiani. E' questo il bilancio di Goletta Verde che oggi ha concluso a Capalbio i suoi due mesi di navigazione. Un tour lungo oltre 2.000 miglia e 23 tappe per monitorare la salute del mare, denunciare i casi di mala gestione e gli abusi edilizi sui litorali.
A presentare i risultati di due mesi di campagna questa mattina a Capalbio erano presenti: Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, Angelo Gentili, segreteria nazionale di Legambiente, Massimo Serafini, portavoce Goletta Verde, Luigi Bellumori, sindaco di Capalbio, Francesca Maria Montemagno, responsabile comunicazione e marketing Renergies Italia, Andrea Di Stefano, responsabile relazioni istituzionali Novamont e Stefano Riva, amministratore delegato Weleda Italia .
Nella sua XXIV edizione, la storica campagna di Legambiente ha puntato i riflettori sui punti critici dell'ecosistema marino-costiero, analizzando le foci dei fiumi e i tratti di mare interessati da fenomeni di inquinamento, dalla mancata o scarsa depurazione agli scarichi illegali, ma anche le coste deturpate dal cemento vista mare e minacciate da nuovi appetiti speculativi. E il bilancio di questo viaggio e' tutt'altro che positivo: gravemente inquinati l'81% dei campioni analizzati dai biologi del Cigno Verde, valori di inquinanti microbiologici oltre i limiti di legge per il restante 19% dei punti monitorati. Piu' che un campanello d'allarme i dati emersi dalle analisi di Goletta Verde soprattutto sulle foci dei corsi d'acqua delineano il quadro di un'emergenza nazionale: fortemente contaminati da coliformi, streptococchi fecali ed escherichia coli, i fiumi di tutto il Belpaese rappresentano la maggiore fonte di inquinamento per le acque dei nostri mari. Una situazione di cui le principali responsabilita' vanno attribuite ai Comuni che scaricano i propri reflui nei corsi d'acqua senza effettuare un'adeguata depurazione o senza depurare affatto.
Un quadro confermato dall'imminente avvio della procedura d'infrazione europea per il mancato trattamento delle acque reflue in ben 525 comuni con oltre 15mila abitanti e dal Rapporto Blue Book 2009 di Utilitatis e Anea secondo il quale l'85% degli italiani e' servito dalla rete di fognatura e solo il 70% da un impianto di depurazione.
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giovedì 18 giugno 2009
DELFINI DEL MEKONG a rischio di estinzione

I delfini del Mekong a rischio di estinzione, l'allarme arriva dal Wwf. Questi mammiferi sono classificati con il nome scientifico di delfini dell'Irrawaddy, dal nome del principale fiume birmano dove furono scoperti la prima volta.
I delfini vivono soprattutto nei 190 chilometri compresi tra Si Pahn Don (Laos Meridionale), dove il fiume forma la grande ansa di 4 mila isole e la zona oltre le rapide del Mekong (Cambogia Settentrionale). L'ultimo censimento ha stimato una popolazione compresa tra 64 a 76 esemplari, una volta superavano il migliaio di unita'.
Dal 2003 sono morti circa 80 esemplari e la moria si e' accentuata in queste ultime settimane. Nei corpi degli animali morti sono state trovati quantita' eccessive di pesticidi, mercurio e altri agenti inquinanti. Per il Wwf occorre subito un programma di preservazione di questa specie combattendo sia l'inquinamento e combattendo la pesca illegale con come le reti a barriera, dove speso rimangono intrappolato questi mammiferi. Il programma di ripopolamento dei governi di Ventiane e Phonm Penh contava di portare il numero di delfini a 170, ma per ora sembra destinato al fallimento.I delfini del Mekong furono decimati da parte dei Kmer Rossi nella seconda parte degli anni 70. I seguaci di Saloth Sar, alias Pol Pot, utilizzavano il grasso dei mammiferi per lubrificare i mezzi di trasporto e per l'illuminazione. Il Mekong attraversa sei paesi: nasce nella provincia meridionale cinese dello Yunnan, per poi attraversare Birmania, Tailandia, Laos, Cambogia e Vietnam.
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lunedì 1 giugno 2009
Haven: ostriche test per stato acque

Ostiche e membrane ricettive sono state piazzate nel mare ( 30-05-2009) presso il relitto della Haven allo scopo di verificare la qualita' delle acque. Le ostriche sono state collocate dai sommozzatori dei carabinieri in cinque gabbie in parte a 100 metri dalla petroliera e in parte sul cassero della nave stessa, affondata presso Arenzano. Verranno ritirate verso la fine di giugno 2009 e analizzate dall'Arpal, che sta conducendo la campagna di monitoraggio e di bonifica dagli idrocarburi.
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domenica 31 maggio 2009
POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!

Sotto la calotta artica che va assottigliandosi, un oceano di materie prime. Miliardi di barili di petrolio e migliaia di miliardi di metri cubi di gas naturale, probabilmente destinati a intensificare la battaglia geostrategica, già in corso, per le risorse energetiche nascoste all'ombra dei ghiacci eterni. Una potenziale benedizione, secondo i fautori delle trivellazioni senza confini e senza patemi. O una pericolosa e devastante tentazione, secondo gli ambientalisti, preoccupati dello stato di salute di un ecosistema fragilissimo e già a rischio.
Uno studio dell'Us Geological Survey, pubblicato questa settimana su Science Magazine, rivela che il 30% di tutti i giacimenti non ancora scoperti del pianeta di gas naturale e il 13% di quelli di petrolio, sono localizzati sotto i fondali del Polo Nord. Detto altrimenti, la regione più settentrionale della Terra conterrebbe da sola l'equivalente dell'intero fabbisogno mondiale di greggio per 3 anni e di metano per 14 anni. Quest'ultimo dato, soprattutto, porta Donald Gautier, lo scienziato che ha guidato la ricerca, a concludere che «la futura preminenza della Russia nel controllo strategico delle risorse di gas è destinata ad accentuarsi ed estendersi». Gran parte dell'area che contiene il futuro scrigno dell'energia appartiene infatti alla Federazione Russa, già oggi maggior produttore al mondo di gas naturale. Quello degli studiosi americani è il primo rapporto dettagliato sul potenziale energetico dell'Artico, dove la durezza delle condizioni climatiche e orografiche, oltre ai relativi ritardi della tecnologia, ha finora limitato le esplorazioni a poche zone al largo delle coste degli Stati Uniti o della Russia.
Ma l'assottigliamento progressivo delle riserve di greggio (la cui produzione, in mancanzadi nuove scoperte, dovrebbe cominciare a calare dal 2020) e il lento ma progressivo scioglimento della calotta artica, dovuto all'effetto serra, hanno improvvisamente reso più attraente la nuova frontiera energetica del Grande Nord. Con il corollario che tutti i Paesi, i cui confini toccano il circolo polare, sono già pronti a lottare per rivendicare la loro quota del bottino. Oltre a Russia e Usa, anche Norvegia, Danimarca (per via della sovranità sulla Groenlandia) e Canada sono nella partita. «Nel bene e nel male — dice Paul Berkman, dello Scott Institute presso la Cambridge University in Inghilterra — le limitate prospettive di esplorazione altrove e i nuovi progressi tecnologici hanno reso l'Artico sempre più interessante per questo tipo di sviluppo». Nel 2001 Mosca aveva rivendicato formalmente presso le Nazioni Unite i suoi diritti di ricerca nella zona, contestata da tutti gli altri Paesi. Poi, due anni fa, un mini-sottomarino russo aveva piantato una bandiera di titanio sul fondale sotto il Polo Nord, in un'area rivendicata anche da Copenaghen.
All'inizio di maggio, la Russia ha fatto sapere di essere pronta a usare anche la forza militare per proteggere i suoi diritti nella regione. Illustrando le metodologie e i risultati della ricerca, Gautier ha detto che alle stime si è giunti grazie alla creazione di una mappa geologica, che ha permesso di identificare le rocce sedimentarie, potenzialmente in grado di ospitare riserve di petrolio e gas. Queste sono state poi comparate, grazie a modelli matematici di probabilità, a identiche stratificazioni in altre regioni del mondo, che contengono greggio o metano. L'esito è stato ben oltre le aspettative più ottimistiche: «A nostro avviso, a Nord del Circolo polare artico ci sono tra 40 e 160 miliardi di barili di petrolio, abbastanza cioè da soddisfare la domanda mondiale per più di tre anni. E 1,6 milioni di miliardi di metri cubi di gas naturale, che equivalgono a quasi 15 anni di consumo planetario». Ancora più invitante è il fatto che la maggior parte delle riserve si troverebbe sotto la cosiddetta piattaforma continentale, in una zona dove i fondali marini non sono mai a più di 500 metri, quindi relativamente facili da trivellare. Gautier e il suo team tuttavia non hanno volutamente preso in considerazione la praticabilità economica o l'impatto ambientale di eventuali perforazioni. Hanno però ricordato nello studio che, per quanto ingente, la quantità di greggio e gas potenzialmente individuata non è grande abbastanza da modificare gli attuali equilibri tra i grandi produttori mondiali, con la sola eccezione di rafforzare il ruolo dominante della Russia sul gas. Il dilemma sull'opportunità delle trivellazioni rimane quindi aperto, com'era già emerso durante la campagna elettorale americana dello scorso anno. «Drill, baby, drill» (Trivella, ragazza, trivella) era stato il grido di battaglia, dal richiamo ambiguamente sessuale, con cui Sarah Palin, governatrice dell'Alaska, lo Stato americano che si affaccia sull'area del tesoro nascosto, aveva inutilmente tentato di rilanciare le sorti del ticket repubblicano.
Con un compromesso bipartisan, il Congresso degli Stati Uniti ha già autorizzato una limitata attività di perforazione in alcune zone dell'Alaska, ma solo a partire da 250 chilometri al largo delle coste. Già troppo però per gli ambientalisti, mobilitati in difesa di quello che definiscono «il più fragile ecosistema del pianeta». Secondo Lisa Speer, direttrice dell'International Ocean Program al National Resources Defence Council, trivellare l'Artico potrebbe causare il rilascio di elementi tossici come arsenico, mercurio e piombo nell'Oceano: «Abbiamo bisogno di criteri uniformi e severi per ogni attività off-shore di petrolio: un solo Paese ha il potenziale di produrre conseguenze ben oltre i suoi confini». La minaccia a molte specie animali viene evocata da Steve Armstrup, dello stesso Us Geological Survey che ha prodotto lo studio, il quale ricorda che le aree dell'Alaska, identificate nella ricerca come potenzialmente più ricche di riserve di petrolio, hanno anche l'habitat ideale per orsi polari, foche e balene: «Occorrerà — spiega Armstrup — valutare con attenzione cosa significherebbe lo sviluppo di attività di ricerca e produzione di petrolio e gas per queste specie, alcune delle quali sono già oggi a rischio di estinzione».
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