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sabato 1 agosto 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: i ghiacci del Polo Nord scompariranno


Al Polo Nord i ghiacci si stanno riducendo a una velocità superiore al previsto: il loro spessore medio è passato, in 40 anni, da 3,1 m a 1,8 m (cioè è diminuito del 40%). L’area di estensione dei ghiacci, invece, è diminuita del 3% nel giro di un decennio. Quindi il ghiaccio fonde più velocemente in spessore che in estensione e questo, per gli esperti, è ancora più grave, perché significa che si stanno riducendo i ghiacci perenni. Sulle cause si fanno diverse ipotesi, tra cui la fluttuazione naturale del clima polare e il riscaldamento globale dovuto all’effetto serra. Nel secondo caso, cioè il più grave, si potrebbe andare incontro a una sparizione totale dei ghiacci del Polo Nord e a una sensibile trasformazione del clima nell’emisfero settentrionale.

sabato 11 luglio 2009

riscaldamento globale :I ghiacciai svizzeri hanno perso il 12% del volume in 10 anni


Secondo i ricercatori del Politecnico federale di Zurigo, l'acqua immagazzinata nei 59 ghiacciai - dei circa 1500 - che hanno una superficie superiore ai 3 km quadrati è pari solo ai ⅔ di quella contenuta nel lago Lemano.

Nell'ultimo decennio il volume dei ghiacciai svizzeri si e' ridotto del 12%: lo sostengono i ricercatori del Politecnico federale di Zurigo, secondo i quali la quantita' d'acqua immagazzinata nei ghiacci e' ormai pari soltanto ai ⅔ di quella contenuta nel lago Lemano.

La ricerca, condotta sotto la guida di Martin Funk, riguarda i 59 ghiacciai (dei circa 1500) che hanno una superficie superiore ai 3 km quadrati e contengono l'88% di tutto il ghiaccio che si trova sul territorio elvetico. Dal 1999 ad oggi, secondo i ricercatori e' andato perso non meno del 12% del volume totale. Nella sola estate del 2003 il calo e' stato del 3,5%. Si tratta di una perdita preoccupante, scrive il Politecnico zurighese in un comunicato odierno, in quanto le temperature continuano ad aumentare.

Si prevede che sulle Alpi svizzere entro il 2050 esse saranno superiori di 1,8 gradi in inverno e di 2,7 gradi in estate. Le misurazione dello spessore del ghiaccio rimane comunque approssimativa e soltanto in certe localita' e' stato possibile effettuare un preciso carotaggio.


lunedì 29 giugno 2009

co2: ANCHE CON STOP CO2 LIVELLO MARE SALIRà DI 25 METRI


Le fluttuazioni del livello del mare di oggi assomigliano a quelle di 3,5 milioni di anni fa. E anche se la CO2 si fermasse ai livelli attuali, il mare continuerebbe a salire di circa 25 metri rispetto a oggi. A dirlo, questa volta, e' la 'storia' geologica sulla base delle concentrazioni di CO2 e delle glaciazioni. Questo quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista Nature Geoscience, fatto dal Centro nazionale di oceanografia di Southampton (Nocs), insieme con l'universita' di Tubinga, in Germania, e di Bristol, grazie alla ricostruzione delle fluttuazioni del livello del mare nel corso degli ultimi 520 mila anni. Lo studio rivela un rapporto sistematico tra temperatura globale e concentrazioni di CO2 e modifiche al livello del mare nel corso degli ultimi cinque cicli glaciali. La proiezione di questo rapporto con le concentrazioni di CO2 di oggi danno come risultato un innalzamento di 25 metri del livello del mare rispetto all'attuale. Cosa che e' in accordo con il livello del mare di 3-3,5 milioni di anni fa, quando le concentrazioni di CO2 erano simili a oggi (387 parti per milione). Il confronto dei dati di questa ricerca con i dati sul clima globale suggerisce che anche stabilizzando a oggi i livelli di CO2 l'innalzamento del livello del mare, nei prossimi due millenni, potrebbe essere superiore a quello delle proiezioni a lungo termine dell'Ipcc (Intergovernmental panel on climate change) che parlano di circa 7 metri. Non e' possibile comunque conoscere l'aumento totale del livello del mare riseptto al riscaldamento globale, perche' lo scioglimento dei ghiacci e' un processo lento, anche quando la temperatura sale rapidamente. Cosi' le attuali previsioni di innalzamento del livello del mare per il prossimo secolo considerano soltanto la quantita' di ghiaccio che e' possibile verificare si sia sciolta fino a quel momento. ''Il rapporto tra emissioni di CO2 e temperatura e il livello del mare - dice Eelco Rohling dell'universita' di Southampton - offre un modello per un futuro sostenibile. Anche se volessimo contenere tutte le emissioni di CO2 di oggi, e stabilizzarle al livello moderno, il livello del mare continuerebbe a salire di circa 25 metri rispetto a quello presente, passando a un livello simile a quello misurato 3,5 milioni di anni''.

martedì 16 giugno 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: entro la fine del secolo saremo a rischio estinzione e sarà la fine della civiltà umana


Ciclone nel Myanmar, terremoto in Cina e inondazioni in India: tre catastrofi naturali che, nel 2008,hanno ucciso oltre 220.000 persone. Ridurre la vulnerabilita' ai disastri per le comunita' povere colpite dal cambiamento climatico, sara' l'argomento della ''piattaforma globale per la riduzione del rischio di catastrofi'', in programma a Ginevra, dal 16/6.L'Unione internazionale per la conservazione della natura afferma che la gestione sostenibile delle risorse riduce il rischio.

"Se la temperatura dell'acqua aumentera' di 3 gradi Celsius, si arrivera' a una situazione di 3 milioni di anni fa, al Pleocene e saremo a rischio estinzione e sara' la fine della civilta' umana", ha spiegato il guru dell'economia e profondo conoscitore delle tematiche ambientali americano. Rifkin ha parlato di sottostima del fenomeno da parte di tutti, di previsioni sbagliate da parte degli esperti, a cominciare da lui stesso. La situazione "non ha precedenti, dobbiamo riaprire le dighe 100 anni prima rispetto a quanto avevamo previsto pochi anni fa, quando stilammo il 3° Rapporto sui cambiamenti climatici (ora siamo al 4°)". Alla luce di questo ha detto: "Serve un piano e una strategia mondiale che ci possa portare in modo molto veloce all'era del Post Co2. C'e' bisogno di una road map non possiamo sbagliare" perche' "non c'e' piano economico senza business plan", aggiunge Rifkin

Il Pianeta sta male e il riscaldamento climatico sta peggiorando a ritmi che sono stati sottostimati e che si stanno manifestando in tutta la loro ineluttabilità. Bisogna agire e creare una roadmap economica e politica per evitare che la popolazione mondiale vada verso l’estinzione.
A lanciare l’allarme è Jeremy Rifkin, che proponendo il concetto a lui caro di Terza rivoluzione industriale, ha ricordato quanto i cambiamenti del clima siano materia di oggi e non del futuro. Nella lectio magistralis tenuta al Sustainability International Forum (Sif) organizzato da Minerva e P&G Alumni, il professor Rifkin ha detto di essere preoccupato perché la situazione dei cambiamenti climatici «è peggiore di quello che crediamo. Tutti noi ci siamo sbagliati nelle previsioni, perché l’accelerazione di questi fenomeni è stata sottostimata». Un’accelerazione che rischia di far «scomparire la vita dalla Terra entro la fine del secolo», ha aggiunto Rifkin in una delle sue affermazioni più catastrofiste. I dati sono di fronte a noi, ha spiegato il presidente della Fondazione Economic Trends, «le stagioni degli uragani nel golfo del Messico e fino alla Florida sono dimostrazioni in tempo reale dei cambiamenti climatici». «Spero di essermi sbagliato e di svegliarmi da questo brutto sogno, ma adesso non possiamo sbagliare nella definizione delle prossime mosse, altrimenti troveremo la porta chiusa».
E il prossimo appuntamento è quello del G8 su cui Rifkin non ha dubbi: il summit deve essere il luogo per «focalizzare la discussione sulla terza rivoluzione industriale e su un piano economico per la lotta ai cambiamenti climatici. Adesso quello che serve è mettere in campo un’agenda economica e un piano di finanziamenti». Senza queste prospettive, senza una roadmap economica da parte dei Paesi industrializzati anche Copenhagen sarà un fallimento, ha aggiunto. «Si parla di livelli di emissioni, di cap and trade, di trasferimento tecnologico, ma non si parla della Terza rivoluzione industriale, quella che permetterà ai nostri edifici, alle nostre abitazioni di diventare produttori di energia, creando un capitalismo distribuito». Se nel corso del vertice di Copenhagen a dicembre non si rifletterà su tutto questo il rischio è alto, avverte Rifkin. «Se l’accordo di riduzione delle emissioni si attesterà sull’aumento di 2-3 gradi della temperatura esiste il rischio potenziale che l’intera popolazione della Terra si estingua entro la fine del secolo. I ghiacci che tengono intrappolato il gas naturale in Siberia, hanno subito un cambiamento di temperatura troppo veloce e se si dovessero sciogliere ci sarebbe un’emissione massiccia di CO2».

Il sole splende tutto il giorno, il vento soffia, la terra sprigiona caldo, anche il pattume e i residui agricoli producono energia e infine l'idroelettrica". E alla platea di imprenditori, rappresentanti delle istituzioni e dell'economia Rifkin, con il suo fare diretto e appassionato, ha detto che bisogna arrivare a un "capitalismo distribuito e condiviso". Ma il guru americano ha avvertito: "Il cambiamento economico non e' un'utopia ma non ne ho sentito parlare. Neppure Obama ha parlato ad esempio del consumo di carne che e' la terza causa di surriscaldamento del pianeta". Insomma per Rifkin occorre passare "dalla geopolitica alla biopolitica e fare in modo che ogni creatura abbia il diritto assoluto di accesso all'energia, un diritto indiscutibile . Tutti gli esseri umani - ha concluso - hanno diritto a partecipare a questa risorsa".

domenica 14 giugno 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE:aumenta livelli dei mari


Lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia avrebbe portato, dal 1995, ad un aumento di 0,7 millimetri l'anno del livello del mare. Lo dimostra uno studio condotto da un gruppo di ricercatori americani e danesi. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia potrebbe essere stato responsabile del 25% dell'innalzamento globale del livello del mare.Il fenomeno, con una media di tre millimetri l'anno, 'viaggerebbe' ad una velocita' piu' che doppia rispetto alla media del ventesimo secolo.

Milioni di persone in tutto il mondo saranno costrette ad abbandonare le proprie case nelle prossime decadi a causa dell'innalzamento dei mari e della siccita' provocati dal cambiamento climatico. E' quanto emerge da uno studio presentato oggi alla conferenza mondiale sul clima in corso a Bonn. Il rapporto, realizzato dall'Universita' delle Nazioni Unite, dall'organizzazione umanitaria Care International e dall' Universita' di Columbia (New York), spiega che e' troppo presto per fare previsioni esatte, ma cita una stima dell' Organizzazione internazionale per la migrazione, secondo cui questi fenomeni potrebbero spingere 200 milioni di persone a lasciare le proprie terre entro il 2050. ''La migrazione e gli spostamenti indotti da fenomeni ambientali hanno il potenziale di diventare fenomeni senza precedenti, sia in termini di estensione, sia di entita''', sottolinea lo studio, dal titolo 'In cerca di riparo: una mappa degli effetti del cambiamento climatico sulla migrazione e gli spostamenti umani'. ''Nelle prossime decadi - proseguono gli esperti -, i cambiamenti climatici indurranno o costringeranno milioni di persone a lasciare le proprie case alla ricerca di sicurezza e di una vita sostenibile''. Il rapporto sottolinea quindi che servono fondi per aiutare queste popolazioni a fuggire dalle zone piu' a rischio. Fra queste, lo studio cita gli stati-isole come le Maldive e Tuvalu, le regioni secche come la zona sud-sahariana del Sahel e il Messico, oltre ai paesi dei delta fluviali come il Bangladesh, il Vietnam e l'Egitto. ''Nelle aree densamente popolate dei delta del Gange, del Mekong e del Nilo, un innalzamento dei mari di un metro potrebbe interessare 23,5 milioni di persone e ridurre la superficie dei terreni oggi destinata all'agricoltura di almeno 1,5 milioni di ettari'', spiega il rapporto. Secondo gli scienziati, entro questo secolo, i livelli dei mari potrebbero crescere di almeno un metro. Il mondo, conclude lo studio, deve investire per preparare le comunita' ed i paesi piu' poveri ai cambiamenti climatici. Fondi, questi, che ''devono essere in aggiunta agli impegni esistenti''.

martedì 26 maggio 2009

i ghiacciai della Groenlandia stanno per sciogliersi


I principi ereditari dei tre Paesi scandinavi corrono in soccorso dei ghiacciai della Groenlandia, che si stanno sciogliendo.Da domani all'1 giugno, il principe Frederik di Danimarca, il principe Haakon di Norvegia e la principessa Vittoria di Svezia si recheranno in Groenlandia, accompagnati da un pool internazionale di scienziati,per richiamare l'attenzione sui danni causati dal riscaldamento globale ai ghiacciai dell'isola. Si tratta di un allarme gia' lanciato dai climatologi.
GIà NEL 2005...

Un nuovo grido d'allarme. I ghiacci della Groenlandia si stanno rapidamente sciogliendo e precipitano verso il mare: un fenomeno ormai quasi irreversibile che provocherà un disastro globale destinato a cancellare le zone costiere di molti paesi e cambiare l'assetto termico dell'Oceano Atlantico. È il risultato di uno studio americano di imminente pubblicazione, anticipato dal britannico Independent, per il quale «si tratta della più allarmante manifestazione dei cambiamenti climatici finora registrata».

GIACCHIAI A RISCHIO - Per secoli i ghiacciai della grande isola prossima al polo nord sono rimasti praticamente immutati. Ma l'innalzamento delle temperature dovuto all'effetto serra ha fatto sì che la zona ghiacciata si sia drasticamente ristretta. Durante la scorsa estate è stato osservato uno scioglimento record, con enormi masse glaciali trasformate in acqua, che è finita poi nell'Oceano, e masse di ghiaccio finite in acqua sempre a causa del riscaldamento. Se la calotta che copre gran parte della Groenlandia si scioglierà tutta, il livello degli oceani salirà di sei metri: questo vuol dire la scomparsa di vaste zone costiere - in particolare in paesi al livello del mare o sotto come il Bangladesh - e inondazioni in tutte le città costiere del mondo.

LO STUDIO - Lo studio, coordinato dal professor Slawek Tulaczyk dell'Universita della California, sta per essere pubblicato nella rivista scientifica Geophysical Research Letters e viene anticipato dal giornale alla vigilia di una nuova riunione, questa settimana a Montreal, in cui rappresentanti di governi e organizzazioni internazionali discuteranno cosa fare dopo la scadenza di Kyoto, tra sette anni. Nessuno si aspetta grandi progressi, a causa dell'ostruzionismo degli Usa, che si oppongono a ogni limitazione di emissioni dannose e mettono in dubbio persino dell'esistenza dell'effetto serra, e di diversi paesi in via di sviluppo. La Gran Bretagna, che ha la presidenza del G8, sta valutando la proposta di tagli volontari alle emissioni, ma questa strada è già stata bocciata da tutte le grandi organizzazioni ambientaliste, che la giudicano impraticabile e «suicida», mentre il problema si aggrava costantemente. Tulaczyk ha registrato un rapido restringimento del ghiacciaio Helheim, un fiume ghiacciato che va dai ghiacci perenni dell'isola fino al mare, sulla costa est dell'isola. Lo spessore del ghiacciaio, dice, si è assottigliato di 30 metri solo quest'estate, mentre negli ultimi quattro anni il fronte del ghiacciaio è indietreggiato di sei chilometri.

A RISCHIO LA CORRENTE DEL GOLFO - La prima, grave conseguenza è data dal fatto che nell'Oceano sono finite grandi quantità d'acqua dolce che minacciano di rallentare la corrente del Golfo che rende miti le temperature sulle zone costiere dell'Europa occidentale. Senza, città come Londra avrebbero le stesse temperature del Labrador. L'ultima volta che questo è successo, 12.700 anni fa, le isole britanniche sono state coperte di ghiaccio per 1.300 anni. Sul lato occidentale della Groenlandia, intanto, si sta osservando una corsa del ghiacciaio Jakobshavn in scioglimento verso il mare: la sua velocità normale di discesa è di 30 cm l'anno. Nell'ultimo anno è stata di 34 metri. Questo avviene perchè l'acqua che si scioglie dalla superficie filtra sotto lo strato ghiacciato e forma una piattaforma sulla quale la massa ghiacciata scivola verso il mare, dove si scioglie. «Siamo forse molto vicini al momento in cui la calotta glaciale della Groenlandia sarà sciolta irreversibilmente», dice Tavi Murray, esperto di ghiacciai all'Università del Galles. E Tulaczyk aggiunge: «Quello che stiamo osservando punta in quella direzione». Uno dei suoi assistenti, Ian Howat, dice che finora gli scienziati prevedevano uno scioglimento entro 1.000 anni: ma i nuovi dati lasciano prevedere una brusca accelerazione del processo.

surriscaldamento globale E Cambiamento climatico


Gli oceani e gli abitanti dell'oceano saranno inevitabilmente esposti agli impatti del surriscaldamento globale e del cambiamento climatico. Secondo gli scienziati, il surriscaldamento globale determinerà un innalzamento della temperatura delle acque e del livello del mare e il cambiamento delle correnti.

Correnti oceaniche

L'acqua negli oceani è in continuo movimento per effetto delle maree, del moto ondoso e delle correnti che sospingono le gelide acque polari verso l'equatore e le calde acque subtropicali verso i poli [ circolazione termoalina ]. Il fenomeno della circolazione termoalina è attivato dalle differenze di temperatura e di salinità dei mari, e una della sue componenti è la corrente del Golfo, che regala all'Europa il suo clima relativamente mite. Queste grandi correnti, oltre a mitigare l'Europa e a giocare un ruolo fondamentale nel clima, incrementano la capacità dell'oceano di assorbire anidride carbonica.
Cosa potrebbe succedere
Gli studi più recenti denunciano purtroppo un rallentamento della circolazione termoalina tra la Scozia e la Groenlandia. Anche se queste correnti hanno funzionato in modo affidabile per molte migliaia di anni, un'analisi dei campioni di ghiaccio estratti sia al polo Nord che al polo Sud mostra come, in realtà, le cose non siano sempre andate in questo modo: tutto lascia pensare che in un passato ancora più remoto ci siano state alterazioni della circolazione termoalina, associate a repentini e radicali cambiamenti del clima.
La diminuzione del livello di salinità degli oceani, dovuta sia allo scioglimento dei ghiacciai che all'aumento delle precipitazioni, potrebbe interrompere, rallentare o comunque alterare le grandi correnti transoceaniche, con disastrose conseguenze sul clima e sull'agricoltura in Europa e con impatti su tutti i mari e sulle temperature in tutto il mondo.

Innalzamento del livello del mare
Nei prossimi cento anni si prevede un aumento del livello medio del mare compreso tra i 9 e gli 88 centimetri, a causa delle immissioni in atmosfera di gas serra. Questo innalzamento dipenderà sia dal progressivo scioglimento dei ghiacciai, sia dalla naturale espansione degli oceani, dovuta al fatto che l'acqua aumenta di volume quando aumenta di temperatura. Per quanto possa sembrare modesto, anche un innalzamento di pochi centimetri provocherebbe il caos: inondazioni nelle zone costiere, contaminazione delle falde acquifere potabili, aumento del grado di salinità degli estuari sono solo alcuni degli elementi di questo scenario allarmante. Molte delle città sulla costa avrebbero problemi. Risorse strategiche per le popolazioni costiere, come le spiagge, l'acqua potabile, la pesca, la barriera corallina e gli atolli sarebbero a rischio.

La banchisa polare antartica
Solo quattro anni fa c'era accordo nella comunità scientifica sul fatto che la banchisa polare nella regione occidentale dell'Antartide fosse stabile, ma un inatteso fenomeno di scioglimento ha costretto gli scienziati a mettere in discussione questo assunto. Nel 2002 il Larson B, una piattaforma di ghiaccio da 500 miliardi di tonnellate con un'estensione pari al doppio di quella di Londra, si è disintegrato in meno di un mese: pur non avendo avuto ricadute immediate sul livello del mare, questo episodio è emblematico degli effetti del surriscaldamento globale.
Nel 2005, il British Antarctic Survey ha rilevato che l'87 per cento dei ghiacciai della penisola antartica si sono ritirati negli ultimi cinquant'anni e negli ultimi cinque anni i ghiacciai hanno perso in media 50 metri all'anno. L'intera banchisa antartica contiene acqua a sufficienza per innalzare il livello dei mari di 62 metri. Anche se il terzo rapporto dell'IPCC considera assai improbabile questo scenario, nuove ricerche indicano uno sgretolamento massiccio della banchisa.

I ghiacciai in Groenlandia
Nel luglio del 2005, alcuni scienziati a bordo di una delle navi di Greenpeace, la Arctic Sunrise, hanno fatto un'incredibile scoperta: i ghiacciai della Groenlandia si stanno sciogliendo ad una velocità che non ha precedenti. Questo significa che il cambiamento climatico non è solo un concetto astratto, uno scenario futuribile da fantascienza, ma è una realtà concreta, che bussa alle nostre porte.
I rilevamenti fatti indicano inoltre che il ghiacciaio di Kangerdlugssuaq, sulla costa orientale della Groenlandia, è uno dei ghiacciai più veloci al mondo, perché si muove verso il mare ad una velocità di quasi 14 chilometri all'anno. Le misurazioni sono state effettuate usando un sistema GPS ad alta precisione. Il ghiacciaio, inoltre, si è ritirato di 5 chilometri dal 2001, dopo aver mantenuto condizioni stabili per almeno quarant'anni.
I ghiacci del Polo Nord contengono più del 6 per cento dell'acqua potabile del mondo. E si stanno sciogliendo ad un ritmo molto più elevato di quanto non si pensasse. Lo scioglimento dell'intera Groenlandia determinerebbe un innalzamento dei mari di 6 metri, ma anche un incremento di un solo metro significherebbe l'inondazione di New York, Amsterdam, Venezia e di tutto il Bangladesh.
Il ritirarsi allarmante del ghiacciaio Kangerdkugssuaq lascia dedurre che l'intera calotta polare artica si stia sciogliendo molto più velocemente del previsto. Tutti gli scenari sul surriscaldamento globale ipotizzati finora dagli scienziati postulano un ritmo di scioglimento più lento. I nuovi dati, invece, ci dicono che il cambiamento climatico è una minaccia più grande e più vicina di quanto prima non si pensasse.

Perdita degli habitat
Un innalzamento delle temperature medie dei mari avrebbe ricadute importanti sull'intera catena alimentare marina: il fitoplancton, ad esempio, del quale si nutrono alcuni piccoli crostacei come il krill, cresce sotto il ghiaccio polare. Una diminuzione dei ghiacci implica una diminuzione del krill, che è fondamentale per l'alimentazione di molte specie di cetacei e di grandi balene. Molte specie di animali rischiano la sopravvivenza per il semplice fatto che sono inadeguate a vivere temperature superiori: a causa delle alterazioni del loro habitat, alcune popolazioni di pinguini in Antartide sono diminuite del 33 per cento. Anche un aumento dell'incidenza di malattie negli animali marini è collegato all'aumento delle temperature degli oceani.
FONTE: http://oceans.greenpeace.org

domenica 3 maggio 2009

Antartide: RISCALDAMENTO GLOBALE, CROLLI E DISTACCHI DI GHIACCIO


Sotto lo sguardo puntuale del satellite europeo Envisat, il ghiaccio che avvolge da oltre un secolo le isole antartiche di Charcot e Latady sta andando letteralmente a pezzi. Il ponte di ghiaccio, che permetteva almeno teoricamente di raggiungere "via terra" le isole dell'arcipelago di Wilkins dal Sesto continente, non esiste più (vd immagini Esa/Envisat) . Ancora nel 1951, quando fu fotografato e misurato per la prima volta dagli aerei britannici e statunitensi, era largo più di 80 km. Poi una progressiva riduzione durante i mesi estivi, che si è fatta sempre più accentuata: ora che siamo ancora nella prima fase dell'autunno dell'emisfero meridionale, il cedimento, lungo il fronte residuo di quasi 20 chilometri è stato registrato praticamente in diretta dal satellite europeo Envisat. Quella che era una piattaforma di ghiaccio è ormai un campo dilaniato da compressioni e distacchi di iceberg di ogni dimensione.
Il termometro Wilkins
Trovandosi da sempre – cioè da meno di un secolo – al centro della contesa tra le zona di influenza britannica e quella cileno-argentina, l'arcipelago di Wilkins è tra i territori meglio conosciuti dell'Antartico. E' un'area grande quanto la Svizzera intorno ai 70 gradi di latitudine sud, dove la massa del continente si estende verso il Sud America lungo i mille chilometri della penisola antartica. La calotta di Wilkins propriamente detta, scoperta dall'esploratore francese Jean-Baptiste Charcot proprio un secolo fa, è un campo di ghiaccio di forma rettangolare lungo 150x110 chilometri. Le isole di Charcot e Latady sorgono lungo il perimetro esterno di fronte all'isola di Alexander. Quest'ultima, con i suoi 49mila km quadrati (più della somma di Lazio e Lombardia) è la maggiore delle isole antartiche. La calotta Wilkins è una delle dieci superfici della Penisola Antartica dove negli ultimi anni i satelliti per l'osservazione della Terra hanno registrato una regolare riduzione del ghiaccio. Sono zone di transizione climatiche che vengono per questo considerate una sorta di termometro degli eventi globali. Quei segnali che, secondo il panel sulla Clima delle Nazioni Unite, indicano in maniera inequivocabile l'impatto del riscaldamento globale sul nostro pianeta