Ebook Difesa Personale Ebook Gestione del Tempo Ebook Scacco alle Bugie Ebook I Segreti per Parlare in Pubblico Ebook Migliora la Tua Vita
Ebook Promossi Ebook Le 7 Regole della Felicita' Ebook Esami No Problem Ebook SessualMente Ebook Da Timido a Vincente
Ebook Soldi, Successo, Salute Ebook Lettura Veloce 3x Ebook Seduzione Ebook NO FUMO Videocorso Seduzione
Videocorso Controllo del Peso & Dieta Videocorso Lettura Veloce & Memoria Dieta 5-Sensi Videocorso Negoziazione & Vendita Videocorso Comunicazione
Visualizzazione post con etichetta desertificazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta desertificazione. Mostra tutti i post

mercoledì 2 settembre 2009

risorse idriche: Poliziotti dell’acqua a Los Angeles


Che l’acqua sia un bene prezioso e che non bisogni sprecarla, è ormai risaputo da anni. Specialmente in zone come la California, dove il caldo abbonda e ampie fette dell’ormai ex Golden State sono fasce desertiche. Dev’essere per questo che l’amministrazione di Los Angeles, una megalopoli da quasi 4 milioni di abitanti, ha scelto di dotarsi di 15 poliziotti in più. Poliziotti molto speciali, addetti a girare per la città cercando sprechi di quello che ormai viene sempre più spesso chiamato “oro blu”.

Un’iniziativa che ha avuto successo, grazie a due punti chiave: una linea verde anonima per le denunce e multe da 100 dollari per i trasgressori. Così il Los Angeles Water conservation team ha iniziato a rigirare la città come un calzino, facendo diminuire i consumi d’acqua del 12 per cento rispetto allo scorso luglio e portandoli al livello più basso da 32 anni a questa parte.

In realtà fino ad ora, considerato che l’iniziativa è appena nata, i poliziotti dell’acqua si sono limitati, nelle loro oltre 4600 ispezioni, ad avvertimenti verbali più che ricorrere alle multe. Eppure c’è già chi è stato “pizzicato” come recidivo ed ha scoperto che le sanzioni sono crescenti: 100 dollari la prima, 200 la seconda, 300 la terza. Oltre, non si è ancora andati. Almeno fino ad ora.

“In realtà - ha spiegato David Nahai, capo del Dipartimento cittadino acqua ed energia - Il nostro obiettivo, più che incassare con le multe, è ridurre il consumo. Anche perché chi consuma molta acqua, economicamente paga già un conto salato”. Per far fronte alla siccità che ogni estate attanaglia Los Angeles, infatti, chi consuma più di un certo quantitativo d’acqua prestabilito paga, in proporzione, sempre di più. Con buona pace di chi vorrebbe riposarsi e trovare una tregua dal caldo nella piscina di casa.
fonte:panorama.it

venerdì 21 agosto 2009

riscaldamento globale: Fra 10 anni sarà peggio

Il caldo torrido di questi giorni "è il segnale del clima che cambia ed è un trend che andrà consolidandosi nei prossimi 10 anni, tanto da farci prevedere siccità nelle regioni del Sud d'Italia, specie in Sicilia e Calabria". Sottolinea di non essere "affatto meravigliato" per il gran caldo di questi giorni il climatologo dell'Enea Vincenzo Artale che, intervistato dall'ADNKRONOS, commenta così il forte rialzo delle temperature registrato in questa estate 2009, un'ondata di calore che si va particolarmente intensificando proprio in queste ore.
Artale, esperto di oceani e responsabile del laboratorio dell'Enea Casaccia che sviluppa modelli per scenari climatici, sottolinea quindi di aver "visto in dettaglio", nelle simulazioni realizzate nel suo centro di ricerca, che "nel nostro Paese si verificherà entro il 2020 una intensificazione del caldo, con punte di siccità nelle aree meridionali".

"Certo è un primo studio che andrà consolidato e che si basa su simulazioni durate circa 2-3 anni" avverte Artale che ha condotto le simulazioni con il suo team nell'ambito del progetto europeo Circe che si protrarrà fino al 2011. Rappresentante per l'Italia nell'Ipcc per il Rapporto-4 sul clima pubblicato nel 2007, il Rapporto che ha portato l'Intergovernmental Panel on Climate Change (foro intergovernativo sul mutamento climatico) al Premio Nobel, Artale anticipa che nel prossimo Rapporto-5 dell'Ipcc, che uscirà nel 2013, saranno "due gli elementi importanti su cui ci si dovrà concentrare: nuove tecnologie e sistemi sociali basati sulla Green Economy per ridurre le emissioni climalteranti".

E se il caldo non coglie di sorpresa gli esperti, il climatologo dell'Enea sottolinea invece l'incognita relativa al livello delle acque del Mediterraneo. "Riguardo il livello del Mediterraneo - dice Vincenzo Artale - rimangono molte incognite. Il livello del mare dipende sia dalle temperature che dalla salinità, quindi se ci sarà innalzamento o meno rimane ancora poco chiaro".

"Su questo punto, infatti, nel Mediterraneo concorrono differenti fattori, alcuni portano all'innalzamento, altri alla contrazione del livello delle acque e per ora non abbiamo risposte definite" afferma ancora lo scienziato dell'Enea. Che aggiunge: "Il vero diktat ora è fermare le emissioni climalteranti e puntare a frenare il cambiamento del clima".

"I governi - commenta il climatologo - stanno finalmente recependo l'esigenza di fermare il cambiamento climatico. Usa, Cina, Europa stanno lavorando per potenziare le politiche di ecosostenibilità e innovazione tecnologica per l'approvvigionamento dell'energia e queste sono le strade da perseguire, strade che la scienza indica da tempo".

E proprio sul fronte dell'approvvigionamento energetico il climatologo Artale guarda alla Grid come una delle risposte più importanti da attuare su scala globale. "La Grid - spiega - è la nuova idea che arriva dall'ingegneria energetica. Grid significa mettere in rete su scala internazionale l'energia prodotta. In altre parole, ogni Paese sviluppa energia con sistemi che gli sono propri. La Danimarca, per esempio, esporta il 20% di energia eolica prodotta sul territorio e questo è un esempio di Grid. La Francia, inoltre, ha un esubero di produzione energetica da nucleare e potrebbe metterla in rete".

"Condividere le proprie risorse energetiche con gli altri Paesi si sta manifestando come la soluzione per risolvere i problemi di approvvigionamento nel futuro più prossimo" assicura Artale. "E' - aggiunge - un concetto molto nuovo che andrebbe sviluppato a livello globale. Nel momento in cui, per esempio, un Paese manifesta criticità di acqua nelle centrali idroelettriche, un altro Paese può intervenire fornendogli il suo surplus energetico. Anche l'Italia potrebbe muoversi in questa direzione".

"Pace, cambiamenti climatici, energia, risorsa acqua sono fattori che si combinano fra loro. Tenerli distanti non sarà possibile a lungo. E la scienza - conclude il climatologo - può far molto. Ormai siamo alle porte di un'altra rivoluzione: la tecnologia farà partire la nuova Green Economy, l'unica via per garantire all'umanità una vita sostenibile sul nostro pianeta".
fonte: adnkronos.com

sabato 15 agosto 2009

EFFETTO SERRA: GLI ECOPROFUGHI SONO 6 MLN L'ANNO, un aumento della temperatura di due gradi SAREBBE LA FINE


Sei milioni di persone l'anno costrette a lasciare il proprio territorio a causa dei cambiamenti climatici. Un dato che per il 2050, secondo le stime UNHCR, potrebbe riguardare 200/250 milioni di persone.
E' questo il profilo dell'emergenza umanitaria degli eco-profughi, i nuovi migranti costretti a fuggire da desertificazione, inondazioni e effetti del riscaldamento globale, lanciata da Festambiente, il festival di Legambiente a Rispescia (Gr) fino al 16 agosto. Anche l'Italia ha gia' iniziato a scontare gli effetti del riscaldamento globale in quanto area mondiale ''a piu' alta vulnerabilita' in termini di perdita di zone umide e in particolare degli ecosistemi e della biodiverista' marino-costiera''. Lo studio di Legambiente stima che saranno sommersi circa 4.500 chilometri quadrati del territorio nazionale, distribuiti in prevalenza al Sud, dove si concentreranno la maggior parte delle aree che andranno incontro a una progressiva desertificazione. A maggior rischio secondo il rapporto Enea e' la Sardegna con il 52% del territorio esposto al pericolo della desertificazione.

''Se fino ad ora - ha dichiarato Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente - sono state le guerre la principale causa delle emigrazioni di massa, oggi il riscaldamento globale rappresenta un fattore determinante. Sono circa due anni, infatti, che il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra, eppure non si riesce a dare loro assistenza in modo adeguato, perche' giuridicamente non esistono, non sono riconosciuti come 'rifugiati' dalla Convenzione di Ginevra del 1951, ne' dal suo Protocollo supplementare del 1967.

Oltre all'immediata necessita' di uno status giuridico per i profughi ambientali, la vera urgenza consiste, quindi, nel capire che molte questioni legate all'ospitalita' e all'accoglienza nei nostri Paesi devono in primo luogo essere affrontate attraverso un serio impegno collettivo nella lotta ai cambiamenti climatici''.

Misure ancor piu' necessarie se si pensa che al di la' delle prospettive future, gli effetti del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici sono gia' una drammatica realta' in molti paesi, che hanno pagato un prezzo alto per vittime e sfollati.

In Brasile quest'anno sono state un milione le persone colpite dalle inondazioni con un numero di sfollati tra 400.000 e 600.000, mentre in 350 mila sono stati colpiti in Namibia dalla recente inondazione dovuta alle piogge torrenziali iniziate dal mese di gennaio scorso. Il 50% delle strade e il 63% dei raccolti e' a rischio, con anche gravi danni all'economia e per la sussistenza: secondo l'Onu 544 mila persone potrebbero confrontarsi con un'insufficienza di cibo tra il 2009 e il 2010. Dati poco confortanti anche in Angola dove 160 mila persone hanno subito inondazioni, ma e' un numero destinato a crescere. E ancora, in Myanmar il ciclone Nargis nel maggio 2008 ha fatto 140 mila vittime, colpendo anche altri 2-3 milioni di persone e costringendo 800 mila persone a sfollare.
l ritmo dei negoziati sul clima deve accelerare. E' quanto chiede Yvo de Boer, il piu' alto responsabile dell'Onu per la questione. Per cinque giorni, i delegati di circa 180 Paesi riuniti a Bonn hanno cercato di mettersi d'accordo su una versione alleggerita di una bozza di testo molto lunga (200 pagine) che sara' presentata al vertice di Copenhagen a dicembre nella prospettiva del dopo Kyoto. ''Sono stati fatti alcuni progressi'', ha detto durante una conferenza stampa De Boer, segretario esecutivo della Convenzione dell'Onu sui cambiamenti climatici, ma ''se continuiamo a questo ritmo non avremo successo''. ''Il ritmo dei negoziati deve accelerare fortemente nel corso della prossima sessione a Bangkok'', ha sottolineato de Boer, ricordando che restano solamente 15 giorni di negoziati prima di Copenhagen. ''Sarebbe incomprensibile perdere quest'occasione'', ha osservato. Sono previste altre due riunioni preparatorie del vertice, a Bangkok dal 28 settembre al 9 ottobre e a Barcellona dal 2 al 6 novembre. ''Un cambiamento climatico serio significa 'game over''', ha sottolineato il responsabile dell'Onu, osservando: ''ho sentito dire che potremmo sopravvivere a un aumento della temperatura di due gradi. Questa e' la strada verso il disastro''.

domenica 2 agosto 2009

Ogni anno nel mondo bruciati 350 milioni di ettari di verde


Ogni anno gli incendi colpiscono circa 350 milioni di ettari di terra, con danni a proprieta' e mezzi di sostentamento e spesso perdite di vite umane. E' quanto segnala la Fao, evidenziando che gli incendi boschivi fuori controllo contribuiscono inoltre al riscaldamento globale, all'inquinamento, alla desertificazione e alla perdita di bio-diversita'.

Secondo l'organismo dell'Onu, inoltre, i Paesi in via di sviluppo sono spesso i piu' a rischio per quanto riguarda i danni. In Etiopia e nel Sudan meridionale, gli incendi hanno distrutto milioni di ettari di terra ogni anno: tra il 2000 e il 2008 in Sudan sono stati registrati oltre 200.000 incendi, 400.000 nello stesso periodo in Etiopia. All'inizio del 2009 gli incendi boschivi hanno provocato danni per milioni di dollari in California e nello stato australiano di Victoria, dove - nel febbraio 2009 - hanno anche ucciso 173 persone, lasciato 7.500 persone senza casa, distrutto circa 2.000 abitazioni, bruciato 450.000 ettari di terra, concosti totali d'assicurazione che hanno riaggiunto l'ammontare di 1.5 miliardi di dollari. Di recente, 10.000 persone sono state evacuate a causa di incendi boschivi nel Canada Occidentale. Forze anti-incendio sono state dispiegate in Grecia, Spagna, Francia meridionale e in Sardegna, dove il fuoco è stato particolarmente violento.

La Fao evidenzia poi che e' la crescente densita' di popolazione ad aumentare il rischio di incendi, a causa dell'aumento della domanda di terra ed altre risorse naturali. Sebbene la stragrande maggioranza sia causata dall'uomo, a causa di negligenza, interessi economici, uso disinvolto del fuoco nell'agricoltura e nei pascoli, disboscamenti illegali o incendi dolosi, e' anche vero che il costruire in aree ad alto rischio di incendio aumenta i problemi legati al controllo e alla gestione. Di qui la considerazione che occorre prevenire. Poiche' sono aumentati sia in frequenza che in intensita', in aree quali il Mediterraneo, l'Africa sub-sahariana, l'Australia, il Canada e gli Stati Uniti, viene sottolineato che "il controllo degli incendi e' cruciale per la salute umana, la protezione ambientale e la gestione delle risorse naturali".

A questo proposito, sempre di piu' i satelliti offrono l'opportunita' di monitorare gli incendi, fornendo informazioni in tempo reale. La Fao - lavorando insieme all'Agenzia Spaziale Europea (ESA) e all'Amministrazione Nazionale per l'Aereonautica e lo Spazio (NASA) - usa i satelliti per il monitoraggio, creando un sistema di allerta rapida con dati sulla loro localizzazione e stimando i danni in termini di bio-massa e bio-diversita'. Allo stesso tempo sono pero' essenziali delle misurazioni sul campo al fine di convalidare i dati inviati dai satelliti.

E qui entrano in gioco le comunita' locali, cruciali per ridurre gli incendi selvaggi e i loro danni. Per questo motivo la maggioranza dei progetti della Fao includono attivita' di assistenza delle comunita' in prevenzione, monitoraggio e controllo. Tra le altre attivita', programmi di formazione ed equipaggiamento dei vigili del fuoco.

lunedì 6 luglio 2009

riscaldamento globale: CALDO SOFFOCA MUCCHE E MAIALI. A RISCHIO TIPICITà


I cambiamenti climatici, con il surriscaldamento del pianeta, favoriscono la desertificazione con la sottrazione alla coltivazione dei terreni piu' fertili alla coltivazione, ma provocano anche la modificazione delle condizioni ambientali tradizionali per la stagionatura dei salumi, per l'affinamento dei formaggi o l'invecchiamento dei vini, mettendo a rischio il patrimonio di prodotti tipici nazionali che vale oltre 20 miliardi di euro. E' quanto afferma la Coldiretti nel commentare il progetto di ricerca ''Climanimal'' portato avanti dal ministero delle Politiche agricole per individuare quali sono le condizioni termo-igrometriche (rapporto tra temperatura e umidita') rischiose per gli animali, soprattutto per le vacche, durante la stagione estiva e al rischio a causa dei fattori climatici.

Secondo gli studiosi, il contenuto proteico del latte cambia se la mucca e' stressata per un periodo abbastanza lungo di caldo che riduce fino al 20 per cento la produzione di latte, ma puo' arrivare anche alla meta'. Anche i maiali danno insaccati e prosciutti meno gustosi ed in generale, tutti gli animali da allevamento soffrono le ondate di calore.

Una situazione che di fatto - conclude la Coldiretti - mette a rischio di estinzione il patrimonio di prodotti tipici Made in Italy che devono le proprie specifiche caratteristiche ''essenzialmente o esclusivamente all'ambiente geografico comprensivo dei fattori umani e proprio alla combinazione di fattori naturali e umani''.

mercoledì 17 giugno 2009

DESERTIFICAZIONE: MINACCIA REALE anche in Italia specialmente nelle NOSTRE REGIONI SUD e nelle isole


Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia sono fortemente a rischio. La situazione e' particolarmente grave in Sardegna, dove il pericolo desertificazione riguarda ben il 52% del territorio regionale, di cui l'11% gia' colpito. A forte rischio anche la Sicilia, le piccole isole e la Puglia.

Questi i dati allarmanti sulla desertificazione presentati da Legambiente in un recente dossier sugli ecoprofughi. ''La desertificazione non riguarda solo le aree torride dell'Africa - ha dichiarato Sebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente -. Il problema e' reale e ci tocca anche molto da vicino. Senza reali cambi di marcia nelle politiche energetiche e ambientali il rischio diverra' concreto e irreversibile''.

La desertificazione infatti, si puo' considerare come la fase finale del degrado chimico, fisico e biologico in quanto la terra perde irreversibilmente la capacita' di sostenere la produzione agricola e forestale, e anche se le piogge tornano a bagnare i suoli, il degrado, che ormai e' in atto, non regredisce anzi molto spesso peggiora.

Le regioni aride e semi-aride del pianeta - si legge nel dossier - rappresentano quasi il 40% della superficie emersa della Terra (5,2 miliardi di ettari) e ospitano circa due miliardi di persone. 135 milioni di persone rischiano di essere spostate a causa della desertificazione, e di queste circa 60 milioni tra il 1997 e 2020, abbandonera' (nel primo periodo preso in considerazione cio' e' gia' avvenuto) le zone desertificate dell'Africa subsahariana verso l'Africa settentrionale e l'Europa.

Di fatto poi il Sahara ha oramai ''attraversato'' il Mediterraneo, uno dei 25 hotspots mondiali per la biodiversita'. 30 milioni di ettari di terra lungo le rive del Mediterraneo sono gia' colpiti da desertificazione, fenomeno che mette a rischio la sopravvivenza di 6,5 milioni di persone.

venerdì 12 giugno 2009

EFFETTO SERRA :ITALIA IN RITARDO nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto


Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia' da qualche anno una realta' con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e' piu' prorogabile.

Sul banco degli imputati l'impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l'uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu' preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l'obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell'ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell'11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.

E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita' di ghiaccio della Groenlandia che si e' fusa con l'oceano e' stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e' stata la quinta piu' calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).

Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto - secondo gli esperti - rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all'effetto serra. Perche' il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e' piu' soltanto una minaccia ma sta gia' producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu' consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l'intreccio con la pressione esercitata dall'uomo.

Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e' stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra' entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia' alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.

Sin da allora e' stato evidente l'assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi' un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara' probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.

Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell'UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra' vedere la sigla di un accordo globale.

Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l'India) che non intendono vedere nell'Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall'Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.

L'Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l'obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.

L'Italia paga un pesante ritardo nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo.

Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell'11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu' alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall'aumentato prezzo dell'energia, da inverni poco rigidi, dall'arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra' un'ulteriore riduzione delle emissioni.

sabato 30 maggio 2009

cambiamenti climatici: Disastri ambientali, sei milioni di ecoprofughi in fuga


Nel mondo ci sono 37,4 milioni di profughi, di cui oltre la meta' in fuga da catastrofi naturali. Presto, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, 6 milioni di persone ogni anno saranno costrette a fuggire dai danni provocati dai cambiamenti climatici, ma per loro non varra' lo status di 'rifugiato'. Lo denuncia Legambiente, nel dossier 'Profughi ambientali', presentato nell'ambito di 'Terra Futura', la mostra sulle buone pratiche di sostenibilita' in corso alla Fortezza da Basso di Firenze. Leggendo il dossier si apprende che l'Unicef tra il 2005 e il 2007 ha risposto a 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la meta' delle quali causate da calamita', il 30% da conflitti e il 19% da problemi sanitari. Inoltre, secondo i dati del programma Onu per lo sviluppo umano, oggi sono 344 milioni le persone a rischio di cicloni tropicali e 521 quelle a rischio di inondazioni. Le previsioni presentano un quadro drammatico: per l'Unicef nel 2010 50 milioni di persone soffriranno la fame a causa di emergenze umanitarie e climatiche e per l'Alto commissariato Onu per i rifugiati i cambiamenti climatici potrebbero costringere 6 milioni di persone all'anno a lasciare le loro case. Un dato che per il 2050 potrebbe arrivare all'astronomica cifra di 200/250 milioni di persone. ''Il fenomeno dei migranti e rifugiati per cause ambientali e' gia' oggi di notevole entita' e aumentera' in modo drastico - spiega Mautizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria di Legambiente -. Eppure non si riesce a dare un numero preciso di quanti siano al momento o a dare loro assistenza adeguata, perche' giuridicamente i rifugiati ambientali non esistono''. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, rileva ancora il dossier di Legambiente, toccano anche l'Italia che negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l'inaridimento del suolo. L'associazione stima che il 27% del territorio nazionale sia a rischio desertificazione con sette regioni particolarmente esposte: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

La metà sarà costretta a raccoglie­re in fretta i pochi oggetti sottrat­ti alla furia del cielo e del mare, tallonata nella sua fuga da inondazioni e tempeste, cicloni e uragani. L’altra me­tà avrà più tempo per arrendersi ai de­serti che avanzano, divorando i campi e affamando le bestie, o agli oceani che si alzano, erodendo le coste e distruggen­do gli atolli. Tutti, inesorabilmente, se ne dovranno andare.

Questione di settimane, mesi, forse qualche anno. Sono 6 milioni, secondo le stime elaborate da Legambiente. Un dossier, quello dedicato al riscaldamen­to globale come fattore scatenante delle migrazioni, che sarà presentato oggi a Terra Futura ( www.terrafutura.it), la mostra-convegno internazionale sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale; la sesta edizione si chiuderà do­mani alla Fortezza da Basso di Firenze.

Li chiamano ecoprofughi, e sono l’ul­timo tassello in ordine di tempo che si unisce al complicato mosaico dei muta­menti climatici. Secondo l’Unhcr, l’agen­zia Onu per i rifugiati, il fenomeno è de­stinato a subire un aumento esponenzia­le: nel 2050, il mondo potrebbe ritrovar­si a gestire la migrazione forzata di 200-250 milioni di persone da terre ina­ridite o completamente sott’acqua, de­vastate dal surriscaldamento o dalla de­forestazione. È per questo che Legam­biente ha scelto di lanciare, proprio a Fi­renze, la proposta per il riconoscimento di uno status giuridico ai profughi am­bientali. E non è un caso, forse, che que­sto avvenga in una Regione che si appre­sta a introdurre — secondo il presiden­te del Consiglio toscano Riccardo Nenci­ni, «l’assemblea la varerà lunedì» — la «sua» legge sull’immigrazione, in aper­ta sfida al ddl sulla sicurezza e alla linea politica del governo. Così come non può essere una coincidenza che proprio nei prossimi giorni — come scriveva ie­ri il New York Times — l’Assemblea ge­nerale delle Nazioni Unite si prepari ad adottare la prima risoluzione che colle­ghi ufficialmente il cambiamento del cli­ma al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Sono 18 milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono colpite da di­sastri naturali; la quasi totalità (98%) si concentra nei Paesi in via di sviluppo. Basta un grande fiume che, gonfiato da un monsone anomalo, esca dal suo al­veo per distruggere case, campi, fonti di sostentamento di intere nazioni. Le piogge torrenziali che hanno flagellato la Namibia dal gennaio di quest’anno so­no le dirette responsabili dell’esodo for­zato di 350.000 contadini e allevatori: il 50% delle strade sono danneggiate, a ri­schio il 63% dei raccolti. Tra il 1997 e il 2020, nella sola Africa subsahariana le stime parlano di 60 milioni di migranti per la desertificazione. «Ma il problema è anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, ha visto il 27% del territorio — Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia... — inaridirsi fino al punto limi­te, con il 10% della Sardegna già deserti­ficato ». Maurizio Gubbiotti, coordinato­re della segreteria nazionale di Legam­biente, traccia un quadro italiano che è l’esatto rispecchiamento di un dramma mondiale. «Kyoto ci chiedeva di ridurre del 6,5% le emissioni; noi le abbiamo au­mentate del 13, a livello globale sono cresciute del 37%. Gli scienziati dicono che siamo vicini al punto di non ritor­no, quando il pianeta non avrà più capa­cità di adattamento». Nessuno, dunque, può ritirarsi dalla partita.

«Le crisi ambientali sono ovunque, quasi tutte provocate dall’uomo. E se fi­no a qualche anno fa il grosso dei rifu­giati scappava dalle persecuzioni, dai conflitti, da due anni in qua il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra — fa il punto Gubbiotti —. All’inizio è un pas­saggio interno, o tra Paesi confinanti; poi diventa la fuga verso Paesi che pos­sono dare più fortuna».

«Sappiamo benissimo che d’ora in poi ci saranno sempre più rifugiati — commenta l’economista americana Su­san George, presidente del Transnatio­nal Institute di Amsterdam —. Per un semplice motivo: anche volendo, non saranno in grado di restare dove sono. Prendiamo l’Africa, dove l’agricoltura ha già subito un tracollo pari al 60%, do­ve tutto ciò che è asciutto diventerà an­cora più secco e tutto ciò che è bagnato diventerà fradicio... Le condizioni di vi­ta saranno insostenibili».

Gli eco-profughi bussano alle nostre frontiere, «ed è necessario — afferma Gubbiotti — che la politica generale non sia più soltanto il negoziato per ri­durre le emissioni di gas inquinanti, ma anche, appunto, la ridefinizione dello status di rifugiati». La proposta può sembrare una provo­cazione, ma ha i piedi ben piantati sulla terra; già il 31 ottobre scorso, un docu­mento di lavoro dell’Iasc, il comitato in­ter- agenzia per il coordinamento uma­nitario Onu, aveva sottolineato come «né la Convenzione sui cambi climatici né il Protocollo di Kyoto includano mi­sure per l’assistenza o la protezione di coloro che saranno direttamente colpiti dagli effetti dei mutamenti nel clima»; e i criteri della Convenzione sullo status dei rifugiati, adottata nel 1951, non paio­no abbastanza flessibili per gestire le nuove emergenze. Pochi giorni fa, l’Or­ganizzazione mondiale per le migrazio­ni ha diffuso un rapporto in cui si rico­nosce che «i migranti per ragioni am­bientali non cadono direttamente in nessuna delle categorie offerte dal qua­dro giuridico internazionale». E se è ve­ro, ammette Gubbiotti, che «la proposta può sembrare improbabile dal punto di vista della praticabilità», lo è altrettanto che «sul fronte Onu sono già stati fatti passi avanti. E potremmo arrivare a dei risultati concreti».

Nel frattempo, in assenza di una gri­glia giuridica «aggiornata», è necessa­rio agire. Per spezzare questo circolo perverso, che intreccia indissolubilmen­te crisi ambientale e crisi sociale. «E la mia proposta — interloquisce la George — è relativamente semplice: l’Europa cancelli subito il debito ai Paesi più po­veri. Iniziando dall’Africa subsahariana, che continua a pagare una somma pari a 19 miliardi all’anno. A una condizio­ne: che quel denaro venga investito in riforestazione, conservazione delle riser­ve idriche, sviluppo di programmi a tu­tela della biodiversità». Con un monito­raggio costante, «perché è inutile far fin­ta che la corruzione non sia un proble­ma »; ma anche in stretta collaborazione «con associazioni ed esperti locali, met­tendo a disposizione un patrimonio di conoscenze tutto europeo — nella sil­vicoltura, nell’agricoltura sostenibi­le... ». E poi, dopo l’Africa, «gli altri Paesi più colpiti dall’emergenza ambientale: solo per le deforestazioni, Indonesia, Brasile, Paraguay... il modello, una volta perfezionato, potrebbe essere esportato ovunque».