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giovedì 3 settembre 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: IL MONDO E' SULL'ORLO DEL PRECIPIZIO


'Abbiamo il piede sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso l'abisso'', ha ammonito Ban Ki-moon riferendosi ai cambiamenti climatici. In un intervento alla Terza Conferenza mondiale sul clima, in corso a Ginevra, il segretario generale dell'Onu ha esortato la comunita' internazionale ad agire ''adesso''. ''Abbiamo scatenato forze potenti ed imprevedibili, il cui impatto e' gia' visibile. L'ho osservato con i miei occhi'', ha aggiunto Ban ki Moon reduce da una missione all'Artico.

Abbiamo un piede incollato sull'acceleratore e ci stiamo dirigendo verso un precipizio''. E' questa l'immagine con cui il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, oggi alla Conferenza mondiale sul Clima di Ginevra, ha voluto lanciare un monito sui rischi imminenti che sta correndeo il pianeta.

Ban Ki Moon, che questa settimana ha visitato l'Artico per vedere in prima persona gli effetti del riscaldamento globale, ha avvertito che ''molti degli scenari piu' a lungo termine'' previsti dagli scienziati si stanno ''verificando ora''. ''Gli scienziati - ha spiegato - sono stati accusati per anni di allarmismo, ma i veri allarmisti sono quelli che dicono che non possiamo permetterci un'azione'' contro il riscaldamento climatico, perche' ''cio' fermerebbe la crescita economica''. Queste persone ''sbagliano, il cambiamento climatico potrebbe essere disastroso'', ha avvertito Ban.

Il numero uno dell'Onu ha poi fissato le speranze di un'inversione di tendenza sul summit sul cambiamento climatico dei leader mondiali a New York, previsto questo mese.

I colloqui su un nuovo Protocollo di Kyoto e sui tagli alle emissioni in vista della Conferenza di Copenaghen di dicembre sono stati troppo lenti e limitati. ''Abbiamo 15 giorni utili per i negoziati da qui a Copenaghen, non possiamo permetterci progressi limitati, abbiamo bisogno di rapidi progressi'', ha aggiunto, criticando ''l'inerzia'' di molti paesi sul tema. ''A New York mi aspetto discussioni chiare e costruttive, mi aspetto la costruzione'' di uno strumenmto che funga da ponte per il futuro e ''risultati forti'', ha detto Ban ai delegati di 150 paesi riuniti al meeting di Ginevra.

Il segretario generale dell'Onu ha poi avvisato che il prezzo di un eventuale fallimento della Conferenza di Copenaghen sarebbe alto ''non solo per le future generazioni, ma anche per questa generazione''. Ban ha poi ribadito che la promessa fatta dal Gruppo del G8 per un taglio a lungo termine, entro il 2050, dell'80% delle emissioni nocive non e' sufficiente: ''Continuo a credere che avrebbero dovuto fissare un obiettivo di medio termine e continuero' a sostenere con il G8 e il G20'' questa posizione.

Nel corso del suo mandato, Ban Ki Moon ha effettuato diversi viaggi allo scopo di verificare l'impatto del cambiamento climatico sull'ambiente e sull'uomo, compreso un viaggio in Antartide. Ban ha visto di persona l'avanzameto dei deserti in Ciad e la diminuzione della foresta amazzonica in Brasile. Visibilmente preoccupato dall'ultima visita nell'Artico, Ban Ki Moon ha avvertito che l'innalzamento del livello del mare, causato in primo luogo dallo scioglimento dei ghiacci della calotta polare, minaccera' grandi citta' in tutto il mondo, cun bacino potenziale di 130 milioni di persone. Il cambiamento climatico, secondo Ban, sta inoltre innescando una corsa alle risorse naturali nell'Artico, dopo l'apertura di un passaggio per le navi nei mari del polo nord, ora liberi dai ghiacci. ''Non stiamo solo sfidando l'ambiente, il cambiamento climatico sta anche alterando il quadro geopolitico'', ha spiegato.

Ban ha poi invocato azioni urgenti sui temi-chiave dei negoziati preparatori della Conferenza di Copenaghen, caratterizzati da divisioni tra paesi ricchi, emergenti e poveri. Secondo Ban queste divisioni si registrano anche sulle misure da adottare per adattarsi al cambiamento climatico e sull'avvio di 'finanziamenti rapidi' per aiutare i paesi piu' vulnerabili e meno sviluppati. Mentre le nazioni piu' industrializzate hanno bisogno di obiettivi sulle emissioni di medio termine, Ban ha rilevato che anche i paesi in via di sviluppo ''hanno bisogno di agire subito per diminuire la crescita delle emissioni''.

L'ex diplomatico sudcoreano ha poi rivelato di star lavorando a un vertice dei leader delle nazioni che hanno le piu' grandi foreste per un meeting, da svolgere entro il mese, sulla deforestazione: ''Chiedero' ai leader delle nazioni con le piu' grandi foreste di incontrarci'' il 22 settembre. Per il segretario generale dell'Onu i paesi a maggior rischio deforstazione sono Brasile, Indonesia, Repubblica democratica del Congo e alcuni paesi europei.

martedì 28 luglio 2009

ENERGIA NUCLEARE IN ITALIA NESSUNA INNOVAZIONE Nè COMPETITIVITà


''Con il nucleare nessuna innovazione, ne' competitivita', solo alti costi, rischi e nessun vantaggio per il clima. Non solo non e' fondamentale per il nostro Paese ma togliera' risorse allo sviluppo delle vere fonti che possono aumentare la nostra efficienza e la nostra competitivita'. Un ritorno all'atomo oggi in Italia e' un errore imperdonabile''. E' duro il commento del presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza alle dichiarazioni sul nucleare del presidente dell'Enea Luigi Paganetto rilasciate nel corso della presentazione del rapporto ''Energia e ambiente''.

''Il tempo - aggiunge il presidente di Legambiente- non e' una variabile indipendente e continuare ad ignorare che produrre energia dall'atomo in Italia non sara' possibile prima del 2025-2030 e' mettere la testa sotto la sabbia. La crisi economica e quella energetica hanno bisogno di provvedimenti immediati, cosi' come l'urgenza di ridurre la CO2 in atmosfera e il nucleare non offre soluzioni a nessuna di queste problematiche. Per non parlare della sicurezza e dei costi''.

''Le affermazioni di molti nuclearisti di oggi - conclude Cogliati Dezza - alimentano illusioni insieme a false e semplicistiche aspettative distogliendo l'attenzione sociale e politica dall'unica strada immediatamente perseguibile, quella dell'efficienza e delle energie alternative, che danno una risposta immediata ai cambiamenti climatici e alla crisi economica. Secondo un recente studio della UE, investire su quest'ultime ha gia' portato 2,8 milioni di posti di lavoro e l'1,1% del Pil''.

''Sono utili i dati contenuti nel rapporto 'Energia e ambiente 2008' dell'Enea ed e' assolutamente condivisibile l'enfasi posta nell'innovazione tecnologica e in particolare sull'efficienza energetica per quanto riguarda la qualita' del nostro futuro, ma il Presidente Luigi Paganetto sbaglia quando guarda con favore a una tecnologia vecchia come quella nucleare''. Questo il commento di Francesco Ferrante, dell'esecutivo nazionale degli Ecologisti Democratici sul documento presentato oggi, a Roma.

''L'Enea deve essere messo in condizioni, con le risorse economiche sufficienti e rifuggendo dalla tentazioni lottizzatrici di questo governo, di lavorare e stimolare la ricerca - prosegue Francesco Ferrante - per sperimentare le tecnologie che possano avere una applicazione sensibile nel campo dell'efficienza energetica e delle rinnovabili. E' sbagliato invece pensare all'applicazione di una tecnologia superata come quella della terza generazione nucleare, che non ha superato alcun problema collegato alla sicurezza e allo smaltimento finale delle scorie e che costa decisamente troppo''.


''L'ultima conferma in questo contesto - spiega ancora Ferrante - e' arrivata dal rapporto del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Mit) che esplicitamente afferma che in un'economia di mercato il nucleare non e' competitivo e che i costi del capitale e i costi finanziari delle centrali nucleari continuano ad essere infatti significativamente incerti. Nel 2007, secondo i nuovi dati del Mit, realizzare una centrale nucleare costa 4000 dollari per kW contro i 2000 di quattro anni prima. Una crescita che si ripercuote inevitabilmente anche sui costi finali dell'energia: dai 6,7 centesimi a kilowattora stimati nel 2003 il nucleare e' passato ad un costo di 8,4 cent a kilowattora contro i 6,2 del carbone ed i 6,5 del gas''.


''D'altra parte - conclude l'esponente Ecodem - se mai il nucleare verra' rilanciato nel nostro paese avra' bisogno di ingenti sostegni economici pubblici che i cittadini dovranno pagare mentre ogni sforzo andrebbe fatto per sostenere le rinnovabili. L'Enea deve invece concentrasi con quello che in tutto il mondo e' considerata la chiave di volta di un nuovo sviluppo: rinnovabili ed efficienza energetica e per quanto riguarda il nucleare sulla 'quarta generazione' con l'obiettivo di superare i problemi connessi alla sicurezza e allo smaltimento delle scorie''.

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mercoledì 22 luglio 2009

centrali nucleari in Italia:costruire una centrale nucleare era e resta costosissimo e richiede molti piu' anni di quanto non si dica


Famiglia Cristiana solleva pesanti dubbi sulla scelta nucleare del governo Berlusconi. E il dl anticrisi ridimensiona la Prestigiacomo. Francescato: "Colpo di grazia al ministero dell'Ambiente"

''Nessuna delle obiezioni che hanno indotto gli italiani a rinunciare al nucleare e' stata rimossa'' mentre ''costruire una centrale nucleare era e resta costosissimo'' e richiede ''molti piu' anni di quanto non si dica''. Ad esprimere forti dubbi e riserve sulla decisione del governo di avviare la costruzione di nuove centrali nucleari nel Paese, e' il settimanale Famiglia Cristiana, nel numero in edicola.

''E' realistico pensare che un ritorno al nucleare oggi sarebbe di grande utilita' per il Paese?'', si chiede Famiglia Cristiana aggiungendo che "nulla e' cambiato da quando gli italiani con il referendum hanno detto no al nucleare". ''Costruire una centrale nucleare - scrive ancora il settimanale - era e resta costosissimo, oltre al fatto che la costruzione di una centrale richiederebbe molti piu' anni di quanto non si dica''.

''Il governo fa una stima di dodici-tredici'', spiega, mentre ''previsioni piu' attendibili parlano di almeno vent'anni''. E poi ancora: "Si sprecano elogi per Barack Obama che punta tutto sull'energia pulita'' ma ''noi torniamo indietro''. E ancora, prosegue, il ministro Tremonti ha dichiarato di non avere risorse per il nucleare''.

Si afferma cosi', conclude Famiglia Cristiana, ''una politica degli annunci che, all'insegna dello slogan 'il Sessantotto e' finito', dovrebbe restituirci una scuola che ci rassicura se torna a bocciare, maggiore sicurezza, e persino il Ponte di Messina per il quale tutti hanno belle parole e la tasca vuota'' mentre, ''dovrebbe restituirci'' ''una certa serieta' e una qualche coerenza fra gli annunci e le cose che, effettivamente, si faranno''

E sul nucleare, in particolare sulla norma del decreto anticrisi che consente di nominare dei commissari per la realizzazione di impianti di energia, incluse le centrali atomiche, e' intervenuta in modo molto critico anche la ministra dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, che ha protestato contro il governo di cui fa parte: "Una norma che, in barba all'opinione del ministro competente, in spregio alla tutela ambientale prevista dalla Costituzione, rischia di provocare gravi danni al territorio e la sollevazione delle popolazioni interessate. Ci tolgono competenze - dice ancora la ministra - e cosi' ci hanno tolto anche i soldi. Se finora ho sopportato in silenzio, adesso basta".

"L'articolo 4 del decreto anti crisi - osserva Grazia Francescato, portavoce nazionale dei Verdi ed esponente di Sinistra e Libertà - è il colpo di grazia al Ministero dell'Ambiente e la dimostrazione di come si voglia sottrarre ad ogni controllo ed obiezione la follia nucleare, antiambientale ed antieconomica, in cui questo governo si sta irresponsabilmente imbarcando".
Fonte: verdi.it

'L'estromissione del Ministro dell'Ambiente dalle scelte sulla realizzazione degli impianti energetici e l'attribuzione di competenze al Ministero della semplificazione legislativa si spiegano unicamente con l'intento, neanche troppo velato, di consentire alle lobbies economiche del Nord di allungare le mani sul business delle nuove fonti energetiche, compreso il solare''.

Lo affermano in una nota il capogruppo del Mpa a Montecitorio, Carmelo Lo Monte, e il componente della Commissione Attivita' Produttive, Arturo Iannaccone, anche lui del Mpa. ''L'articolo 4 del decreto anticrisi -spiegano i parlamentari- estromette il Ministero dell'Ambiente dalla possibilita' di esercitare la funzione per la quale e' preposto: la tutela del territorio e la vigilanza sull'impatto ambientale delle centrali nucleari che dovranno essere realizzate. E' in egual misura censurabile l'esclusione dei Comuni e delle Regioni dalla possibilita' di esprimersi in merito alla realizzazione di strutture per le quali e' necessario ricercare il consenso delle comunita' interessate che puo' essere garantito solo da un forte coinvolgimento delle autonomie locali''. ''Il Movimento per l'Autonomia Alleati per il Sud esprime, pertanto, la sua netta contrarieta' sulla formulazione dell'articolo 4 del decreto anticrisi che -concludono Lo Monte e Iannaccone- non solo va in direzione opposta al federalismo e alla tutela delle autonomie locali, ma consente alle lobbies industriali del Nord di incunearsi indebitamente nella realizzazione delle infrastrutture ubicate nelle regioni meridionali''

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giovedì 28 maggio 2009

DIRITTI UMANI: Il mondo siede sopra una bomba a orologeria


Il mondo siede sopra una bomba a orologeria, la crisi dei diritti umani, che puo' esplodere in ogni momento, denuncia Amnesty International. L'avvertimento e' contenuto nel rapporto 2009 sulla situazione dei diritti umani nel mondo nel quale si evidenzia la necessita' di una nuova leadership internazionale che s'impegni a contrastare un cammino che sembra inarrestabile, aggravato dalla crisi economica in atto. Il dossier documenta il livello del rispetto dei diritti umani in 157 Paesi del mondo.

Il mondo e' seduto sopra una bomba a orologeria sociale, politica ed economica, innescata da una crisi dei diritti umani: e' quanto afferma oggi Amnesty International, presentando a Londra, Roma e in altre capitali il proprio Rapporto annuale 2009, il volume (pubblicato in Italia da EGA Editore) che analizza la situazione dei diritti umani in 157 paesi e territori nell'anno precedente. Le cifre parlano chiaro: limitazioni alla liberta' di espressione sono state imposte in almeno 81 paesi. Almeno 2390 prigionieri sono stati messi a morte in 25 paesi. Il 78% delle esecuzioni ha avuto luogo nei paesi del G20. Esecuzioni extragiudiziali od omicidi illegali sono stati commessi in oltre 50 paesi. Il 47% di questi crimini e' stato riscontrato nei paesi del G20. Torture e altre forme di maltrattamento sono state compiute, nel corso degli interrogatori, in circa 80 paesi. Il 79% delle torture e dei maltrattamenti si e' registrato nei paesi del G20. Processi iniqui sono stati celebrati in circa 50 paesi. Il 47% di essi si e' svolto nei paesi del G20. Prigionieri sono stati sottoposti a periodi di detenzione prolungata, spesso senza accusa ne' processo, in circa 90 paesi. Il 74% di queste detenzioni ha avuto luogo nei paesi del G20. E ancora: Persone che chiedevano asilo politico sono state respinte da almeno 27 paesi verso stati in cui sono andate incontro ad arresti, torture e morte. Prigionieri di coscienza sono finiti in carcere in almeno 50 paesi. Sgomberi forzati sono stati eseguiti in almeno 24 paesi. ''Dietro alla crisi economica si cela un'esplosiva crisi dei diritti umani'' - ha dichiarato Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International nel corso della conferenza stampa di Roma - la recessione ha aggravato le violazioni dei diritti umani, distolto l'attenzione da esse e creato nuovi problemi. Prima, i diritti umani erano messi in secondo piano in nome della sicurezza, ora in nome della crisi economica''.

martedì 21 aprile 2009

Amianto, 500mila i morti annunciati per i primi trent’anni del secolo e A L'AQUILA E NEI COMUNI COLPITI DAL TERREMOTO???


300 bare. 300 nomi. Uccisi, ma non dal terremoto. Dalle case assassine. Costruite rubando sui materiali, rubando sulla sicurezza. Uccisi dall'edilizia selvaggia, da parcheggi sotterranei ricavati erodendo le fondamenta degli edifici. Da chi doveva vigilare e non ha vigilato. Da chi doveva fermare i lavori e non è intervenuto. Da una causa rimasta pendente, da una condanna che non è mai arrivata.
300 cadaveri, disposti in file ordinate davanti al Presidente del Consiglio. 300 altri, disposti alla rinfusa, sotto alle macerie. In Irpinia furono coperti da colate di cemento, per evitare epidemie. Verranno fuori tra duemila anni, come a Pompei.
Nel frattempo, altri se ne andranno. Molto prima, forse tra venti o trent'anni. Quando meno se lo aspettano, implacabilmente, inesorabilmente. Con tutta probabilità, inspiegabilmente.
L'eternit è un materiale isolante fatto con l'amianto. L'amianto è un minerale fibroso, i cui filamenti sono così leggeri da restare in sospensione nell'aria per molto tempo, e sono così piccoli da avere un diametro inferiore a quello che le nostre vie respiratorie sono in grado di filtrare. Basta inalarne uno, uno solo. Poi, non resta che aspettare. Le patologie connesse si sviluppano anche dopo venti o trent'anni. Si chiamano abestosi, mesotelioma, carcinoma polmonare, e sono tutte mortali.
Nei giorni successivi al sisma, i comuni colpiti erano polveriere di calce ed altri materiali finemente triturati. A fine giornata, il sapore di calcinacci e muratura rimaneva nella gola e nei polmoni.
Quanti degli edifici crollati avevano un tetto in eternit? Almeno il 20, 30%. L'aria era satura di amianto.
Dal momento del crollo in poi, ogni respiro a L'Aquila e dintorni è stato una probabile condanna a morte. I sopravvissuti, i soccorritori, i giornalisti, gli operatori, le forze dell'ordine e i parenti accorsi alla disperata ricerca di notizie dei loro cari, ...tutti.

Saranno i prossimi a morire.....

I numeri sono allarmanti: 90.000 morti l’anno secondo la rivista scientifica The Lancet; 500.000 quelli annunciati per la sola Europa nei primi 30 anni del XXI secolo. Eppure non sono bastate queste cifre, terrificanti, per convincere la Commissione europea ad imporre un divieto totale e definitivo sull’utilizzo dell’amianto, la cui pericolosità è legata a una serie di minerali letali per l’essere umano.
Queste sostanze finiscono in decine e decine di oggetti o strutture con le quali ogni giorno veniamo a contatto. Dai freni a disco ai tostapane, dai materiali da costruzione navale agli edifici privati e pubblici (come le scuole). La nocività dell’amianto è stata accertata dal 1906, ma ci sono voluti decenni per convincere alcuni governi a metterlo al bando. E la strada è ancora tutta in salita.
L’u
ltimo colpo di scena risale al 18 e 19 febbraio scorsi. A Bruxelles si doveva decidere per una regolamentazione sull’utilizzo di alcune sostanze chimiche sul mercato europeo (tra cui le fibre di amianto). Francia, Italia, Belgio e Paesi Bassi si sono pronunciati per un’immediata decisione in merito, ma la maggior parte dei rappresentanti degli Stati membri ha votato a favore di una deroga (rifacendosi a una decisione presa nel 2007 da un gruppo di lavoro della Direzione Generale Imprese della Commissione europea per prolungare, appunto, la derogazione sull’amianto). In sostanza: un nulla di fatto che lascia invariata la situazione e fa slittare le decisioni ad un momento ancora da definire.
“La deroga proposta dalla Commissione europea deve passare il vaglio del Parlamento Ue, che ha tempo sei mesi per pronunciarsi” spiega Laurent Vogel, direttore del dipartimento Salute e sicurezza dell’Istituto sindacale europeo. “Di mezzo però ci sono le elezioni europee di giugno. E il rischio è quello di vedere i dibattiti prolungarsi in eterno. Se la deroga dovesse essere concessa, gli Stati membri chiederanno di fare di nuovo il punto della situazione nel 2012″. E visti i tempi della burocrazia europea, “rischiano di pronunciarsi in maniera definitiva non prima del 2015″.

Per Eric Jonckheere, fondatore della Abeva, associazione per sensibilizzare l’opinione pubblica al pericolo dell’amianto, la delusione è stata immensa. “Non posso credere che all’alba del XXI secolo ci siano governi europei disposti a piegarsi di fronte al mondo industriale su una vicenda così grave” ha spiega Jonckheere . “Se questa deroga dovesse passare, ai 500.000 morti annunciati in Europa entro il 2030 se ne aggiungeranno altre decine di migliaia negli anni succesivi”, ha spiegato. “Io e la mia famiglia siamo cresciuti a Kapelle-Op-Den-Bos, dove mio padre lavorava come ingegnere della multinazionale belgo-svizzera Eternit, la stessa che ha mandato al macello i lavoratori di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Bagnoli (Napoli) e Rubiera (Reggio Emilia)” sottolinea Jonckheere, e aggiunge “L’amianto dell’Eternit ha spazzato via la mia famiglia”. Le confidenze di Jonckheere a sono preziose, perché illustrano gli effetti devastanti di un prodotto “che non uccide soltanto le persone che lavorano all’interno di una fabbrica, come mio padre, ma anche coloro che vi entrano in contatto. Sebbene non avesse mai lavorato nello stabilimento dell’Eternit, mia madre (morta nel 2000 all’età di 63 anni, ndr) è il primo caso in Belgio di vittima ambientale”. Dopo di lei, sono morti altri due fratelli: “il primo a 43 anni, il secondo un mese fa, 44 anni appena compiuti”.
È proprio il dolore per le perdite dei familiari che ha spinto Eric Jonckheere a fondare un’associazione senza scopo di lucro. “Con Abeva cerchiamo di sensibilizzare non soltanto l’opinione pubblica ma anche la nostra classe politica sui rischi di salute pubblica che l’amianto fa planare sui lavoratori e i cittadini. E cerchiamo di insistere sulla necessità di assistere le vittime di oggi e di domani. Pochi lo sanno, ma in futuro l’asbestosi farà più vittime del tabacco. Ecco perché la deroga che la Commissione europea intende concedere ai gruppi industriali va combattuta”.
La battaglia si annuncia lunga e difficile. Le multinazionali hanno il vento in poppa. “Dow Chemical, Solvay e Zachem possono contare sul supporto di altri tre gruppi industriali, due svedesi e un bulgaro” spiega Vogel. “Purtroppo le attività lobbyistiche hanno ridotto la capacità della Commissione a decidere in maniera indipendente”, come proverebbero anche fonti confidenziali. “Alcuni gruppi hanno speso somme importanti per la ricerca di materiali e di processi di sostituzione all’amianto” si legge tra i commenti rilasciati da esperti della Commissione a rappresentanti della società civile. “Dow (Chemical)” ad esempio, “ha speso 200 milioni di euro. La Commissione può prendere una misura di interdizione se è provato che esiste un rischio” nel caso della produzione di cloro. “Tuttavia, gli Stati, gli industriali e i sindacati sono d’accordo per dire che non vi è alcun rischio”. Non solo. “C’è chi, come Solvay, ha addirittura trovato un’alternativa all’amianto nei suoi stabilimenti americani, ma non in Europa!” tuona Jonckheere. “Oggi questi gruppi approfittano della crisi economica per dire che il passaggio a una produzione pulita costa troppo. Ma i governi non si rendono conto che i costi per curare nei prossimi anni i malati di tumore o di meotelioma saranno nettamente superiori!”.

Quella dell’amianto è una vicenda che dura ormai da troppo tempo. Il primo divieto europeo risale al 1999, quando una direttiva Ue vietò la produzione e l’introduzione sul mercato comunitario delle fibre serial-killer a partire dal 1 gennaio 2005. L’unica eccezione fu quella concessa ai diaframmi utilizzati per la fabbricazione del cloro. Questa deroga, limitata a tre anni (fino al 1 gennaio 2008), doveva essere transitoria, il tempo necessario per i gruppi industriali chiamati in causa di trovare alternative ‘pulite’ al processo di produzione. Da allora, la maggior parte delle multinazionali hanno trovato una soluzione, salvo tre: Dow Chemical (Stati Uniti), Solvay (Belgio) e Zachem (Polonia).
Oggi le prospettive sono torbide. Per Vogel, “gli Stati membri si sono dimostrati troppo compiacenti con il mondo dell’industria. A parte la Francia, appoggiata dal Belgio e dai Paesi Bassi, gli altri, a cominciare da Germania, Regno Unito e Polonia, non hanno fatto nulla per opporsi alla deroga, anzi”. E l’Italia? “Nelle riunioni di dicembre scorso gli esperti italiani mandati dal vostro ministero della Sanità mi sembravano molto incerti, anche perché non erano molto preparati. Da allora, le cose sono cambiate e l’Italia ha sostenuto la Francia”. Ma i conti rischiano comunque di essere salati. Oltre alla deroga sulla produzione e importazione, c’è in ballo la possibilità di introdurre sul mercato europeo materiali contenenti amianto e in uso prima del 1 gennaio 2005. “In questo caso” sottolinea Vogel, “la Commissione lascia a ogni Stato membro la libertà di concedere o meno delle deroghe”. Problema: “se la Polonia accetta l’importazione di materiale dalla Russia o dal Canada, ovvero dai due più grandi ‘produttori’ di amianto al mondo, c’è il rischio che questo materiale finisca sul mercato europeo, ivi incluso l’Italia”, spiega Vogel. Il che significa altre vittime supplementari tra i prossimi 20 o 40 anni.

Dal dopoguerra al 1992, anno in cui l’Italia ha deciso di vietare l’amianto, circa 3,7 milioni di tonnellate sono entrate nella composizione di oltre 3.000 prodotti diffusi nel nostro paese. L’effetto è quello di una bomba ad orologeria. Secondo gli pneumologi italiani, ogni anno, nel nostro Paese, 3.000 persone sono uccise da asbestosi (malattia polmonare cronica conseguente all’inalazione di fibre di amianto o asbesto): 1.000 per mesotelioma, 1.500 per tumore pulmonare, gli altri per tumori rintracciati in altri parti del corpo. Nonostante questi dati, il lavoro da fare sulla via delle restrizioni all’utilizzo dell’amianto sembra ancora in una pericolosa fase di stallo.