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mercoledì 2 settembre 2009

risorse idriche: Poliziotti dell’acqua a Los Angeles


Che l’acqua sia un bene prezioso e che non bisogni sprecarla, è ormai risaputo da anni. Specialmente in zone come la California, dove il caldo abbonda e ampie fette dell’ormai ex Golden State sono fasce desertiche. Dev’essere per questo che l’amministrazione di Los Angeles, una megalopoli da quasi 4 milioni di abitanti, ha scelto di dotarsi di 15 poliziotti in più. Poliziotti molto speciali, addetti a girare per la città cercando sprechi di quello che ormai viene sempre più spesso chiamato “oro blu”.

Un’iniziativa che ha avuto successo, grazie a due punti chiave: una linea verde anonima per le denunce e multe da 100 dollari per i trasgressori. Così il Los Angeles Water conservation team ha iniziato a rigirare la città come un calzino, facendo diminuire i consumi d’acqua del 12 per cento rispetto allo scorso luglio e portandoli al livello più basso da 32 anni a questa parte.

In realtà fino ad ora, considerato che l’iniziativa è appena nata, i poliziotti dell’acqua si sono limitati, nelle loro oltre 4600 ispezioni, ad avvertimenti verbali più che ricorrere alle multe. Eppure c’è già chi è stato “pizzicato” come recidivo ed ha scoperto che le sanzioni sono crescenti: 100 dollari la prima, 200 la seconda, 300 la terza. Oltre, non si è ancora andati. Almeno fino ad ora.

In realtà - ha spiegato David Nahai, capo del Dipartimento cittadino acqua ed energia - Il nostro obiettivo, più che incassare con le multe, è ridurre il consumo. Anche perché chi consuma molta acqua, economicamente paga già un conto salato”. Per far fronte alla siccità che ogni estate attanaglia Los Angeles, infatti, chi consuma più di un certo quantitativo d’acqua prestabilito paga, in proporzione, sempre di più. Con buona pace di chi vorrebbe riposarsi e trovare una tregua dal caldo nella piscina di casa.
fonte:panorama.it

giovedì 30 luglio 2009

Goletta dei Laghi: 14 laghi italiani monitorati in 6 regioni, alla fine sono stati 65 i campioni inquinati. il lago più inquinato è quello di Como


Acque inquinate in 14 punti sul lago di Garda, dove le analisi hanno rilevato una concentrazione di batteri fecali al di sopra dei limiti di legge. Sei sono sulla sponda lombarda, 2 su quella trentina e infine gli altri 6 sulla costa veneta. Sui 14 laghi italiani monitorati da Legambiente, in 6 regioni, alla fine sono stati 65 i campioni risultati inquinati. Tra i bacini più grandi la maglia nera nazionale va al lago di Como, con 15 punti critici, in media uno ogni 11 km di costa, e all'Iseo, con 9 campioni fuori dai limiti, mediamente uno ogni 7 km.

E' il bilancio complessivo al termine della sesta e ultima tappa della Goletta dei Laghi, la campagna per il monitoraggio e l'informazione dei bacini lacustri, quest'anno alla ricerca dei punti critici sulla qualita' delle acque, realizzata in collaborazione con il Coou (Consorzio Obbligatorio Oli Usati). I dati sono stati comunicati durante una conferenza stampa a cui hanno partecipato Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente e Barbara Meggetto, direttrice di Legambiente Lombardia. Riflettori accesi dunque sul più grande bacino italiano che si estende in tre differenti regioni: Lombardia, Veneto e Trentino. Tre i punti risultati fortemente inquinati sulla sponda lombarda. Di questi, due sono 'vecchie conoscenze' della Goletta dei Laghi, Desenzano e Limone del Garda, a cui quest'anno si aggiunge la new entry di Tignale, frutto delle segnalazioni al servizio 'Sos Goletta' di Legambiente. Inquinati invece i punti a Moniga, Salò e Toscolano Maderno.

Con il cambio della normativa lombarda sulla balneazione, che Legambiente ha definito una "magia alla Houdini", a diventare puliti 'per decreto' sul lago di Garda sono ben 4 punti sui 6 riscontrati inquinati dall'associazione: Moniga, Salò, Toscolano Maderno e Limone del Garda. Ma la Goletta ha analizzato tutto il lago di Garda. Sulla sponda veneta sono risultati fuori dai limiti 6 campioni. In particolare fortemente inquinati sono i 4 punti di Peschiera del Garda, Castelnuovo del Garda, Lazise e Bardolino. Inquinati i due campioni prelevati a Garda e a Torri del Benaco. In Trentino off limits invece i punti campionati a Torbole del Garda, risultato fortemente inquinato, e a Riva del Garda, dove ad essere inquinata è la foce dei fiumi Albore e Varone.

Si conclude dunque sul Garda il lungo viaggio della Goletta dei Laghi. I tecnici del laboratorio mobile hanno monitorato, in un mese, ben 14 laghi in 6 regioni (Lazio, Umbria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino). Alla fine sono 65 i punti critici rilevati da Legambiente, di cui 35 fortemente inquinati. Dal bilancio complessivo della campagna ambientalista emerge un dato significativo: è allarme foci sui laghi italiani. Infatti oltre la metà dei campioni risultati fuori dai limiti (35) è stata prelevata allo sbocco di torrenti e fiumi che scaricano a lago anche i reflui non depurati dei centri abitati delle aree interne. Dieci le foci trovate inquinate sul Garda, 6 sull'Iseo e sul Maggiore, 5 sul lago di Como, tre sul lago di Fondi nel Lazio e 2 sul Trasimeno in Umbria.
I dati di Goletta dei laghi confermano quanto emerso recentemente a proposito della mancata depurazione dei reflui fognari. Legambiente ricorda che "è di qualche settimana fa la notizia dell'imminente avvio della procedura d'infrazione europea per la mancata applicazione della direttiva sul trattamento delle acque reflue in ben 525 comuni con oltre 15mila abitanti. Dati confermati dal Rapporto Blue Book 2009 di Utilitatis e Anea secondo il quale l'85% degli italiani è servito dalla rete di fognatura e solo il 70% da un impianto di depurazione". "I numeri sulla mancata depurazione delle acque reflue sono da vera e propria emergenza nazionale - dichiara Stefano Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente - Siamo stanchi di sentir parlare di grandi e inutili infrastrutture, come il ponte sullo Stretto di Messina o le nuove autostrade del Nord Italia, quando si potrebbero utilizzare quelle risorse per opere pubbliche meno visibili ma più utili, come ad esempio i sistemi di fognatura e trattamento dei reflui fognari, evitando di pagare le sanzioni europee". "Per garantire la salute dei bagnanti e la tutela dell'ambiente - prosegue Ciafani - è necessario che entro la fine dell'anno il Ministero della Salute approvi il decreto attuativo, completando la normativa di recepimento della direttiva sulla balneazione. Solo così manterremo quel primato europeo che il nostro paese detiene dal 1982''.

mercoledì 15 luglio 2009

Desertec Industrial Initiative : 400 MILIARDI PER IMPIANTI SOLARI IN AFRICA ( AGGIORNAMENTO)


Coprire il 15% del fabbisogno energetico europeo tramite la realizzazione di impianti ad energia solare in Africa e Medio Oriente. Questo l'obiettivo del programma da 400 miliardi di euro, denominato Desertec Industrial Initiative lanciato da un consorzio di 12 compagnie, che oggi hanno siglato una lettera d'intenti. Le compagnie sono ABB, ABENGOA Solar, Cevital, Deutsche Bank, E.ON, HSH Nordbank, MAN Solar Millennium, Munich Re, M+W Zander, RWE, SCHOTT Solar e SIEMENS.

Il progetto prevede la costruzione di centrali ad energia solare per la produzione di energia elettrica dal Marocco all'Arabia Saudita. L'energia elettrica prodotta verra' poi inviata in Europa attraverso reti elettriche di trasmissione sottomarine. Il progetto prevede inoltre un forte sostegno all'economie dei paesi dove saranno localizzati le centrali attraverso impianti di trasformazione dell'acqua marina in acqua potabile e per l'irrigazione dei campi.

LEGGI ANCHE:
Desertec: PANNELLI SOLARI NEL DESERTO NORD AFRICANO ( LIBIA )
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giovedì 2 luglio 2009

Cigno Azzurro: GOLETTA DEI LAGHI, 8 laghi e OLTRE 200 COMUNI COINVOLTI


Scarichi abusivi, depuratori mal funzionanti, cattiva gestione delle acque, cementificazioni selvagge delle coste: a questo e non solo dara' la caccia quest'anno la Goletta dei Laghi - Cigno Azzurro di Legambiente, la campagna per il monitoraggio e l'informazione sullo stato di salute dei laghi, realizzata con il contributo di COOU (Consorzio Obbligatorio Oli Usati). Giunta alla sua quarta edizione, oggi la campagna prende il via con i primi monitoraggi sui laghi laziali per poi spostarsi in Umbria, Piemonte, Lombardia, Veneto e Trentino: un mese di prelievi per controllare lo stato in cui versano i principali bacini lacustri italiani. Fino al 30 luglio i tecnici di Legambiente, a bordo del laboratorio mobile, effettueranno piu' di 100 campionamenti su 8 laghi per un totale di 200 comuni coinvolti. La novita' per l'edizione 2009 di Goletta dei Laghi sta nel tipo di campionamento che i tecnici effettueranno durante il viaggio: da quest'anno, infatti, Legambiente ha deciso di accendere i riflettori in particolare su tutti quei casi che rappresentano un maggior pericolo per la salute dei nostri laghi.
Occhi puntati dunque sulle foci dei fiumi principali e dei corsi d'acqua minori, scarichi abusivi e depuratori inefficienti. Obiettivo: scovare tutte le situazioni che mettono a rischio la qualita' delle acque e compromettono gli habitat naturali.

''Il turismo lacustre in Italia - ha dichiarato Rossella Muroni, direttrice generale di Legambiente - rappresenta un settore sempre piu' importante e apprezzato che va decisamente sostenuto e promosso con strumenti adeguati.

Goletta dei Laghi, grazie ai dati raccolti nelle precedenti edizioni puo' assumere un ruolo di valido controllo non solo per quanto riguarda la qualita' delle acque, ma per l'intero stato di salute dei nostri bacini lacustri. Quest'anno infatti Legambiente ha deciso di concentrare la sua attenzione sui casi che mettono in pericolo le acque dei laghi, segnalando ai cittadini e alle istituzioni le situazioni piu' a rischio. Saremo un occhio vigile, ma vogliamo anche essere una cassa di risonanza per tutte quelle localita' che hanno fatto del turismo sostenibile e delle buone pratiche una loro caratteristica attrattiva. Come quelle premiate dalla Guida Blu di Legambiente e Touring Club''.

mercoledì 17 giugno 2009

DESERTIFICAZIONE: 24 milioni di PROFUGHI AMBIENTALI.


In Africa 73% delle terre aride coltivate sono a grave rischio desertificazione, fenomeno che interessa altre aree del pianeta. E in Italia oltre il 21% del territorio presenta caratteristiche tali da essere predisposto al rischio di desertificazione. Si stimano quasi un milione di profughi ambientali l'anno nel mondo, sono circa 24 milioni attualmente e il loro numero potrebbe salire a 200 milioni nel 2050.

Con lo slogan ''Conservare terra e acqua. Proteggere il nostro futuro comune'' si celebra oggi la Giornata Mondiale per la lotta alla Desertificazione, indetta dalle Nazioni Unite nel 1994 per combattere degrado del suoloo e siccita' che sempre piu' minacciano la sicurezza umana mettendo a rischio i mezzi di sostentamento - cibo, acqua, attivita' economiche - e che nelle situazioni piu' critiche costringono intere popolazioni ad abbandonare la loro terra.

Alla Giornata aderiscono 190 Paesi.

I processi di desertificazione sono estremamente diffusi nel mondo tanto che ogni anno circa 6 milioni di ettari (il doppio della superficie del Belgio) subiscono un processo irreversibile di desertificazione e altri 20 milioni di ettari ne sono interessati fino a non essere piu' sfruttabili con profitto dall'uomo; le aree a rischio sono state valutate attorno al 35% dell'intera superficie utile.

Uno dei fattori che danno il via alla desertificazione e' la variazione della copertura vegetale dei terreni (diboscamento, pascolo eccessivo), che causa la perdita graduale dello strato superficiale di humus. In seguito tendono a instaurarsi processi erosivi, che alterano la struttura del terreno e la sua capacita' di ritenzione dell'acqua, fino ad arrivare a stati di degrado praticamente irreversibili. Normalmente i terreni piu' sensibili ai fenomeni di desertificazione sono quelli situati in climi aridi e con pendenze relative elevate.
In occasione della Giornata numerose iniziative sono in programma nel nostro Paese. Fra l'altro uno sguardo sul ruolo dell'agricoltura nella lotta ai processi di desertificazione: l'Istituto Nazionale di Economia (INEA) agraria organizza il seminario sul tema ''La lotta alla desertificazione: nuove sfide e strumenti operativi a livello nazionale e internazionale'', nel corso del quale vengono presentati tre supporti metodologici e innovativi per la lotta alla desertificazione. Si tratta in particolare di: SIGRIAN: Sistema Informativo per la Gestione delle Risorse Idriche in Agricoltura a livello Nazionale; il notiziario informativo sull'andamento della stagione irrigua; l' aggiornamento al 2007 della cartografia CASI3, con inclusione delle aree extracomprensoriali.

venerdì 12 giugno 2009

EFFETTO SERRA :ITALIA IN RITARDO nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto


Accelerazione dei processi di desertificazione e abbandono delle colture, mancanza di acqua, aumento dei fenomeni climatici estremi: i cambiamenti climatici sono ormai gia' da qualche anno una realta' con la quale dobbiamo confrontarci e un accordo su base globale per cercare di contrastarli non e' piu' prorogabile.

Sul banco degli imputati l'impatto ambientale di ogni singolo uomo che vive sul pianeta: le emissioni di gas serra, la deforestazione, l'uso scriteriato delle acque, una politica energetica basata sul petrolio e sul carbone. Uno dei dati piu' preoccupanti riguarda i paesi industrializzati, che secondo quanto stabilito dal protocollo di Kyoto avrebbero dovuto ridurre del 5 per cento entro il 2012 le proprie emissioni rispetto ai livelli del 1990. Nonostante l'obiettivo di riduzione, nel 2005 le economie ricche, ad esclusione dei paesi dell'ex blocco sovietico, hanno fatto registrare un aumento dell'11 per cento dei gas climalteranti rispetto ai livelli del 1990.

E il pianeta risponde: sempre nel 2005, secondo uno studio della Nasa, la quantita' di ghiaccio della Groenlandia che si e' fusa con l'oceano e' stata superiore di ben due volte e mezzo rispetto a quella del 1996. Risultato: entro i prossimi cinquanta anni il mar Artico potrebbe essere completamente libero dai ghiacci durante i mesi estivi. La temperatura media globale combinata (superficie terrestre e oceani) del mese di Aprile 2009, secondo i dati preliminari del NOAA, e' stata la quinta piu' calda per questo mese in base ai dati finora registrati (+0.59*C sopra la media).

Ridurre le emissioni di anidride carbonica e realizzare gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto - secondo gli esperti - rappresenta un primo ma indispensabile passo per invertire la tendenza rispetto all'effetto serra. Perche' il processo di riscaldamento globale, provocato soprattutto dai consumi crescenti di petrolio e di altre fonti fossili, non e' piu' soltanto una minaccia ma sta gia' producendo effetti drammatici: alluvioni e uragani si stanno ripetendo con una forza e una cadenza senza precedenti e determinano modifiche sempre piu' consistenti negli ecosistemi e nei territori, anche per l'intreccio con la pressione esercitata dall'uomo.

Senza interventi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica, gli effetti dei cambiamenti climatici andranno aumentando nel tempo. Il protocollo di Kyoto e' stato solo un primo piccolo passo nella lotta ai cambiamenti climatici. I negoziati per un nuovo accordo sul clima, che dovra' entrare in vigore alla scadenza del protocollo nel 2012, sono stati avviati gia' alla conferenza sul clima di Montreal, in Canada, nel 2005.

Sin da allora e' stato evidente l'assoluta urgenza di raggiungere un accordo nel minor tempo possibile in modo da far entrare in vigore il nuovo negoziato entro il 2012 ed evitare cosi' un vuoto normativo dopo la prima fase. Come accaduto per il protocollo di Kyoto infatti, anche il nuovo accordo sara' probabilmente da sottoporre alla ratifica da parte dei singoli stati firmatari. Come accaduto per il protocollo di Kyoto anche in questo caso il processo potrebbe richiedere diversi anni.

Proprio oggi si chiude a Bonn la Conferenza delle sessioni degli Organi sussidiari dell'UNFCCC e del Protocollo di Kyoto che ha fatto entrare nel vivo i negoziati in vista della Conferenza di Copenhagen, a dicembre, che dovra' vedere la sigla di un accordo globale.

Sul piatto, non solo le politiche di riduzione dei Paesi occidentali, ma anche le istanze dei Paesi in via di Sviluppo (fra i quali colossi come la Cina e l'India) che non intendono vedere nell'Accordo un freno alla loro crescita. E anche le esigenze, ribadite di recente dall'Italia, di coniugare ambiente e sviluppo.

L'Unione Europea ha sottoscritto un impegno unilaterale di riduzione delle emissioni del 20 per cento entro il 2020 dichiarandosi pronta ad arrivare al 30 per cento entro la stessa data in caso l'obiettivo venga condiviso anche dagli altri paesi industrializzati.

L'Italia paga un pesante ritardo nell'applicazione degli obiettivi fissati a Kyoto e sta accumulando un debito di 3,6 milioni di euro al giorno per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo.

Anche se per il quarto anno consecutivo le emissioni climalteranti italiane si sono ridotte, dopo essere arrivate nel 2004 ad un livello dell'11% superiore ai livelli del 1990. Nel 2008, in base alle stime del Kyoto Club, sono state del 6% piu' alte rispetto al 1990. Il recupero degli ultimi anni deriva dall'aumentato prezzo dell'energia, da inverni poco rigidi, dall'arrivo della recessione e per finire dai primi risultati delle politiche di efficienza energetica e di incentivazione delle rinnovabili. E tutto fa pensare che anche il 2009, a seguito della crisi, vedra' un'ulteriore riduzione delle emissioni.

sabato 30 maggio 2009

cambiamenti climatici: Disastri ambientali, sei milioni di ecoprofughi in fuga


Nel mondo ci sono 37,4 milioni di profughi, di cui oltre la meta' in fuga da catastrofi naturali. Presto, secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, 6 milioni di persone ogni anno saranno costrette a fuggire dai danni provocati dai cambiamenti climatici, ma per loro non varra' lo status di 'rifugiato'. Lo denuncia Legambiente, nel dossier 'Profughi ambientali', presentato nell'ambito di 'Terra Futura', la mostra sulle buone pratiche di sostenibilita' in corso alla Fortezza da Basso di Firenze. Leggendo il dossier si apprende che l'Unicef tra il 2005 e il 2007 ha risposto a 276 emergenze in 92 Paesi, oltre la meta' delle quali causate da calamita', il 30% da conflitti e il 19% da problemi sanitari. Inoltre, secondo i dati del programma Onu per lo sviluppo umano, oggi sono 344 milioni le persone a rischio di cicloni tropicali e 521 quelle a rischio di inondazioni. Le previsioni presentano un quadro drammatico: per l'Unicef nel 2010 50 milioni di persone soffriranno la fame a causa di emergenze umanitarie e climatiche e per l'Alto commissariato Onu per i rifugiati i cambiamenti climatici potrebbero costringere 6 milioni di persone all'anno a lasciare le loro case. Un dato che per il 2050 potrebbe arrivare all'astronomica cifra di 200/250 milioni di persone. ''Il fenomeno dei migranti e rifugiati per cause ambientali e' gia' oggi di notevole entita' e aumentera' in modo drastico - spiega Mautizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria di Legambiente -. Eppure non si riesce a dare un numero preciso di quanti siano al momento o a dare loro assistenza adeguata, perche' giuridicamente i rifugiati ambientali non esistono''. Le conseguenze dei cambiamenti climatici, rileva ancora il dossier di Legambiente, toccano anche l'Italia che negli ultimi 20 anni ha visto triplicare l'inaridimento del suolo. L'associazione stima che il 27% del territorio nazionale sia a rischio desertificazione con sette regioni particolarmente esposte: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

La metà sarà costretta a raccoglie­re in fretta i pochi oggetti sottrat­ti alla furia del cielo e del mare, tallonata nella sua fuga da inondazioni e tempeste, cicloni e uragani. L’altra me­tà avrà più tempo per arrendersi ai de­serti che avanzano, divorando i campi e affamando le bestie, o agli oceani che si alzano, erodendo le coste e distruggen­do gli atolli. Tutti, inesorabilmente, se ne dovranno andare.

Questione di settimane, mesi, forse qualche anno. Sono 6 milioni, secondo le stime elaborate da Legambiente. Un dossier, quello dedicato al riscaldamen­to globale come fattore scatenante delle migrazioni, che sarà presentato oggi a Terra Futura ( www.terrafutura.it), la mostra-convegno internazionale sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale; la sesta edizione si chiuderà do­mani alla Fortezza da Basso di Firenze.

Li chiamano ecoprofughi, e sono l’ul­timo tassello in ordine di tempo che si unisce al complicato mosaico dei muta­menti climatici. Secondo l’Unhcr, l’agen­zia Onu per i rifugiati, il fenomeno è de­stinato a subire un aumento esponenzia­le: nel 2050, il mondo potrebbe ritrovar­si a gestire la migrazione forzata di 200-250 milioni di persone da terre ina­ridite o completamente sott’acqua, de­vastate dal surriscaldamento o dalla de­forestazione. È per questo che Legam­biente ha scelto di lanciare, proprio a Fi­renze, la proposta per il riconoscimento di uno status giuridico ai profughi am­bientali. E non è un caso, forse, che que­sto avvenga in una Regione che si appre­sta a introdurre — secondo il presiden­te del Consiglio toscano Riccardo Nenci­ni, «l’assemblea la varerà lunedì» — la «sua» legge sull’immigrazione, in aper­ta sfida al ddl sulla sicurezza e alla linea politica del governo. Così come non può essere una coincidenza che proprio nei prossimi giorni — come scriveva ie­ri il New York Times — l’Assemblea ge­nerale delle Nazioni Unite si prepari ad adottare la prima risoluzione che colle­ghi ufficialmente il cambiamento del cli­ma al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali.

Sono 18 milioni le persone che ogni anno, nel mondo, vengono colpite da di­sastri naturali; la quasi totalità (98%) si concentra nei Paesi in via di sviluppo. Basta un grande fiume che, gonfiato da un monsone anomalo, esca dal suo al­veo per distruggere case, campi, fonti di sostentamento di intere nazioni. Le piogge torrenziali che hanno flagellato la Namibia dal gennaio di quest’anno so­no le dirette responsabili dell’esodo for­zato di 350.000 contadini e allevatori: il 50% delle strade sono danneggiate, a ri­schio il 63% dei raccolti. Tra il 1997 e il 2020, nella sola Africa subsahariana le stime parlano di 60 milioni di migranti per la desertificazione. «Ma il problema è anche l’Italia che, negli ultimi 20 anni, ha visto il 27% del territorio — Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia... — inaridirsi fino al punto limi­te, con il 10% della Sardegna già deserti­ficato ». Maurizio Gubbiotti, coordinato­re della segreteria nazionale di Legam­biente, traccia un quadro italiano che è l’esatto rispecchiamento di un dramma mondiale. «Kyoto ci chiedeva di ridurre del 6,5% le emissioni; noi le abbiamo au­mentate del 13, a livello globale sono cresciute del 37%. Gli scienziati dicono che siamo vicini al punto di non ritor­no, quando il pianeta non avrà più capa­cità di adattamento». Nessuno, dunque, può ritirarsi dalla partita.

«Le crisi ambientali sono ovunque, quasi tutte provocate dall’uomo. E se fi­no a qualche anno fa il grosso dei rifu­giati scappava dalle persecuzioni, dai conflitti, da due anni in qua il numero dei profughi ambientali ha superato quello dei profughi di guerra — fa il punto Gubbiotti —. All’inizio è un pas­saggio interno, o tra Paesi confinanti; poi diventa la fuga verso Paesi che pos­sono dare più fortuna».

«Sappiamo benissimo che d’ora in poi ci saranno sempre più rifugiati — commenta l’economista americana Su­san George, presidente del Transnatio­nal Institute di Amsterdam —. Per un semplice motivo: anche volendo, non saranno in grado di restare dove sono. Prendiamo l’Africa, dove l’agricoltura ha già subito un tracollo pari al 60%, do­ve tutto ciò che è asciutto diventerà an­cora più secco e tutto ciò che è bagnato diventerà fradicio... Le condizioni di vi­ta saranno insostenibili».

Gli eco-profughi bussano alle nostre frontiere, «ed è necessario — afferma Gubbiotti — che la politica generale non sia più soltanto il negoziato per ri­durre le emissioni di gas inquinanti, ma anche, appunto, la ridefinizione dello status di rifugiati». La proposta può sembrare una provo­cazione, ma ha i piedi ben piantati sulla terra; già il 31 ottobre scorso, un docu­mento di lavoro dell’Iasc, il comitato in­ter- agenzia per il coordinamento uma­nitario Onu, aveva sottolineato come «né la Convenzione sui cambi climatici né il Protocollo di Kyoto includano mi­sure per l’assistenza o la protezione di coloro che saranno direttamente colpiti dagli effetti dei mutamenti nel clima»; e i criteri della Convenzione sullo status dei rifugiati, adottata nel 1951, non paio­no abbastanza flessibili per gestire le nuove emergenze. Pochi giorni fa, l’Or­ganizzazione mondiale per le migrazio­ni ha diffuso un rapporto in cui si rico­nosce che «i migranti per ragioni am­bientali non cadono direttamente in nessuna delle categorie offerte dal qua­dro giuridico internazionale». E se è ve­ro, ammette Gubbiotti, che «la proposta può sembrare improbabile dal punto di vista della praticabilità», lo è altrettanto che «sul fronte Onu sono già stati fatti passi avanti. E potremmo arrivare a dei risultati concreti».

Nel frattempo, in assenza di una gri­glia giuridica «aggiornata», è necessa­rio agire. Per spezzare questo circolo perverso, che intreccia indissolubilmen­te crisi ambientale e crisi sociale. «E la mia proposta — interloquisce la George — è relativamente semplice: l’Europa cancelli subito il debito ai Paesi più po­veri. Iniziando dall’Africa subsahariana, che continua a pagare una somma pari a 19 miliardi all’anno. A una condizio­ne: che quel denaro venga investito in riforestazione, conservazione delle riser­ve idriche, sviluppo di programmi a tu­tela della biodiversità». Con un monito­raggio costante, «perché è inutile far fin­ta che la corruzione non sia un proble­ma »; ma anche in stretta collaborazione «con associazioni ed esperti locali, met­tendo a disposizione un patrimonio di conoscenze tutto europeo — nella sil­vicoltura, nell’agricoltura sostenibi­le... ». E poi, dopo l’Africa, «gli altri Paesi più colpiti dall’emergenza ambientale: solo per le deforestazioni, Indonesia, Brasile, Paraguay... il modello, una volta perfezionato, potrebbe essere esportato ovunque».

venerdì 29 maggio 2009

EFFETTO SERRA: Gas nocivi diminuiscano entro 6 anni e si dimezzino per il 2050


Le emissioni di gas nocivi per 20 premi Nobel devono cominciare a diminuire entro sei anni per evitare cambi climatici gravi e pericolosi.I 20 lanciano l'allarme dal St James's Palace Nobel Laureate's Symposium di Londra: si ritiene necessario che al summit di Copenaghen a dicembre le nazioni si impegnino a dimezzare le emissioni per il 2050. In una nota i Nobel, tra cui Carlo Rubbia, spiegano che se le temperature salgono ancora piu' di due gradi le conseguenze sul clima saranno ingestibili.

''Mai come ora e' urgente arrestare la corsa dell'inquinamento e tagliare le emissioni di gas serra, assumendo impegni seri e condivisi per contrastare il global warming e salvare il pianeta''. Con queste parole Maurizio Gubbiotti, coordinatore della segreteria nazionale di Legambiente, e' intervenuto stamattina alla presentazione del Rapporto sui Diritti Globali 2009, il dossier annuale sulla globalizzazione e sui diritti nel mondo. Tra i partecipanti erano presenti anche Guglielmo Epifani, segretario generale CGIL, Paolo Beni, presidente nazionale ARCI, don Luigi Ciotti presidente del Gruppo Abele, Patrizio Gonnella, presidente nazionale Antigone, Alice Grecchi Dipartimento comunicazione di ActionAid, Ciro Pesacane, presidente nazionale Forum Ambientalista, Sergio Segio, curatore del Rapporto, direttore di Associazione Societa' INformazione, e Armando Zappolini vicepresidente del CNCA. ''Abbiamo solo sei mesi per arrivare preparati alla Conferenza di Copenaghen e fermare la febbre del pianeta. I mutamenti climatici, infatti, non sono piu' una minaccia ipotetica ma una realta' concreta e incontrovertibile, le cui conseguenze sono sempre piu' evidenti e tangibili. Altrettanto palese e' diventato anche l'intreccio tra questioni ambientali e sociali. Non a caso - ha aggiunto Gubbiotti - alcune importanti lotte sociali, come quelle per la sovranita' alimentare, il diritto all'acqua e il diritto alla salute, hanno sposato in pieno la causa ambientale.

mercoledì 20 maggio 2009

URANIA: Scoperta la vita nell'inaccessibile lago sottomarino Urania


Nel Mediterraneo, a 3.5000 metri di profondità alcuni batteri vivono in condizioni «extraterrestri»

Scoperte forme di vita nel lago sottomarino Urania, uno dei luoghi più inaccessibili della Terra, a oltre 3.500 metri di profondità nel Mediterraneo, dove non c'è luce nè ossigeno.
Le condizioni a quel livello sono paragonabili a quelli della Terra primordiale e ad ambienti extraterrestri, come quello di Europa, uno dei satelliti del pianeta Giove, o di Marte.

SCOPERTA ITALIANA - La scoperta arriva da un gruppo di ricercatori guidato dall'Università degli Studi di Milano ed è in pubblicazione questa settimana su Pnas, la rivista scientifica americana Proceedings of the National Academy of Sciences of the Usa. La ricerca, pubblicata con il titolo «Sulfur cycling and methanogenesis primarily drive microbial colonization of the highly sulfidic Urania deep hypersaline basin», rivela infatti i processi metabolici che sostengono una stupefacente oasi di vita microbica nel lago Urania, uno degli ambienti più estremi e inospitali del pianeta Terra. Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori dell'Università di Milano, guidati da Daniele Daffonchio e Sara Borin del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari e Microbiologiche della Facoltà di Agraria, in collaborazione con nove altri gruppi di ricerca italiani ed europei.

IPERSALINITÀ - «Urania -spiegano i ricercatori- è uno dei bacini anossici ipersalini situati nel Mar Mediterraneo orientale ad una profondità superiore ai 3.500 metri. Questi laghi hanno concentrazione saline fino a dieci volte più alta di quelle dell'acqua marina sovrastante. Profondità e ipersalinità sono, però, solo due dei fattori che concorrono a rendere Urania uno degli ambienti più estremi del pianeta». «Altri fattori di stress - continuano i ricercatori - sono l'assenza di luce ed ossigeno, e in particolare per il Lago Urania, dato che lo differenzia dagli altri laghi sottomarini, la presenza di elevate concentrazioni di metano e idrogeno solforato. Il bacino Urania è tra gli ambienti marini noti più ricchi in quest'ultimo composto, che qui supera abbondantemente la soglia di tossicità per molti organismi, incluso l'uomo.

COMUNITÀ DI MICROORGANISMI - Nel loro studio, i ricercatori hanno descritto l'esistenza di una complessa comunità di microrganismi lungo la colonna d'acqua del lago Urania, particolarmente concentrati e stratificati nel sottile strato che separa le zone ipersaline dalla normale acqua marina sovrastante. «In questo strato, di soli 2 metri rispetto ad una colonna d'acqua di più di 3.500 metri, -sottolineano gli scienziati- si genera una differenza di salinità e di nutrienti in grado di sostenere particolari attività metaboliche». «I fattori che regolano la produttività di questo ecosistema estremo -aggiungono- sono risultati legati a metabolismi energetici tipicamente microbici, basati su reazioni di riduzione ed ossidazione delle specie chimiche dello zolfo e sulla produzione di metano, unitamente allo sfruttamento della "dark energy", una forma di energia chimica indipendente dalla luce e dai processi fotosintetici». Secondo i ricercatori, infine, «la scoperta dei processi metabolici e dei microrganismi che sostengono i cicli degli elementi e della vita nel lago sottomarino Urania fornisce un solido punto di partenza per formulare ipotesi sulla vita primordiale sul nostro pianeta o su altri corpi celesti. Inoltre, le capacità metaboliche dei microrganismi adattati a vivere nel lago Urania costituiscono una risorsa biotecnologica con potenziali applicazioni in molte attivitá antropiche»

venerdì 15 maggio 2009

Green University: Ambiente, nasce alla Luiss il primo programma di Green University


Raccolta differenziata, consumi ridotti delle risorse, meno spreco di acqua, carta ed energia. Nasce con questi obiettivi all'Ateneo Luiss 'Guido Carli' il primo progetto di Green University. Un progetto nato dall'iniziativa degli studenti del campus romano ma sostenuto dall'Universita' nei suoi vertici che, attraverso la Codiscu, lo ha finanziato gia' con 200mila euro, dando cosi' alla luce l'Associazione Culturale Luiss Sostenibile. E per allargare la platea dei giovani ecologisti dell'universita', nell'Ateneo della Capitale e' partito oggi il primo di una serie di incontri con i massimi esperti di ecosostenibilita'.
A discutere, alla presenza del Direttore generale della Luiss Pierluigi Celli e del Rettore dell'Ateneo Massimi Egidi, sul tema de "Le nuove frontiere dell'Ambiente: sicurezza energetica e tutela ambientale" sono stati esponenti delle maggiori imprese produttrici di energia, ambientalisti e esperti di geopolitica che, davanti ad una platea di laureandi e neolaureati, si sono confrontati sui temi piu' scottanti legati ai cambiamenti climatici e alla tutela dell'ambiente, senza tralasciare l'opzione energetica del nucleare o la scelta delle rinnovabili. L'incontro ha rappresentato anche presentazione ufficiale dell'associazione Luiss Sostenibile, guidata da Emanuela Cappuccini.

A realizzare cosi' un'inedita occasione di formazione sulla sostenibilita' per gli studenti della Luiss sono stati, tra gli altri, il presidente di Nomisma, Davide Tabarelli, il responsabile di Ingegneria di Enel Green Power, Vittorio Vagliasindi, il responsabile scientifico di Legambiente, Stefano Ciafani, e il docente di Studi strategici della Luiss, Carlo Jean, uno dei massimi esperti italiani di geopolitica.

La Luiss si propone cosi' come "la prima Green University italiana, senza pero' nascondere l'importanza di dover coniugare sostenibilita' con economicita' e sicurezza energetica" come sottolinea all'ADNKRONOS Carlo Jean che, da consulente per la decomission delle centrali nucleari italiane e per sommergibili e navi nucleari della flotta sovietica, ricorda che "se in un Paese aumenta il Pil aumenta anche la domanda di energia". Jean, inoltre, guardando al ritorno del nucleare in Italia da' secco il suo commento: "Magari".

"L'Italia -dice ancora Jean- non e' mai uscita dal nucleare ed ha sempre dovuto contare sul 15% di importazione di energia dall'atomo da Francia e Slovenia". "L'Italia -aggiunge l'esperto di geopolitica- ha si' smantellato la sua produzione di energia nucleare dopo il referendum, ma non certo le tecnologie e le collaborazioni internazionali come quelle con la Romania, la Slovacchia, l'India, la Cina, per non parlare poi dell'accordo recente con la Francia per la costruzione di 4 centrali Epr nel nostro Paese". Jean, che sottolinea il suo interesse e apporto all'associazione Luiss Sostenibile, afferma pero' di essere "dubbioso sul peso antropico sui cambiamenti del clima, un impatto -ricorda- che dallo stesso climatologo del Cnr Vittorio Prodi, e' stato calcolato nello 0,5%".

Interessato al progetto di Green University varato dalla Luiss anche il responsabile degli impianti di Enel Green Power, Vittorio Vigliasindi. "Siamo pronti -dice- a fare la nostra parte. Da sempre Enel si occupa di rinnovabili e con Enel Green Power cercheremo di focalizzare gruppi di persone esperte per migliorare l'efficienza e l'esercizio, dando giusta attenzione alla gestione degli impianti".

Un "si'" al progetto Luiss Sostenibile arriva anche dal responsabile scientifico di Legambiente Stefano Ciafani che, ricordando gli "impegni degli anni '70 dell'associazione ambientalista nelle universita' italiane" sottolinea l'importanza di "contaminare un percorso universitario con temi di ecosostenibilita'" e di formare cosi' "una coscienza piu' ecologica nella futura classe dirigente che uscira' dalla Luiss".

Intervendo quindi sul tema dell'incontro promosso dall'Associazione Luiss Sostenibile", Ciafani sottolinea anche che e' "fondamentale che l'Italia investa in tecnologie del futuro e non in tecnologie del passato come il nucleare" e rimarca come "il progetto della Luiss dimostra che le giovani generazioni spingono verso obiettivi piu' sani". Quindi, agli studenti promotori del progetto Green University, assicura: "Porte aprte alla Legambiente per tutti i giovani che vogliano approfondire le tematiche di ecosostenibilita'".

"Il Paese che comandera' il mondo domani e' il Paese che avra' investito nelle tecnologie verdi. E la Green Economy e' il futuro dell'economia di domani" conclude Ciafani che si aggancia cosi' al messaggio lanciato dal Capo della Casa Bianca, Barack Obama, nel Giorno della Terra. "Mi fa piacere che i giovani si interessino al tema della sostenibilita' con un approccio intelligente, acquisendo informazioni da esperti. Ed Eni e' sempre aperta alla richiesta di formazione che arriva dagli studenti" e', infine, il messaggio portato dal responsabile Studi Economici di Eni, Giuseppe Sammarco, al primo incontro sui temi ambientali di Luiss Sostenibile.

martedì 12 maggio 2009

SALUTE: Acqua contaminata da un rubinetto su quattro


Batteri, derivati del cloro e sostanze pericolose: in Italia è contaminata l'acqua di un rubinetto su 4.
Indagine della seconda università di Napoli in 50 città di 17 regioni: in circa 25% dei campioni analizzati si è rivelata la contaminazione fecale. Tra le cause una scarsa manutenzione delle tubature o dei serbatoi privati.
Pesanti i possibili rischi per la salute. "Recenti studi hanno mostrato una correlazione tra l'assunzione prolungata di acque clorate e l'aumentato rischio di cancro a prostata, vescica e retto", commenta Marco Guida, igienista e tossicologo.
Ma che cosa esce dai nostri rubinet­ti? Inquinanti chimici derivati dalla clo­razione e colibatteri che invece non do­vrebbe esserci. Lo studio della seconda università di Napoli, di cui il Corriere aveva anticipato i primi risultati nel­l’agosto 2008, è andato avanti e si è al­largato a 50 città italiane in 17 Regioni. La sorpresa è stata la comparsa anche di batteri che proprio la disinfezione (clorazione) dovrebbe eliminare.
L’obiettivo era quello di esaminare la qualità delle acque che si bevono: quelle dei rubinetti di abitazioni e quel­le minerali imbottigliate in Pet (le clas­siche bottiglie di plastica) di 24 diffe­renti marchi, corrispondenti al 73% del mercato. In totale oltre 35.000 analisi. Nelle città principali (Milano, Torino, Napoli, Roma, Venezia, Bari, Grosseto, Firenze, Pavia, Vercelli, Novara, Bolo­gna, Genova) i campioni prelevati dai rubinetti sono stati almeno una venti­na in case di zone diverse. Massimiliano Imperato, docente di Idrologia e Idrogeologia dell’università Federico II di Napoli e Direttore del Ce­ram (Centro europeo di ricerca acque minerali), è il coordinatore dello stu­dio. Spiega: «I risultati ottenuti indica­no elementi di criticità igienico-sanita­ria nelle abitazioni, dovuti soprattutto alla presenza di contaminanti di natura chimica (composti organo alogenati e trialometani) e microbiologica».

Quali sono le criticità individuate? Imperato riassume: «La presenza in un caso su 4 (circa 25% dei campioni di ac­qua potabile analizzata al rubinetto di casa) di contaminazione fecale proba­bilmente per una scarsa manutenzione delle tubature o dei serbatoi privati. In questi casi il 'carico' di cloro si rivela insufficiente per una completa disinfe­zione delle acque». Il secondo elemen­to di criticità è la presenza quasi siste­matica di trialometani (per esempio cloroformio) e di composti organoalo­genati (trielina, percloroetilene, diclo­roetano). Sottoprodotti chimici della pur fondamentale clorazione: i residui della reazione tra le sostanze presenti nell’acqua (sostanza organica, carica batterica e organismi patogeni) e addi­tivi disinfettanti. Più cloro, più sotto­prodotti «inquinanti».

Ovviamente questi dati riguardano solo i campioni esaminati. «Sì — dice Imperato — ma dovrebbero indurre a fare controlli proprio ai rubinetti e non solo a monte». I gestori degli acquedot­ti, infatti, devono per legge assicurare la disinfezione delle acque fino al con­tatore. Dopo i controlli andrebbero ri­chiesti dagli amministratori dei condo­mini, dai proprietari delle abitazioni. Eppure, sarebbe meglio valutare l’ac­qua proprio al rubinetto. L’eccesso di cloro da che dipendereb­be? Spiega Imperato: «In reti di distri­buzione molto lunghe e articolate, vi sono difficoltà nell’individuare il mini­mo dosaggio utile capace di assicurare la necessaria disinfezione delle acque evitando, allo stesso tempo, la forma­zione di sottoprodotti». I trialometani, in particolare, che mostrano forti varia­zioni di concentrazione nelle acque po­tabili in base alle stagioni. Quando è caldo occorre più cloro per disinfettare le acque. «Per questo andrebbero effet­tuati — insiste Imperato — almeno 4 controlli annui, e non uno solo come prevede la normativa». La distribuzione geografica dei con­taminanti mostra una netta prevalenza dei composti organo alogenati (te­tracloroetilene e tricloroetilene) nel Nord-Italia. Nelle Regioni del Sud (Pu­glia e Calabria) prevalgono i trialometa­ni, in particolare il cloroformio. Il bro­moformio è più presente nelle zone co­stiere della Toscana, bassa Liguria e Pu­glia ionica. I numeri: il 32,82% dei cam­pioni da rubinetto presenta limiti oltre la norma di composti organoalogenati; il 72,82% di trialometani; il 77,44% di entrambi.

Il problema è nei limiti am­messi. C’è disputa tra gli esperti sulle dosi minime tollerabili. E i batteri fecali? Dice Imperato: «Contaminanti di origine microbiologi­ca sono stati riscontrati nel 24% dei campioni da rubinetto analizzati». In particolare nel 5,56% è stata rilevata la presenza di Escherichia coli, nel 18,52% di Coliformi totali, nell’11,11% di Enterococcus faecalis. Inoltre nel 2% è stata rilevata la presenza di Pseudo­monas aeruginosa, nel 15% di Aeromo­nas hydrophila. Conclude Imperato: «In nessun caso è stata rilevata la pre­senza di indicatori di contaminazione fecale o ambientale nelle acque minera­li imbottigliate».

I rischi per la salute? Risponde Mar­co Guida, Igienista e tossicologo: «Re­centi studi hanno mostrato una correla­zione tra l’assunzione prolungata di ac­que clorate e l’aumentato rischio di cancro a prostata, vescica e retto». C’è poi la tossicità per fegato e reni. Infine, tracce di medicinali. «Mini­me — dice Matteo Vitali, chimico igie­nista de La Sapienza di Roma — ma che superano i depuratori del sistema fognario. E alla fine finiscono nei fiu­mi, nei laghi, in mare, nel suolo». Qua­li farmaci? Antibiotici, ansiolitici, an­ti- infiammatori. «Tant’è — aggiunge Vitali — che dal punto di vista normati­vo le aziende farmaceutiche dal 2000 devono anche presentare dossier relati­vi all’impatto ambientale dei principi attivi».