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mercoledì 26 agosto 2009

LEONI MARINI :Moria di leoni marini in Cile


Morte dovuta a scarsita' di cibo o inquinamento??!!!
Le autorita' del Cile stanno indagando sulle cause della moria di una popolazione di leoni marini nel nord del Paese. Circa 300 esemplari, molti dei quali cuccioli, sono stati trovati morti o agonizzanti. Secondo alcuni esperti, la morte e' dovuta a cause naturali oppure alla scarsita' di cibo, mentre per i gruppi ecologisti dell'area la responsabilita' e' di uno stabilimento minerario oppure di un generatore termico che si trovano nelle vicinanze.

mercoledì 19 agosto 2009

ecosistema: AUMENTANO ABBANDONI PESCI E TARTARUGHE A RISCHIO L'ecosistema delle acque fluviali


Non solo cani e gatti, ma anche pesci, tartarughe d'acqua e animali esotici. E' ampio il campionario di animali che ogni anno vengono abbandonati nei mesi estivi. E se per cani e gatti si puo' parlare di un'estate tutto sommato positiva con il numero di abbandoni in diminuzione di circa il 50% per quanto riguarda i cani e di circa il 20% per quanto riguarda i gatti rispetto al 2008, la situazione appare molto meno rosea per tutti gli altri animali. Lo riferisce l'Aidaa, Associazione italiana difesa animali e ambiente. Dai primi dati disponibili nel periodo compreso tra il mese di luglio e il 15 agosto sono stati riversati nei fiumi e nei torrenti italiani circa 500.000 pesci appartenenti ad oltre 120 specie alloctone, in particolare si tratta di pesci esotici che sono finiti nei fiumi e nei torrenti travasati direttamente dagli acquari di casa. La presenza di cosi' tanti pesci abbandonati rischia di creare seri problemi al fragile ecosistema delle acque fluviali italiane. Ma purtroppo non e' andata meglio per le tartarughe d'acqua, si stima infatti che nello stesso periodo gli abbandoni siano cresciuti del 17% rispetto allo scorso anno, toccando complessivamente la quota di 13.000 esemplari abbandonati, prevalentemente all'interno di laghetti siti nei parchi pubblici.

Un dato infine riguarda gli animali esotici. Anche in questo caso purtroppo gli abbandoni sono in aumento, in particolare gli animali maggiormente colpiti da questo fenomeno sono i serpenti, le iguane e i pappagalli di piccole dimensioni, ma sono in crescita anche abbandoni di furetti, volatili di piccola taglia ed in alcuni parchi cittadini di Milano, Bologna, Roma e Firenze hanno fatto la loro comparsa esemplari di scoiattoli rossi e grigi; anche in quest'ultimo caso si tratta di animali abbandonati o fuggiti dalle gabbie domestiche in cui erano tenuti.

''Se da una parte possiamo dirci moderatamente soddisfatti per la diminuzione degli abbandoni di cani e gatti, non possiamo non sottolineare come molto spesso ad essere vittime di questa crudelta' sono gi altri animali - ci dice Lorenzo Croce presidente di Aidaa - in particolare quest'anno registriamo un forte incremento di abbandoni di tartarughe d'acqua e di animali esotici, mentre cresce in maniera preoccupante la presenza di specie alloctone di pesci di origine tropicale e dei sistemi fluviali dell'est Europa all'interno dei nostri fiumi e torrenti''.

Occorre, conclude Croce, ''anche in questi casi, cosi' come si e' fatto per cani e gatti, avviare una seria campagna di prevenzione anche a tutela degli animali esotici, di pesci, volatili e tartarughe spiegando alla gente che quando un animale entra a far parte della nostra famiglia non puo' essere abbandonato, si tratti di un cane, di un gatto o piu' semplicemente del pesce rosso di casa''.

giovedì 13 agosto 2009

RISCALDAMENTO GLOBALE: gli uccelli diventando più piccoli con il passare delle generazioni.


Sydney - I volatili si rimpiccioliscono con l'aumento della temperaturaG: gli uccelli si adattano infatti al riscaldamento globale diventando più piccoli con il passare delle generazioni. Secondo una ricerca australiana durante l’ultimo secolo, in cui le temperature medie sono aumentate di 0,7 gradi, alcuni uccelli si sono ridotti di quasi il 4%. È una risposta evolutiva all’aumento di temperature, scrive la biologa Janet Gardner dell’Australian National University, nello studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society. Era noto che gli uccelli che vivono più vicino all’ equatore sono più piccoli di quelli della stessa specie in latitudini maggiori e la ragione, spiega, è che gli uccelli più piccoli diffondono calore più rapidamente e sopportano meglio il caldo.

Studiati 500 uccelli di 8 specie Gardner e i suoi collaboratori hanno studiato più di 500 uccelli di otto specie, conservati in musei australiani fra la fine del 1800 e il 2000, misurando le lunghezze d’ala. In media gli uccelli del VENTEsimo secolo sono più piccoli di uno scarto fra 1,8 e 3,6% di quelli di 100 anni prima. Sono state escluse altre spiegazioni, come cambiamenti di nutrizione. È un cambiamento significativo, sostiene la biologa. "Alcune specie si sono ridotte più di altre, ma tutte mostrano lo stesso trend. È così che si adattano.

lunedì 10 agosto 2009

riscaldamento globale:Himalaya, 350 specie Rischiano l'estinzione

I cambiamenti climatici continuano a mettere a dura prova il tesoro di biodiversità del nostro pianeta. Nella categoria "a rischio" figurano anche 350 nuove specie scoperte nell'Himalaya orientale in dieci anni di ricerche. Esseri viventi come il più piccolo cervo del mondo, la rana volante e un geco che esiste da 100 milioni di anni. Nell'Himalaya orientale rischia di sparire (o modificarsi in modo irreversibile) la dimora di una varietà sorprendente di specie: 10mila vegetali, 300 specie di mammiferi, 977 di uccelli, 176 di rettili, 105 di anfibi e 269 pesci di acqua dolce. A scattare la fotografia è un dossier del Wwf, «The eastern Himalayas - Where worlds collide» (testo integrale in inglese).

DIECI ANNI DI STUDI - Lo studio riassume le scoperte fatte da diversi scienziati in dieci anni, dal 1998 al 2008, in zone remote e montuose che vanno dall'India nord-orientale all'estremo nord del Myanmar, fino al Nepal e alle regioni meridionali dell'area autonoma del Tibet. Gli esperti hanno individuato più di 350 specie fino a quel momento sconosciute nelle regioni dell'Himalaya orientale: 244 piante, 16 anfibi, 16 rettili, 14 pesci, 2 uccelli, 2 mammiferi, e almeno 60 nuovi invertebrati. Tra questi una rana color verde brillante ("Rhacophorus suffry") che utilizza i lunghi piedi rossi palmati per librarsi nell'aria, un cervo foglia ("Muntiacus putaoensis"), il più piccolo e antico del mondo, con il manto bruno chiaro e gli occhi da cerbiatto, un geco con 100 milioni di anni sulle spalle, scoperto in una miniera di ambra della Hukawang Valley, nelle regioni himalayane dell'estremo nord del Myanmar. Qui, c'è anche la più alta concentrazione di tigre del Bengala e, soprattutto, l'ultimo bastione del rinoceronte indiano.

DELFINI, GIBBONI, LEOPARDI - Proprio in questa terra l'associazione del Panda è impegnata nella difesa degli habitat di specie a rischio come il leopardo delle nevi, la tigre del Bengala, il gibbone dalle mani bianche, il leopardo nebuloso, l'elefante asiatico, il panda minore, il langur dorato, il raro delfino del Gange. «Siamo di fronte a un patrimonio di diversità culturale e biologica che è però estremamente vulnerabile e fragile - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf - e che rischiamo di perdere per sempre, a meno di non agire da subito contro i cambiamenti del clima. Un impareggiabile mosaico di diversità biologica, senza dubbio tra i più ricchi di tutto l'Oriente». Che soffre però di una estrema sensibilità ai cambiamenti climatici. L'Himalaya, dice Mariagrazia Midulla, responsabile del programma clima ed energia del Wwf, potrà essere salvata solo con «un trattato equo e coraggioso, fondato sull'alleanza tra Paesi ricchi e poveri contro la devastazione dei cambiamenti climatici, alimentati in questa parte del mondo anche da un'incontrollata deforestazione». L'appuntamento è alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre, quando i leader del mondo si riuniranno per trovare un accordo su un nuovo trattato che manderà in pensione il Protocollo di Kyoto.
fonte:corriere.it

cani: Possono imparare fino a 250 parole e conoscono le regole base dell'aritmetica. LA CLASSIFICA DEI CANI PIù INTELLIGENTI

I cani sono intelligenti come noi umani, hanno capacità mentali che equivalgono a quelle di un bambino di 2-2,5 canebambino.jpganni, ma non sono tutti uguali, anche nel mondo canino ci sono i tipi svegli e quelli un pò meno dotati. A stilare la classifica dell’intelligenza canina è stato Stanley Coren della University of British Columbia in Canada, un esperto di comportamento dei cani e autore di molti libri sul tema, tra cui "L’intelligenza dei cani". Lo studio è stato presentato nel corso della 117/ima Convention Annuale dell’American Psychological Association a Toronto.

La classifica vede al primo posto i Border collie, cane pastore per eccellenza, dotato di grande capacità di apprendimento e intelligenza; segue al secondo posto il barboncino; solo al terzo troviamo il Pastore Tedesco, nonostante molte celebri star canine abbiano sempre fatto credere nella loro intelligenza superiore. Poi al quarto troviamo il Golden Retriever, cane da riporto proveniente dalla Gran Bretagna, al quinto i Dobermann, tutt’altro che folli per una presunta (ma del tutto falsa) compressione del cervello causata dalla scatola cranica, ma anzi così intelligenti che vennero impiegati come cani messaggeri durante la Prima Guerra Mondiale. Al sesto posto troviamo poi il cane pastore delle Shetland, per moltissimi secoli utilizzato nelle omonime isole per custodire e condurre i greggi di pecore. Infine Coren assegna il settimo posto al dolcissimo Labrador, cane da riporto originario dell’isola di Terranova.

Ci sono vari tipi di intelligenza, spiega l’esperta, quella istintiva che il cane ha di suo dalla nascita, quella adattiva che equivale a quanto è bravo un cane ad imparare dall’ambiente intorno a lui per risolvere problemi, infine quella funzionale e di ubbidienza (l’equivalente dell’apprendimento scolastico). L’esperto di amici a quattro zampe ha eseguito l'analisi dei risultati di centinaia di studi sul comportamento dei cani ed ha tirato le somme sulle tante sfaccettature dell’intelligenza canina, che non avrebbe nulla da invidiare, quindi, a quella dei primati non umani (scimmie) e alla nostra. «Tutto siamo curiosi di sapere cosa pensa il nostro amico peloso - dichiara Coren - capire perchè a volte hanno dei comportamenti stupidi e irrazionali», mentre in altre occasioni mostrano dei momenti di sbalorditiva vivacità di ingegno e creatività. «Non saranno Einstein - aggiunge - ma sono di sicuro molto più del previsto simili a noi».

Dalla sua revisione è emerso che i cani possono imparare qualcosa come 165 parole (i più intelligenti anche 250), sanno contare fino a 4-5 e conoscono le regole base dell’aritmetica. Inoltre i nostri amici fedeli hanno una formidabile intelligenza spaziale, sanno localizzare oggetti di interesse, evitare luoghi pericolosi, trovare la via più breve verso la cuccia, aprire un chiavistello. Infine i cani possono imbrogliare deliberatamente altri cani e anche i padroni per ottenere qualcosa. Ed hanno successo quasi quanto noi nell’arte dell’imbroglio, conclude Coren.
fonte: la zampa.it

martedì 4 agosto 2009

GENOMA :MAPPATA L'INTERA SEQUENZA DEL DNA DEI coralli hanno lo stesso numero di geni dell'uomo, circa 20 mila


Un variopinto corallo della Grande barriera corallina e' il primo animale australiano la cui sequenza del Dna sara' completamente esplorata in patria, dopo che e' stato mappato all'estero il genoma di altri animali simbolo dell'Australia, come canguro e ornitorinco. Pur essendo creature molto semplici, i coralli hanno lo stesso numero di geni dell'uomo, circa 20 mila, e la conoscenza del loro codice genetico puo' avere importanti applicazioni in medicina, oltre che nella conservazione dell'ambiente. Il corallo prescelto e' l'Acropora millepora, detto corna di cervo per la sua forma, ed il progetto e' affidato all'Australian Genome Research Facility ed all'universita' James Cook di Townsville. 'Finalmente abbiamo un progetto di genoma che e' al 100% australiano', ha dichiarato il prof. David Miller, responsabile del progetto. La Grande barriera corallina e' una colonna dell'industria turistica dell'Australia, e conoscere il genoma del corallo contribuira' a preservarla, ha detto. ''Ci aiutera' a capire come i coralli costruiscono i banchi, e perche' non lo fanno se sono sotto stress'', ha aggiunto. Servira' a prevedere come la barriera reagira' al riscaldamento globale, all'acidificazione dell'oceano, alla diffusione di malattie dei coralli e all' inquinamento. Gli antenati comuni fra coralli e uomo risalgono a piu' di 550 milioni di anni fa, eppure l'uomo ha piu' geni in comune con i coralli che con i topi. Il progetto potra' quindi fornire nuove conoscenze sulle malattie umane.

venerdì 24 luglio 2009

tartaruga bianca: un esemplare ritrovato nello Yangtze ( fiume giallo )

Lo strano animale, che non brilla certo per la sua bellezza.

In Cina, più precisamente nel fiume Giallo è stata trovata una rarissima specie di tartaruga Bianca.
Pesa 6.5 kg ed è lunga circa 35cm.

domenica 19 luglio 2009

robot: Pesce robot CHE controlla inquinamento

Un pesce-robot permettera' di comprendere e imitare i movimenti dei pesci osservando come reagiscono ai fish-robot.jpgcambiamenti di flusso dell'acqua. E' partito un progetto di ricerca di un consorzio di centri europei, dal quale si ricaveranno molteplici applicazioni, dalle ricerche biologiche, allo sminamento, al controllo dell'inquinamento. Il prototipo potra' essere usato per studiare l'habitat marino nelle vicinanze della costa, dove i robot sottomarini tradizionalihanno difficolta' di manovra.

Lungo un metro e mezzo, molto simile a una carpa . SI USERà fiumi, laghi e mari del resto del mondo. Nessuna evoluzione naturale improvvisa o cambiamento dell'habitat naturale: si tratta di pesci-robot in grado di fiutare l'inquinamento delle acque.

Ogni pesce costa 29mila euro e mima alla perfezione il movimento di quelli veri. Gli esemplari sono dotati di uno speciale sensore chimico in grado di fiutare materiali inquinanti potenzialmente pericolosi fuoriusciti dalle imbarcazioni che sostano nei porti, oppure dai condotti sottomarini. Trasmettono le informazioni a terra in tempo reale con tecnologia Wi-Fi. In realtà in passato era già state adottate soluzioni simili, solo che per il controllo dei pesci era necessario il telecomando, mentre in questo caso possono navigare liberamente senza controllo umano.

Rory Doyel, responsabile della ricerca di Bmt Group, l'azienda che ha sviluppato il robot con i ricercatori della Essex University, ha detto che la scelta di puntare sulla forma dei pesci, per quanto bizzarra, abbia delle buone ragioni. Molto meglio di un mini-sommergibile convenzionale. «Con il pesce robotico stiamo utilizzando un design creato centinaia di milioni di anni fa, risultato di una evoluzione estremamente efficiente da un punto di vista energetico - ha sottolineato Doyel - . Così i nostri detector possano navigare nelle acque per ore». Come dire, la natura ha pensato a una soluzione estremamente efficiente. Che, rielaborata dall'uomo, può servire a tutelarne la conservazione.

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INQUINAMENTO : Carpe robot sentinelle dell’inquinamento del Tamigi

sabato 4 luglio 2009

PERNICE BIANCA a RISCHIO ESTINZIONE

Chiudere la caccia alla pernice bianca su tutto l'arco alpino per salvarla dall'estinzione e' la formale richiesta fatta in questi giorni dal WWF Italia.

La richiesta e' rivolta alle Regioni e alle Province che proprio in questo periodo stanno formulando i nuovi calendari venatori per la stagione che partira' in settembre.

La pernice, specie simbolo delle Alpi, mostra da molti anni una grave difficolta' con una diminuzione, spesso drastica, con popolazioni quasi completamente costituite da nuclei isolati.

Il principale problema della specie sembra essere legato ai cambiamenti climatici in corso, soprattutto in relazione alla diminuzione della nevosita', ma alcuni altri fattori sono indicati nella bibliografia scientifica come importanti cause di questa situazione: tra questi il prelievo venatorio, il cui significativo impatto va certamente sommato ad altre cause di declino, come ad esempio l'aumentata accessibilita' dei comprensori di alta quota, lo sviluppo di nuovi impianti sciistici e l'escursionismo invernale e primaverile non regolamentato.

Sono le stesse associazioni di cacciatori ad ammettere con preoccupazione la grave rarefazione della specie, cosi' come la confermano tutti i censimenti effettuati. Negli ultimi anni alcune Province, come Como, Lecco e Bergamo, hanno autonomamente chiuso la caccia alla specie a causa della bassissima consistenza numerica.

venerdì 26 giugno 2009

INFLUENZA: STUDIO, RISCHIO PER UOMO DA VIRUS H1 E H3 DI ORIGINE ANIMALE


I ceppi influenzali H1 e H3 di origine animale potrebbero avere un potenziale pandemico in grado di superare le barriere immunitarie dell'uomo. I risultati di una ricerca congiunta condotta da un team di ricercatrici guidato da Ilaria Capua dell'Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Padova ed Elisa Vicenzi dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, pubblicata oggi sulla rivista americana, open access PLoS Pathogens, rivoluzionano uno dei capisaldi delle conoscenze sulla genesi delle pandemie influenzali.

Era opinione consolidata, e fino ad oggi indiscussa, che gli anticorpi indotti dai virus dell'influenza stagionale sarebbero stati protettivi nei confronti di virus H1 e H3 di origine animale. E' noto, infatti, che la maggior parte della popolazione mondiale possiede anticorpi contro i sottotipi H1 e H3 a causa di precedenti esposizioni a virus stagionali o grazie alle vaccinazioni. La ricerca dimostra che queste difese non proteggono dai virus H1 e H3 di origine animale.

Un virus pandemico per diffondersi nella popolazione deve trovare degli ospiti ''scoperti'' dal punto di vista immunitario; proprio per questo il virus dell'aviaria ha preoccupato molto la comunita' scientifica. Infatti, questo virus, pur essendo di un sottotipo diverso (H5) rispetto ai virus influenzali umani stagionali (H1 e H3), avrebbe trovato una popolazione vulnerabile dal punto di vista immunitario e percio' avrebbe potuto generare una pandemia. Cio' fino ad oggi non si e' verificato perche' il virus H5 non ha ''imparato'' a trasmettersi da uomo a uomo, mentre e' stato recentemente dichiarato pandemico, seppur a bassa mortalita', il virus suino H1N1.

lunedì 22 giugno 2009

Bluefin Tuna Massacre: Attivisti di Greenpeace contro il massacro del tonno rosso

Attivisti di Greenpeace, impegnati in un tour a bordo della nave Rainbow Warrior, sono stati violentemente aggrediti mentre cercavano di effettuare un' ispezione pacifica del peschereccio spagnolo «Cabo Tinoso Dos». Gli attivisti - riferisce l'associazione - sono stati strattonati e respinti dai pescatori del peschereccio spagnolo con gli idranti e una donna presa a pugni sul viso. Il tutto è avvenuto nel porto di La Valletta a Malta.

- L'aggressione - riferisce ancora Greenpeace - è cominciata all'apertura dello striscione «Bluefin Tuna Massacre» (massacro del tonno rosso) per evidenziare le attività di pesca non-sostenibile di tali imbarcazioni, parte di una flotta industriale che minaccia l'intera industria del tonno rosso. «Alcuni pescatori, dopo aver aggredito gli attivisti che in questo momento si trovano nel Mediterraneo per denunciare la pesca pirata, per scherno - racconta ancora l'associazione - si sono tirati giù i pantaloni mostrando il posteriore. Greenpeace chiede alle autorità locali di effettuare un controllo ufficiale della nave». La gestione del tonno rosso - spiega Greenpeace - è affidata alla Commissione Internazionale per la conservazione dei tonni dell'Atlantico (Iccat), un'organizzazione intergovernativa di cui l'Unione europea è membro attivo e influente. Oggi vige un paradossale «piano di recupero» che consente di pescare il 47% in più rispetto al limite massimo sostenibile». «La pesca eccessiva di questa flotta industriale, rischia di far scomparire completamente il tonno rosso - denuncia Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia - i Governi dovrebbero istituire riserve marine protette nelle zone di riproduzione delle specie per cominciare a dare una chance di recupero alla popolazione». Dal 2006, proprio gli scienziati dell'Iccat - ricorda Greenpeace - hanno raccomandato di non pescare al di sopra di 15.000 tonnellate e di proteggere le zone di riproduzione durante i mesi cruciali di maggio e giugno. La pescata effettiva per il 2007 è stata stimata a 61.000 tonnellate, il doppio del limite legale consentito per quell'anno, e più di quattro volte il livello raccomandato per evitare il collasso della popolazione.

domenica 21 giugno 2009

MEDUSE: allarme è generalizzato, in parte giustificato

Torneremo a fare il bagno con costumoni ascellari, quelli che lasciano scoperti solo polpacci e braccia dal gomito in giù? Forse proprio grazie a loro i nostri nonni (che andavano comunque al mare molto meno di noi) non facevano tanto caso alle meduse che oggi guadagnano sempre più spesso l’onore della prima pagina. L’allarme è generalizzato e in parte giustificato.

La specie più fastidiosa è la Pelagia noctiluca, appena dieci centimetri di gelatina punteggiata di porpora: i suoi tentacoli, sottili come capelli, sono quelli che fanno male. Una scossa, una fiammata improvvisa fra una bracciata e l’altra. E si esce dal mare doloranti, con la pelle rossa come se fosse stata sferzata da un frustino. Una pelagia da sola non può fare molti danni, ma questa specie si muove in banchi di migliaia, anche milioni di esemplari: così un’intera marina può diventare all’improvviso impraticabile come la più infida delle paludi. Non importa che sia la spiaggia della Versilia, di Capri o la costiera del Gargano. Le meduse sono molto democratiche: colpiscono a Ladispoli come a Porto Cervo. E veniamo al dunque: da dove sono sbucate? Ci sono sempre state o sono frutto di un drammatico sconvolgimento degli equilibri ecologici? E soprattutto continueranno ad aumentare?

Le meduse ci sono sempre state: lo dicono pescatori e scienziati. Antonio Di Natale, biologo marino, ricorda che negli anni Sessanta capitava di non potere fare il bagno a Taormina per la grande quantità di meduse fino sulla spiaggia. Forse queste invasioni si sono accentuate per le conseguenze dei cambiamenti climatici, ma ne sappiamo ancora troppo poco per trarre conclusioni. Lo pensano anche Ferdinando Boero dell’università del Salento, uno dei maggiori esperti in materia (ha appena lanciato la campagna “Occhio alla medusa”: i bagnanti possono contribuire a compilare una mappa di quelle presenti nel Mediterraneo segnalandole a boero@unisalento. it), e Bruno Massa dell’università di Palermo, convinti che questi animali abbiano vita più facile e si riproducano meglio grazie alla diminuzione dei pesci. Le meduse e i pesci, allo stadio larvale e giovanile, mangiano lo stesso cibo, il plancton: se i pesci diminuiscono, le meduse (che non disdegnano anche uova e larve di pesci) ne hanno una maggiore quantità a disposizione.

Non solo acqua. Parenti dei coralli, le meduse sono fatte al novanta per cento di acqua. Ne esistono migliaia di specie diverse, non tutte urticanti, alcune possono superare i due metri di diametro con il loro ombrello e avere tentacoli di parecchi metri. Nel Mediterraneo, in particolare in Italia, le specie più diffuse sono la Rhizostoma pulmo (non punge), con un bordo viola scuro ben visibile e il diametro di 30-60 cm; la Cotylorhiza tubercolata giallastra (è bellissima e non fa niente), a forma di disco; le poco urticanti Aequorea e Aurelia aurita, che raggiunge i 30 cm di diametro e infine la Pelagia noctiluca, piccola (meno di 10 cm di diametro) e “bruciante”, un po’ rosa e luminescente di notte.

Un caso a parte è la Caravella portoghese Physalia physalis, seguita dai ricercatori dell’università di Lecce e ormai arrivata anche nel Mediterraneo centrale. Non è una vera medusa, ma un animale composto da diversi “individui”: uno assume la forma di una vescica piena di gas e galleggia in superficie; gli altri sono trasformati in tentacoli, lunghi fino a vari metri e pericolosi. La quantità del veleno che riescono a inoculare è fortemente urticante. Del tutto innocua, invece, la Velella, piccolo organismo viola scuro, erroneamente confusa con le meduse, che forma banchi molto estesi.

Nemiche al bagno. Banchi enormi di meduse e affini sono già stati avvistati nel Mediterraneo: sappiamo che si sposteranno secondo il capriccio delle correnti e dei venti, ma fare previsioni per il futuro più immediato è difficile. I banchi più grossi, come quello lungo dieci chilometri avvistato poche settimane fra la Liguria e la Corsica, sono formati da innocenti velelle. I più pericolosi, costituiti da pelagie, compaiono di solito in alto mare, molto lontano dalle coste. Il loro destino dipende dalle correnti marine e dai venti: potrebbero restare in alto mare o essere ammassati in pochi giorni sotto costa da una tempesta. Tutte le rive del Tirreno, dell’Adriatico e delle isole sono a rischio. La grande Caravella portoghese viene invece da Gibilterra: le coste più occidentali d’Italia, della Sicilia e della Sardegna (e anche Malta) sono o saranno raggiunte per prime. Molti di noi vorrebbero che il mare fosse solo un vascone d’acqua salata, possibilmente pulita. Non è così: il mare è un ecosistema vivo, pieno di organismi che garantiscono anche la nostra sopravvivenza. Le meduse fanno parte di questo equilibrio: dobbiamo accettarlo. Anzi, per riconciliarci con le “nemiche” dei nostri bagni, vale la pena di visitare gli acquari di Genova o di Cattolica, che ne ospitano moltissime specie, tutte bellissime. Da guardare e non toccare.

Rimedi in sei mosse.
Come reagire al tocco della medusa?
- Non farsi prendere dal panico. Se ci si trova in acque fonde o si è impegnati in un’immersione subacquea, guadagnare con calma la riva o un’imbarcazione.
- Sdraiarsi all’ombra, coprendosi per non sentire freddo. Se il malessere si accentua, ricorrere al Pronto soccorso balneare o al medico più vicino.
- Con una carta di credito, o una tessera sanitaria, raschiare la pelle per togliere i frammenti di tentacoli.
- Non usare acqua dolce per lavare la pelle ustionata. l
- Non passare disinfettanti sulla ferita, in particolare tintura di iodio. No anche ad aceto di vino o ammoniaca.
- Usare solo su consiglio medico le pomate antistaminiche che diminuiscono gonfiore, rossore e bruciore.
FONTE:corriere.it

ORSI POLARI TRICHECHI, IN ALASKA SONO IN VIA DI ESTINZIONE


La popolazione degli orsi polari in Alaska e' in declino a causa del ritiro dei ghiacci e del bracconaggio della Russia. L'allarme e' stato lanciato dall'agenzia statunitense Fish and Wildlife.
Solo pochi orsi polari sono sopravvissuti nella zona che si estende tra il Canada e il nord dell'Alaska, a causa di una veloce fusione dei ghiacci marini, necessari agli orsi per procurarsi il cibo e per fare tappa tra uno spostamento e l'altro.
L'agenzia statunitense ha anche affermato che il bracconaggio della Russia e' una sensibile minaccia alla popolazione degli orsi.
Il rapporto di Fish and Wildlife stima che ogni anno vengono uccisi illegalmente dai 150 ai 250 orsi polari e il numero totale degli orsi, dal 2001 al 2007, e' calato dello 0,3%. Lo scorso anno, a causa del riscaldamento del clima globale, gli Stati Uniti hanno inserito ufficialmente gli orsi polari nelle specie in via d'estinzione. Il ritiro del ghiacci sta seriamente preoccupando anche un altro mammifero marino, il tricheco del Pacifico. "Se non c'e' piu' ghiaccio, scompare l'habitat degli animali e aumenta il rischio che queste specie si estinguano", ha dichiarato Bruce Woods, portavoce di Fish and Wildlife in Alaska.



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POLO NORD: Sotto i ghiacci greggio per almeno tre anni e metano per 14 MA L'AMBIENTE????!!!

EFFETTO SERRA: SE SI CONTINUA COSì ADDIO ORSI POLARI E ADDIO CORALLI
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sabato 20 giugno 2009

tartarughe marine: salvare le tartarughe marine

E' partita dal porto di Molfetta la grande festa per le tartarughe marine organizzata oggi dal Wwf a conclusione della Turtle Week.La settimana della tartaruga ha interessato molti dei Paesi impegnati nella conservazione di questi animali. Oggi, lungo le coste di Puglia, Calabria, Basilicata, Sicilia e Toscana, mostre, incontri con i pescatori, feste e liberazioni degli esemplari curati nei centri di recupero. La pesca accidentale 'cattura' ogni anno in Italia almeno 20 mila esemplari

Tutti insieme per salvare la tartaruga marina, simbolo dei nostri mari.
Oggi e domani a Molfetta nel barese, ma anche in Sicilia, Basilicata, Calabria e Toscana (mappa delle attività: http://www.wwf.it/client/default_turtle.aspx ) la settimana del WWF
( http://www.wwf.it/client/render.aspx ) per celebrare il centenario della nascita dello scienziato Archie Carr, che ha dato un fondamentale contributo alla conservazione di questi animali, la cui sopravvivenza è fortemente minacciata dalla pesca involontaria e dall’impatto con le attività umane. Sono previste per l’occasione mostre, liberazioni di esemplari in mare, monitoraggio delle spiagge, chiamando a raccolta l’intera comunità della gente di mare - pescatori, turisti, abitanti della costa e tutti gli amanti degli animali - per unire le forze nella salvaguardia delle sette specie di tartarughe marine presenti negli oceani, di cui tre la Caretta caretta, la tartaruga verde e la tartaruga liuto frequentano anche il Mediterraneo.
Oggi a Molfetta nel barese si comincia con una dimostrazione con i pescatori locali su come trattare l'animale, una volta recuperato: taglio della lenza (per i palangresi) e recupero a bordo (strascico) attraverso l’utilizzo di una sagoma di tartaruga a grandezza naturale. Per concludere ci sarà la partenza a bordo della motovedetta della Capitaneria di Porto di Molfetta per la liberazione al largo di quattro esemplari di tartaruga marina da parte dello staff del WWF Italia. Domani proiezione sul maxi-schermo dei filmati del WWF Italia e mostra tematica sulla banchina. In serata raccolta di adesioni per le uscite in motopesca e, in serata, animazione per bambini di clown prestigiatori di Molfetta nell'ambito del Progetto Tartarughe.

Sono infatti gli impatti con le attività umane le peggiori minacce da cui le tartarughe devono guardarsi ogni giorno, a cominciare dalla pesca accidentale. Si stima che ogni anno più di 20 mila tartarughe marine vengano accidentalmente catturate negli attrezzi da pesca utilizzati in Italia, e forse più del 30% di esse muore. Mentre i nidi e i piccoli sono minacciati dall’edificazione eccessiva delle coste e delle spiagge: alberghi e lidi balneari possono spaventare una femmina che voglia deporre; gli ombrelloni possono danneggiare il nido e abbassarne la temperatura; i mezzi meccanici possono compattare la sabbia rendendo difficile ai piccoli uscire in superficie; le luci possono confondere i piccoli che anziché raggiungere il mare vengono attirati altrove, ad esempio su una strada. Nel bacino del Mediterraneo ogni anno vengono deposti più di 7000 nidi, mentre in Italia le coste eccessivamente 'abitate' lasciano ormai spazio ad appena 30 nidi, localizzati per la maggior parte tra la Sicilia meridionale e la Calabria Jonica. Oltre a costituire una gravissima perdita per nostro patrimonio naturale, la diminuzione delle tartarughe marine ha anche importanti conseguenze sulla vita e la salute dei nostri mari.

Le tartarughe sono infatti vere divoratrici di meduse, in particolare nei loro primi anni di vita, tanto che si stima che ogni tartaruga nella propria vita arrivi a mangiare migliaia di meduse, svolgendo un fondamentale ruolo per l’equilibrio ecologico marino.

caccia alla balena: SUSSIDI NORVEGIA E GIAPPONE A INDUSTRIE BALENIERE

I Governi di Norvegia e Giappone stanno usando i soldi dei contribuenti per sovvenzionare le loro poco redditizie industrie baleniere. E' il risultato della prima analisi economica della caccia alla balena, commissionata dal WWF e dalla WDCS, la Whale and Dolphin Conservation Society, realizzata da economisti indipendenti e presentata a livello internazionale alla vigilia dell'International Whaling Commission che si riunira' a Madeira dal 22 al 26 giugno.


Lo studio ''Economia e Sussidi alla caccia alla balena'' rivela che Norvegia e Giappone forniscono alle loro industrie baleniere enormi sussidi governativi, anche se l'uccisione delle balene verosimilmente non sara' mai un'attivita' proficua senza il supporto dei contribuenti.

''In questo periodo di crisi economica globale, l'utilizzo di preziosi soldi derivati dalle tasse per sostenere un'industria che di base e' economicamente insostenibile, non puo' essere considerato un utilizzo strategico, sostenibile e nemmeno appropriato di fondi governativi gia' limitati'' ha dichiarato Massimiliano Rocco, Responsabile Specie e TRAFFIC del WWF Italia.

Lo studio considera i costi diretti e indiretti associati alla caccia alle balene, oltre che la produzione e la commercializzazione dei prodotti derivati, come la carne di balena. E i ricercatori concludono che questi costi, uniti a una richiesta sempre minore di carne di balena e al rischio di impatti negativi come il boicottaggio del commercio in generale o del turismo da parte della comunita' internazionale, fanno si' che la caccia alle balene difficilmente possa portare benefici alle economie nazionali e o tantomeno ai contribuenti.
In Norvegia, per esempio, dal 1992 il Governo ha speso piu' di 4,9 milioni di dollari per campagne di informazione, pubbliche relazioni e azioni di lobby per cercare, ove possibile, di raccogliere quel supporto all'industria della caccia alla balena e alla foca non facile da ottenere.

Inoltre, il Governo ha dato all'industria baleniera sussidi pari alla meta' del valore lordo di tutta la carne di balena commercializzata dalla nazionale Rafisklaget, l'Organizzazione commerciale dei pescatori norvegesi.

Anche in Giappone si riscontra un utilizzo simile dei soldi dei contribuenti. Nella stagione 2008-2009, l'industria baleniera giapponese, per esempio, ha avuto bisogno di almeno 12 milioni di dollari, dai soldi dei contribuenti, solo per andare in pari. In tutto, i sussidi giapponesi per la caccia alla balena ammontano a 164 milioni di dollari dal 1988 ad oggi, solo per sostenere un'industria davvero poco ''sostenibile''.

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venerdì 19 giugno 2009

CACCIA ALLE BALENE: UCCISE IN ISLANDA PRIME 2 DI 150 BALENOTTERE


Questa mattina in Islanda due esemplari di balenottera comune sono stati uccisi, scaricati e sezionati al molo di Hvalforour. Sono le prime vittime di un programma che prevede di cacciare 150 esemplari. Lo denuncia Greenpeace ricordando che a balenottera comune e' stata inserita nella lista delle specie a rischio estinzione dall'International Union for Conservation of Nature.

La caccia era stata aperta dal precedente governo islandese, poco prima che cadesse a causa di una crisi politica. Il nuovo governo, che si dichiara contrario alla caccia, non e' riuscito a bloccare questa pratica molto controversa.

''Il governo ha fallito miseramente nel dimostrare la propria leadership: nonostante la sua dichiarata opposizione alla caccia alle balene, questa continua. Oggi la sua reputazione, e quella dell'Islanda in generale, e' stata distrutta per tutelare gli interessi di una singola azienda'' afferma Sara Holden, coordinatrice internazionale della campagna Balene.

''Oggi e' chiaro che le regole della caccia alle balene in Islanda sono totalmente gestite dal baleniere Kristjan Loftsson e dalla sua compagnia Hvalur ehf. Ma il piccolo profitto che lui potrebbe ricavare da questa caccia alla balenottera comune avra' un grande costo per l'Islanda sia politico che economico''. Greenpeace chiede all'Islanda di impegnarsi a mettere fine alla caccia commerciale alle balene - un fallimento economico oltre che ambientale - e di promuovere la crescita dell'industria dell'eco-turismo, che porta profitti significativi e posti di lavoro al paese.

Piu' di 115.000 persone, partecipando all' ''Iceland Pledge'', hanno promesso di visitare il paese nel momento in cui il governo annunci la fine della caccia alle balene. Non c'e' alcuna domanda interna di carne di balena in Islanda e, come dimostra un'indagine di Greenpeace, nonostante le dichiarazioni di Loftsson sul mercato delle esportazioni, non c'e' domanda neanche in Giappone.

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giovedì 18 giugno 2009

DELFINI DEL MEKONG a rischio di estinzione


I delfini del Mekong a rischio di estinzione, l'allarme arriva dal Wwf. Questi mammiferi sono classificati con il nome scientifico di delfini dell'Irrawaddy, dal nome del principale fiume birmano dove furono scoperti la prima volta.

I delfini vivono soprattutto nei 190 chilometri compresi tra Si Pahn Don (Laos Meridionale), dove il fiume forma la grande ansa di 4 mila isole e la zona oltre le rapide del Mekong (Cambogia Settentrionale). L'ultimo censimento ha stimato una popolazione compresa tra 64 a 76 esemplari, una volta superavano il migliaio di unita'.

Dal 2003 sono morti circa 80 esemplari e la moria si e' accentuata in queste ultime settimane. Nei corpi degli animali morti sono state trovati quantita' eccessive di pesticidi, mercurio e altri agenti inquinanti. Per il Wwf occorre subito un programma di preservazione di questa specie combattendo sia l'inquinamento e combattendo la pesca illegale con come le reti a barriera, dove speso rimangono intrappolato questi mammiferi. Il programma di ripopolamento dei governi di Ventiane e Phonm Penh contava di portare il numero di delfini a 170, ma per ora sembra destinato al fallimento.

I delfini del Mekong furono decimati da parte dei Kmer Rossi nella seconda parte degli anni 70. I seguaci di Saloth Sar, alias Pol Pot, utilizzavano il grasso dei mammiferi per lubrificare i mezzi di trasporto e per l'illuminazione. Il Mekong attraversa sei paesi: nasce nella provincia meridionale cinese dello Yunnan, per poi attraversare Birmania, Tailandia, Laos, Cambogia e Vietnam.

mercoledì 17 giugno 2009

CACCIA ALLE BALENE : DANIMARCA VUOLE QUOTA CACCIA ALLE BALENE MEGATTERE


Danimarca, infatti, vuole ottenere una quota per la Groenlandia, per uccidere 50 megattere al largo della Groenlandia occidentale, sotto la categoria della 'caccia di sussistenza per le popolazioni indigene'. Essa sostiene che sono necessarie maggiori quantita' di carne di balena per soddisfare i bisogni nutrizionali della popolazione della Groenlandia, un territorio dal governo autonomo che fa parte del regno danese''. Lo rivela la WDCS, Whale and Dolphin Conservation Society, sottolineando ''la la pericolosita' di queste rivendicazioni, del resto non comprovate''.

''L'argomentazione della Groenlandia secondo la quale le sue comunita' indigene avrebbero bisogno di maggiori quantita' di carne rispetto a quelle fornite dalle loro attuali quote non e' convincente - denuncia WDCS - . Negli ultimi 10 anni, non hanno mai catturato tutte le balene rese disponibili dalla loro quota di ''caccia di sussistenza'' e grosse quantita' di carne vengono sprecate o stoccate o vendute nei supermercati - disponibili anche per i turisti.

Cio' contrasta con la natura non commerciale della caccia di 'sussistenza'. Inoltre, ogni anno, in Groenlandia vengono uccise circa 4000 tra piccole balene e focene.

La richiesta della Danimarca per espandere la caccia alle balene in Groenlandia non ha nulla a che vedere con 'i bisogni di sussistenza' ma rappresenta piuttosto un tentativo di 'condonare' la caccia per fini commerciali nelle regioni artiche''.

'Semplicemente, la Danimarca non dice tutta la verita''' dichiara Nicolas Entrup, portavoce della WDCS a Madeira.

secondo il quale la Groenlandia puo' sfruttare ambiguita' e lacune presenti nei regolamenti dell'IWC perche' non esistono norme internazionali vincolanti che regolino la caccia per fini di sussistenza.

''Fino a quando tale riforma non verra' completata, la Groenlandia potra' continuare la sua politica di interessi personali all'IWC - continua Entrup - . La WDCS non e' contraria alla caccia per fini di sussistenza da parte delle comunita' indigene, incluse quelle della Groenlandia, che sono state riconosciute dall'IWC come comunita' la cui legittima sussistenza dipende dalle balene.

Tuttavia, la quota di 10 megattere l'anno richiesta dalla Groenlandia fornirebbe quantita' di carne di balena ben superiori a quelle necessarie per soddisfare i suoi bisogni''.

martedì 16 giugno 2009

FOCA MONACA: via piano tutela per foca monaca


''Alla prossima riunione della Commissione Baleniera Internazionale (IWC), che si terrà dal 22 al 26 giugno a Madeira, in Portogallo, le megattere si ritroveranno sotto tiro. La In arrivo una strategia per salvare la foca monaca nel Mediterraneo. La 'riscossa' di questa specie simbolo parte dalla Grecia. Il piano e' stato elaborato dalla Mom, l'associazione per lo studio e la protezione della foca monaca e verrà presentato alle autorità greche. Il piano prevede uno scopo, 4 obiettivi e una serie di azioni per 5 anni. E' realizzato per la Grecia, che e' il grande serbatoio Mediterraneo per questa specie, ma e' una strategia esportabile a tutto il bacino.

sabato 13 giugno 2009

www.zoomondoanimali.it: il blog del primo bioparco d'Italia


Tigri, pinguini, lama, falchi e tanti altri animali diventano blogger. Zoom Torino, il primo bioparco immersivo d’Italia, e l'agenzia di comunicazione Connexia presenta www.zoomondoanimali.it, il blog in cui gli animali parlano di se stessi e raccontano della propria vita nel bioparco. Zoom Torino (www.zoomtorino.it) sorge a Cumiana, a una trentina di chilometri dalla città piemontese, è un parco di nuova concezione in cui gli animali si vedono, ma soprattutto si ‘vivono’, e da vicino, senza reti, gabbie o cancelli, ma solo barriere naturali come cespugli e vasche d’acqua.

Zoom Torino è uno ‘parco work in progress’, composto di habitat diversi, alcuni già visitabili e altri in costruzione, ma soprattutto è il luogo in cui è possibile: imparare a conoscere e proteggere gli animali, conservare e difendere le specie a rischio, sostenere la ricerca, e approfondire tematiche ambientali. "Abbiamo voluto ricreare a pochi chilometri dal capoluogo piemontese gli habitat naturali di diversi continenti per far sentire i nostri animali ‘a casa’ - ha detto Gianluigi Casetta, amministratore delegato di Zoom Torino -. Il nostro non è solo uno parco in cui vedere animali che diversamente si potrebbero conoscere solo dalla televisione o sulle riviste, ma anche il luogo in cui studiamo e proteggiamo specie minacciate dall'estinzione. Zoom è un nuovo modo di fare ‘cultura ambientale’”.