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lunedì 10 novembre 2008

riscaldamento globale:Maldive pronte al trasloco


L'allarme c'è, ed è verissimo: il riscaldamento globale, con conseguente innalzamento del livello dei mari, rischia di far sparire un gran numero di arcipelaghi e isole.
Insomma, anche un paradiso come le Maldive, un metro e mezzo in media sopra il livello del mare, rischia grosso.

Da quelle parti del resto ne sono perfettamente consapevoli, al punto che il nuovo presidente Mohamed Nasheed ha rivelato in un'intervista al Guardian che il suo Paese è seriamente intenzionato a creare un fondo per potersi comprare una nuova patria nel caso in cui l'oceano Indiano dovesse per davvero sommergere l'arcipelago.

"Non vogliamo lasciare le Maldive - ha detto il neo-presidente Nasheed - ma non vogliamo nemmeno diventare profughi e vivere per decenni nelle tende". Quindi, via alla raccolta di fondi per comprarsi una nuova patria. Dove non si sa ancora, ma l'importante è che da qualche parte esistano ancora le Maldive.

GIA' NEL 2005...
Entro il prossimo secolo, se il livello del mare continuerà a salire a causa del riscaldamento globale, le isole Maldive verranno sommerse dall'acqua

Secondo uno studio pubblicato sulla rivista "Global and Planetary Change", entro il prossimo secolo le Maldive - una catena di oltre mille piccole isole che si estende dalla punta meridionale dell'India fino all'equatore - potrebbero scomparire sott'acqua. La scoperta riaccende il dibattito sugli effetti dei cambiamenti globali del livello del mare. Nel 2001 l'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) aveva ipotizzato una crescita dei livelli del mare fra i 9 e gli 85 centimetri entro il 2100. La previsione si basava su modellizzazioni al computer di studi già pubblicati sugli effetti del riscaldamento degli oceani del pianeta. In uno scenario simile, isolette come le Maldive (la maggior parte delle quali si innalza per non più di un metro sul livello del mare) sarebbero destinate a scomparire. Ma non tutti condividono queste previsioni. Il geologo Nils-Axel Mörner dell'Università di Stoccolma, in Svezia, è convinto che i modelli dell'IPCC siano errati. In uno studio pubblicato l'anno scorso, Mörner sosteneva addirittura che l'aumento dell'evaporazione dell'Oceano Indiano causato dal riscaldamento globale avrebbe fatto calare il livello del mare di 30 centimetri negli ultimi decenni. Ora l'oceanografo Philip Woodworth del Proudman Oceanographic Laboratory, in Gran Bretagna, contesta le teorie di Mörner sostenendo che un calo del livello del mare è implausibile dal punto di vista meteorologico e oceanografico. Woodworth ha esaminato una serie di dati storici climatici e oceanografici sulle Maldive e le zone circostanti: ha studiato le temperature dell'aria e della superficie del mare, la velocità dei venti, le precipitazioni e i movimenti tellurici, senza trovare alcuna prova a sostegno delle affermazioni di Mörner e concludendo dunque che la previsione dell'IPCC resta lo scenario più probabile per il futuro delle Maldive.

domenica 9 novembre 2008

Secondo un sondaggio di ottobre 2008 gli italiani vogliono il nucleare ma non vicino a casa

In questi giorni ricorre l'anniversario dei referendum che, nel 1987, hanno di fatto sancito l'uscita dell'Italia dal gruppo di paesi produttori di energia nucleare. Ventun anni fa, attraverso l'abolizione di tre articoli di legge, il popolo italiano sentenziava il rifiuto alla presenza di centrali nucleari sul territorio nazionale. Il tema, tuttavia, è rimasto nel dibattito pubblico e, anche recentemente, alcuni esponenti politici, tra cui il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il leader dell'Udc Pierferdinando Casini, hanno espresso la volontà di tornare ad investire nella soluzione nucleare. I dati raccolti da Demos nelle scorse settimane mostrano un'opinione pubblica piuttosto aperta verso l'opzione nucleare, per quanto siano da segnalare importanti distinguo, soprattutto dal punto di vista generazionale e politico.
Nucleare: sì o no? Quanto rilevato nel sondaggio ci mostra una realtà mutata e interessante. I favorevoli alla costruzione di centrali nucleari in Italia sono il 47%, mentre a confermare il rifiuto per l'energia prodotta dalla fissione dell'atomo è il 44%. E' dunque la maggioranza relativa a "ripensare" l'esito del referendum, anche se non possiamo ignorare il 9% che sceglie di non esprimersi.
Spostando l'ipotetica centrale dalla generica nazione alla provincia di residenza del rispondente, le opinioni mutano leggermente verso. I contrari alla costruzione, in questo caso, sono esattamente la metà - il 50% - mentre quanti si dicono comunque "a favore" sono il 41% - con, ancora, un 9% di incerti.
Giovani contro. Se osserviamo i risultati in base alla classe d'età del rispondente, vediamo come siano proprio i più giovani, quanti cioè non hanno preso parte al referendum di oltre vent'anni fa, a esprimere il parere maggiormente negativo. Infatti il dato si alza tra coloro che hanno tra i 25 e i 34 anni (48%) e nella fascia tra i 35 e i 44 anni (dove tocca il 50%). Se invece consideriamo quanti non vogliono la centrale nella propria provincia di residenza, vediamo come siano sempre le generazioni più giovani ad esibire l'opposizione più netta: tra i 15 e i 44 anni, infatti, sono oltre il 54% ad esprimersi negativamente, contro una media del 50%.

Nord e Sud. Il nucleare taglia in due anche la penisola. Se il Nord tende ad essere più favorevole al ritorno al nucleare, il Centro e il Sud mostrano scetticismo. In particolare, è il Nord Ovest a manifestare maggiore apertura, sia per la costruzione di centrali in Italia (54%, +7 punti percentuali rispetto alla media) che nel territorio (46%, +5 punti percentuali). I più scettici sono invece i cittadini del Centro: il 37% accetterebbe la costruzione di una centrale nella propria provincia, mentre è il 43% ad auspicarne la costruzione nella penisola (per entrambi lo scarto rispetto alla media nazionale è negativo di circa quattro punti).

L'ambiente e la politica. Anche la variabile elettorale offre spunti interessanti di riflessione e ci aiuta a comprendere come le posizioni discendano anche - e soprattutto - da ragioni "politiche". La spaccatura tra destra e sinistra, in altre parole, divide anche tra favorevoli e contrari alla costruzione di centrali nucleari. Gli elettori di PdL e Lega Nord, ma anche quelli dell'Udc, si distinguono per il grande favore con cui vedono la costruzione di centrali, sia in Italia che nella realtà locale. Le aree di maggiore scetticismo (o di aperta opposizione) si concentrano invece tra gli elettori del Pd, dell'IdV e, soprattutto, della Sinistra Arcobaleno.
L'indagine è stata curata da Ilvo Diamanti, Luigi Ceccarini e Fabio
Bordignon con la collaborazione di Natascia Porcellato. Il sondaggio è
stato condotto da Demetra (sistema CATI, supervisione: Giovanni Pace)
nei giorni 1-8 ottobre 2008. Il campione, di 1300 persone, è
rappresentativo della popolazione italiana con oltre 15 anni per
genere, età, titolo di studio e zona geopolitica di residenza.
Documento completo su Agicom.it






mercoledì 29 ottobre 2008

2 pianeti per sostenere i ritmi di vita attuali

28/10/2008 - Abbiamo già consumato un terzo in più delle risorse che la natura ci offriva: siamo in debito ecologico nei confronti della Terra www.wwf.it

L'umanità è in debito ecologico nei confronti del Pianeta, c'è un terzo di pianeta sottoforma di acqua, suolo fertile, foreste, risorse ittiche che l’umanità consuma freneticamente ma che in realtà non esiste perché ancora non si è potuto rigenerare. Quello che nel 1961 era ancora un credito rispetto al nostro utilizzo di risorse si è trasformato in un debito crescente. Negli ultimi 45 anni la domanda dell’umanità sul pianeta è più che raddoppiata in conseguenza dell’incremento demografico e dei crescenti consumi individuali. E’ questo il duro monito contenuto nell’ultima edizione del Living Planet Report del WWF, la principale analisi dello stato di salute del pianeta lanciata oggi al livello mondiale. Inoltre, lo stato di salute dell’ambiente globale e della biodiversità è in continuo declino e sempre più aree del pianeta stanno andando verso uno stato di stress idrico permanente o stagionale.
“Il mondo sta vivendo l’incubo di una recessione economica per aver sovra-stimato le risorse finanziarie a disposizione– ha dichiarato James Leape, direttore del WWF Internazionale - ma una crisi ancor più grave è alle porte – ovvero, l’erosione del credito ecologico causato dall’aver sottovalutato l’importanza delle risorse ambientali come base del benessere di ogni società. Se la nostra pressione sulla Terra continuerà a crescere ai ritmi attuali, intorno al 2035 potremmo avere bisogno di un altro pianeta per mantenere gli stessi stili di vita”. Il Report, prodotto dal WWF insieme alla Società Zoologica di Londra (ZSL) e al Global Footprint Network, mostra come oltre tre quarti della popolazione umana viva in paesi che sono ‘debitori’ in termini ecologici, dove i consumi nazionali hanno abbondantemente superato la capacità biologica nazionale.
“Troppo spesso i nostri stili di vita, la nostra crescita economica consumano, in maniera sempre più insostenibile, il capitale ecologico di altre parti del mondo – dichiara Gianfranco Bologna, direttore Scientifico del WWF Italia - Nel 1961 quasi tutti i paesi del mondo possedevano una capacità più che sufficiente a soddisfare la propria domanda interna, al 2005 la situazione è radicalmente mutata e molti paesi sono in grado di soddisfare i loro bisogni solo importando risorse da altre nazioni ed utilizzando l’atmosfera terrestre come un’ enorme “discarica” di anidride carbonica ed altri gas ad effetto serra".
Dieci anni di LIving Planet - Il Report viene pubblicato dal 1998 e, a partire dal 2000, ogni due anni (l’attuale è la settima edizione del Rapporto). Nell’edizione del 2008 viene resa nota, per la prima volta, la misurazione l’Impronta idrica, sia al livello nazionale che globale che si aggiunge come indicatore aggregato agli altri due, ovvero, l’Impronta Ecologica, l’analisi della domanda di risorse naturali derivante dall’attività umana, e l’Indice del Pianeta Vivente, la misurazione dello stato di salute dei sistemi naturali. L’Indice del Pianeta Vivente, compilato in particolare dalla Società Zoologica di Londra, mostra come dal 1970 si sia verificato il declino complessivo della biodiversità (della ricchezza della vita sul pianeta) di circa il 30% tenendo conto dell’analisi di circa 5000 popolazioni di 1.686 specie di animali vertebrati (mammiferi, uccelli, rettili, anfibi e pesci). Nelle aree tropicali la riduzione è più drammatica che altrove, essendo al 50%, e le cause principali sono costituite dalla deforestazione e dalle modificazioni dell’uso del suolo; per le specie di acqua dolce le cause principali sono l’impatto delle dighe, la deviazione dei corsi fluviali e i cambiamenti climatici (per un declino del 35%). Gli ambienti costieri e marini invece soffrono soprattutto di inquinamento e di pesca eccessiva o distruttiva.

La recessione ecologica. “Abbiamo nei confronti del pianeta lo stesso atteggiamento dilapilatorio che le istituzioni finanziarie hanno avuto nei mercati. Siamo abituati a pensare nel breve termine mirando ad una crescita materiale e quantitativa ormai insostenibile basata sullo sfruttamento dissennato delle risorse naturali senza alcuna considerazione delle generazioni che abiteranno questo pianeta dopo di noi – continua Bologna – Gli effetti di una crisi ecologica globale sono persino più gravi del disastro economico attuale”.
Le emissioni di anidride carbonica da fonti di energia fossili e il consumo del suolo costituiscono tra le attività umane, quelle che più pesano nel calcolo dell’Impronta Ecologica e che si legano ad una delle maggiori cause di pericolo attuale, ovvero, i cambiamenti climatici. L’analisi dell’Impronta Ecologica, prodotta dal Global Footprint Network, mostra come la biocapacità globale – ovvero, l’area necessaria a produrre le risorse primarie per i nostri consumi e a “catturare” le nostre emissioni di gas serra – è di circa 2.1 ettari ‘globali pro-capite mentre l’Impronta ecologica e cioè il nostro utilizzo delle capacità produttive dei sistemi naturali sale a 2.7 ettari globali pro-capite. Abbiamo quindi un deficit di 0,6 ettari globali pro-capite. “Continuare ad alimentare il nostro deficit ecologico avrà ripercussioni gravi anche in economia – ha dichiarato il direttore esecutivo del GFN, Mathis Wackernagel – Il limite della disponibilità delle risorse e il collasso dei sistemi naturali possono far scattare una potente stagflazione (l’incrocio tra stagnazione ed inflazione) con un crollo del valore degli investimenti mentre i costi di cibo ed energia salgono alle stelle".

domenica 26 ottobre 2008

se le api dovessero scomparire, al genere umano resterebbero cinque anni di vita

"Le api stanno morendo ovunque"
TORINO Il grido d’allarme è unanime: «Le api stanno morendo in tutto il mondo, soprattutto nelle campagne». È il grido d’allarme degli apicoltori di tutti i Continenti riuniti a Torino per ’Terra Madrè. Sotto accusa le nuove e potentissime molecole neurotossiche, usate massicciamente su tutte le coltivazioni. Per difendere le api gli apicoltori hanno creato una rete internazionale che riunisce le comunità del miele di tutto il mondo con l’obiettivo di dar vita ad un manifesto dell’apicoltura «buona, pulita e giusta». «Le api riflettono il degrado del nostro pianeta - affermano gli apicoltori - esseri indispensabili, caratterizzati da una complessa e fragile organizzazione ci dicono che bisogna cambiare comportamenti». «Le nuove molecole neurotossiche - sostiene Francesco Panella, presidente dell’Unione Nazionale degli Apicoltori Italiani - usate in modo crescente su tutte le coltivazioni sono così potenti, in dosi infinitesimali, da trasformare la linfa vitale, per tutto il ciclo della pianta, in subdolo insetticida». Identico l’allarme degli apicoltori dei vari paesi: le api muoiono ovunque dalla pampa argentina, ridotta a una landa di monocoltura di soia Ogm irrorata dagli aerei in continuazione con diserbanti, agli Usa dove immensi territori sono destinati unicamente alla coltivazione di mais per fare girare i motori a scoppio, alla foresta amazzonica disboscata e trasformata in coltura di canna da zucchero, agli stati del Nord dell’India che hanno visto il crollo della produzione di miele selvatico per l’eradicazione delle essenze spontanee trasformate in carbone, ai meleti del nord Irlanda che non producono più per mancanza di insetti impollinatori, al crollo di produzione per mancanza d’api delle coltivazioni di cetrioli del North Carolina.
Le api stanno morendo. Muoiono in tutto il mondo. Perché?

All’inizio sembrava una di quelle notizie “millenariste”, “catastrofiste”, una di quelle cose insomma che vanno di moda da Kyoto in poi e che in fondo lasciano il tempo che trovano… la fine del Mondo che si avvicina, i sensi di colpa di una società troppo opulenta ed ineluttabilmente in declino… Poi oltre la boutade, oltre il ragionevole scrupolo da “uomo-qualunque” e l’innegabile fascino da scoop giornalistico sono cominciate ad arrivare le prime conferme scientifiche, la cruda analisi dei dati, i bollettini specializzati e i bilanci delle associazioni di categoria, gli allarmi di enti locali e nazionali. Allora adesso possiamo dirlo, si può dire, anzi adesso è meglio che lo si dica e si cominci anche a rifletterci seriamente: le api stanno morendo. Muoiono in tutto il mondo. Con percentuali diverse, probabilmente per cause e concause diverse tra loro, ma stanno proprio morendo. E’ un dato di fatto, è una orrenda certezza statistica. E, purtroppo, non è nemmeno più una novità: succede da anni, costantemente, senza margini d’errore.
Siccome in certi casi spaventarsi è non solo giusto ma anche doveroso, cominciamo da una frase di Einstein ( o almeno attribuita ad Einstein ma si sa che citare una frase di Einstein fa sempre più effetto, quindi stabiliamo che sia davvero sua) :Se le api dovessero scomparire, al genere umano resterebbero cinque anni di vita.
Il ragionamento che sottende all'affermazione è sicuramente valido, sia o meno di Einstein, almeno in via di principio: niente più api, niente più impollinazione, niente più frutta e vegetali (non tutti, ma gran parte), con conseguente spirale a discendere il cui limite sta solo nella fantasia di ciascuno di noi.
Cosa vuol dire “le api stanno morendo”?
Vuol dire che in Italia, secondo le stime riferite al 2007 dell’Agenzia per la protezione dell'ambiente e i servizi tecnici (Apat), il numero degli insetti si è dimezzato. In un anno. Una cifra enorme con rischi gravi per i delicati equilibri dell'ecosistema e per il ciclo naturale, con danni economici stimati in 250 milioni di euro. Il disastro interessa tutta l'Europa, con una perdita tra il 30% e il 50% del patrimonio di api; ed è ancora più grave negli Stati Uniti, con punte anche del 60-70% in alcune aree per il fenomeno da spopolamento definito Ccd (Colony collapse disorder). L’allarme negli USA è scattato almeno nel 2003; da allora la strage continua. E si allarga.
Perché? Con certezza non lo sa nessuno, perlomeno nessuno è in grado di individuare un’unica causa. Semmai molteplici concause. L’inquinamento (di aria, acqua e suolo), i cambiamenti climatici repentini e prolungati, che avrebbero influito negativamente sulla disponibilità e sulla qualità dei pascoli e dell’acqua. Per quanto riguarda l’inquinamento, le maggiori responsabilità sono attribuibili all’inquinamento da fitofarmaci e da pesticidi come i neonicotinoidi a base di imidacloprid. Come il Gaucho della Bayer, a detta dell’entomologo Giorgio Celli. La Bayer ha introdotto sul mercato un nuovo prodotto, quando ancora si stanno studiando i suoi effetti sulle api. Per colpa dei telefonini, secondo uno studio condotto dal dottor Jochen Kuhn dell’Università di Landau. Kuhn imputa alla crescita esponenziale dell’inquinamento elettromagnetico il fatto che le api, stordite e sviate dal segnale dei telefonini, perdano il senso dell’orientamento. Ma peggio ancora il caos elettromagnetico favorirebbe alcune malattie come virosi e varroa (malattia causata da un acaro che attacca sia la covata sia l’ape adulta, e la cui diffusione è favorita proprio da queste forme di inquinamento). Per quanto riguarda i cambiamenti climatici, le maggiori responsabilità sono attribuibili all’andamento sempre più irregolare del clima (periodi siccitosi prolungati, periodi con temperature molto elevate seguiti da repentini ritorni di freddo, temporali intensi) che comporta un’interruzione al flusso normale dei nutrienti necessari alle api per la loro crescita e per il loro sviluppo, indebolendo di conseguenza le difese dell’alveare. Il problema è che così come l’italiana APAT nessuno oggi al mondo è in grado di identificare una sola causa.
Ma tutti sono d’accordo sugli effetti, del resto ben visibili: crollo verticale delle popolazioni di api in tutto il mondo.
A rischio. Sono le colture di mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza (come denunciato dalla Coldiretti), ovvero tutte quelle piante la cui produzione dipende completamente o in parte dalle api (grazie alla loro impollinazione). Ma a rischio sono anche gli allevamenti, visto la sempre minore impollinazione da parte delle api delle colture foraggiere a seme (come l’erba medica ed il trifoglio) fondamentali per i prati destinati a pascolo. Il forte calo dei prodotti agricoli e da allevamento comporta effetti negativi inevitabili come un aumento sensibile del suo prezzo di mercato e un aumento delle importazione dall’estero, con tutto quello che ne concerne… Insomma, di sicuro c’è solo che l’uomo si sta dando la zappa sui piedi, se già non se li è amputati.

trifluoruro di azoto o NF3

Sale diffusione nuovo gas serra
Ricerca Usa, Trifluoruro azoto 17mila volte piu' potente di Co2

(ANSA) - ROMA, 25 OTT - C'e' una new entry nella questione clima. Si tratta di un gas 17 mila volte piu' potente della CO2: e' il trifluoruro di azoto (o NF3). E' molto usato per realizzare monitor e schermi Lcd e la sua concentrazione e' molto piu' alta di quanto si pensasse, secondo una scoperta fatta da ricercatori dell'Universita' di San Diego. Nel 2006, grazie a nuove tecniche analitiche, sono state rilevate 4.200 tonnellate di NF3 rispetto alle 1.200 stimate. Nel 2008 l'NF3 e' salito a 5.400 tonnellate.

venerdì 10 ottobre 2008

incidente nucleare CHERBOURG La Hague

CHERBOURG (F) - Un incidente nucleare di "livello 1" su una scala internazionale da 0 a 7, con un "versamento di materiale", è avvenuto all'interno di un impianto per il riprocessamento del combustibile atomico a La Hague, nella regione della Normandia, nel nord-ovest della Francia. Lo rende noto il gruppo nucleare Areva che gestisce l'impianto, aggiungendo che l'incidente "non ha avuto alcuna conseguenza sul personale né sull'ambiente".
L'incidente, fa sapere l'Areva, è avvenuto il 24 settembre scorso.
La società in un comunicato scrive che l'incidente è "accaduto durante il riempimento di un contenitore di plutonio" ed è consistito nello "straripamento del contenitore". "Il materiale (fuoriuscito) è rimasto confinato all'interno del perimetro all'interno del quale si svolgeva l'operazione. I lavori di riempimento è stata interrotta e il materiale (fuoriuscito) è stato recuperato", scrive Areva.
Si tratta del quarto incidente di livello 1 registrato nello stesso stabilimento dall'inizio del 2008.

lunedì 6 ottobre 2008

Pannelli solari flessibili e sottili

Abbastanza elastiche da potersi arrotolare intorno a una matita, sufficientemente trasparenti da poter ricoprire i vetri dei palazzi e i finestrini delle automobili. Sono le nuove celle solari messe a punto dai ricercatori americani dell’Università dell’Illinois. La scoperta, pubblicata su Nature Materials, apre la strada a un nuovo modo di trattare il silicone, materiale di base per la costruzione dei pannelli solari, consentendo di tagliarlo in strati supersottili che possono poi essere applicati su superfici flessibili.

Ciò renderebbe il prodotto finale assai più facile sia da trasportare, con la creazione di grandi fogli arrotolati, sia da utilizzare “Le pellicole ottenute”, spiega John Rogers, che ha guidato la ricerca, “potrebbero essere usate per ricoprire le facciate dei palazzi, creando così nuove opportunità per l’energia solare”.

In un’America sempre più preoccupata per l’aumento del costo del petrolio e più sensibile al tema del riscaldamento globale, la domanda di energia solare è in crescita. Già molte aziende producono pannelli solari sottili, che però hanno lo svantaggio di essere meno efficienti nel convertire il sole in energia elettrica rispetto ai pannelli tradizionali. La tecnologia sviluppata dall’Università dell’Illinois promette robustezza, efficienza e anche il superamento di due grossi limiti: rigidità e fragilità. Il tutto grazie alla possibilità di tagliare strati da 10 a 100 volte più sottili delle cialde di silicone di partenza, che possono essere usati come fossero francobolli, e”incollati” sulle superfici più diverse come se vi fossero stampati sopra.

martedì 30 settembre 2008

CATTURA ANIDRIDE CARBONICA

TORONTO - Potrebbe essere un rimedio all'effetto serra e ai problemi energetici la nuova scoperta messa a punto dai ricercatori dell'Universita' di Calgary. Il team di studiosi, coordinato dal direttore dell'Istituto per l'Energia sostenibile David Keith, ha infatti messo a punto una macchina in grado di catturare l'anidride carbonica, separandola dall'aria grazie all'ossido di sodio che l'assorbe. In un esperimento condotto la scorsa estate il macchinario, simile a un grosso telescopio, avrebbe intrappolato le emissioni di anidride carbonica presenti all'esterno dello stadio McMahon di Calgary. La macchina consuma relativamente poca energia e l'anidride carbonica potrebbe essere riutilizzata come energia alterativa al petrolio o al gas o come ingrediente per i combustibili. Ricerche su tecnologie simili sono in corso anche alla Columbia University a New York City e al Lawrence Livermore National Laboratory in California.

lunedì 29 settembre 2008

pannello solare per elettricità e acqua

PANNELLI SOLARI PRODUCONO ELETTRICITA' E ACQUA
(ANSA) - SYDNEY - Scienziati australiani hanno creato una nuova generazione di pannelli solari, che producono elettricita' e acqua calda allo stesso tempo, con il potenziale di dimezzare il costo di conversione di un edificio all'energia solare. I pannelli, sviluppati da ricercatori dell'Universita' nazionale di Canberra, consistono di sottilissimi canali con superficie a specchio. Gli specchi, spiega il responsabile del progetto Igor Skryabin del Collegio di ingegneria dell'ateneo, concentrano i raggi del sole su una striscia che percorre i canaletti e produce elettricita'. La striscia contiene anche acqua trattata, che sotto il sole si riscalda. Il calore viene poi incanalato nel sistema di scalda-acqua dell'abitazione.

Un'installazione di media grandezza, precisa Skryabin, puo' fornire acqua calda sufficiente per un'unita' familiare, e se l'abitazione e' efficiente in termini di energia, puo' alimentarla per una proporzione che va da meta' a due terzi del fabbisogno. Al progetto detto ''due in uno'' partecipano, insieme al governo australiano che ha finanziato la prima fase di ricerca, l'universita' di Tianjin in Cina e la compagnia della Silicon Valley Chromasum.

Finora le famiglie di tendenze ambientaliste in Australia dovevano installare separatamente scalda acqua solari e pannelli solari per l'elettricita', per un costo medio pari a circa 9600 euro, una spesa eccessiva per molti. Con il nuovo sistema due in uno', il costo sarebbe dimezzato, dato che l'elettricita' e l'acqua calda vengono generate simultaneamente. I ricercatori hanno installato un sistema sperimentale di larga scala sul tetto di un edificio dell'universita', e hanno sviluppato un prototipo di dimensioni adatte per un'abitazione media. Il prossimo passo sara' di commercializzare il progetto, ha detto Skryabine, e di trovare la maniera meno costosa per la produzione di massa.

giovedì 25 settembre 2008

ENERGIA NUCLEARE: VUOI PAGARE MENO??? VENDICI LA TUA SALUTE E LA TUA SICUREZZA

25 settembre 2008
Il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola ha elevato oggi a pieno titolo Genova quale «capitale del nucleare» in Italia. A leggere l’intervento del ministro, trattenuto a Roma per la vicenda Alitalia, è stato delegato il deputato del Pdl Michele Scandroglio ad una tavola rotonda organizzata nell’ambito del congresso nazionale della Società italiana di fisica, alla quale ha preso parte, tra gli altri, lo scienziato Antonino Zichichi, l’ad di Ansaldo Energia Giuseppe Zampini, ed il presidente di Enea Luigi Paganetto. «Questa splendida città - ha scritto Scajola nel primo passaggio del suo discorso - col suo tessuto produttivo fortemente specializzato nei settori a più alta tecnologia, l’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT), la sezione regionale dell’Istituto nazionale di fisica nucleare, la presenza di aziende storiche come Ansaldo Energia e Ansaldo Nucleare, può ormai considerarsi a pieno titolo la `capitale del nucleare´ in Italia»

PRIMA PIETRA NEL 2013
Arrivare alla «posa della prima pietra del nucleare entro il 2013»`. E´ questo l’intendimento ribadito da Scajola in una lettera-intervento ad una tavola rotonda nell’ambito del congresso della Società italiana di Fisica. Parlando del «rinascimento del nucleare», nel suo documento il ministro ha affermato anche la volontà di «ridefinire criteri di compensazione a favore delle comunità che ospiteranno siti nucleari». Secondo quanto si legge in un passaggio dell’intervento, «entro la fine dell’anno» saranno definiti «i criteri per la localizzazione dei siti» e sarà istituito «un organismo preposto alla sicurezza in campo nucleare». Parallelamente saranno «definite le procedure di autorizzazione degli impianti, secondo logiche che garantiscano certezza dei tempi, finanziabilità dei progetti, protezione dell’ambiente, tutela della salute dei lavoratori e delle popolazioni interessate».

«Ridefiniremo anche i criteri di compensazione - aggiunge - a favore delle comunità che ospiteranno siti nucleari, nella convinzione che sia necessario assicurare benefici concreti direttamente ai cittadini ed alle imprese, in termini di sconti sul costo dell’energia e rilancio delle economie locali».
_________________________________________

Come è possibile che questo governo continui a fare proggetti senza interrogare la popolazione???

Poi, visto che SECONDO LORO NON CI SONO PERICOLI, DI CHE DEVONO COMPENSARE LE COMUNITA' CHE OSPITERANNO I SITI NUCLEARI????

SPERO PER LORO CHE TROVINO GENTE CHE METTE UN PREZZO ALLA PROPRIA SALUTE PER QUANTO MI RIGUARDA IO PENSO CHE SE LORO FACESSERO MENO INTRALLAZZI E PRENDESSERO UNO STIPENDIO ONESTO PAGHEREMMO DI MENO TUTTI O PER LO MENO LA DIFFERENZA DEI SOLDI CHE AVANZEREBBE SI POTREBBE USARE PER INCENTIVARE FONTI DI ENERGIA PULITA, NON PERICOLOSA E INESAURIBILE, TUTTE CARATTERISTICHE CHE MANCANO ALL'ENERGIA NUCLEARE.......

domenica 21 settembre 2008

Microbial Fuel Cell : batteri che producono energia elettrica

Energia elettrica dai batteri. Grazie all’uso delle Microbial Fuel Cell (MFC). Questa tecnologia è stata oggetto di un convegno organizzato da Enea al Parlamento europeo per valutarne le potenzialità nel campo delle energie a basse emissioni. Le pile a combustibile microbiologica funzionano con i batteri che trasformano l’energia chimica in energia elettrica. Una pila microbiologica è costituita da un compartimento anodo e uno catodo separati da una membrana semipermeabile. Nel compartimento dell’anodo il combustibile – zuccheri, materiale organico di scarto e acque reflue – viene ossidato dai microorganismi, generando elettroni e protoni. Gli elettroni vengono poi trasferiti al catodo attraverso la membrana. Dalla parte del catodo viene aggiunto ossigeno che attrae gli elettroni e i protoni producendo acqua (vedi schema in alto). L’Italia, ha spiegato la dottoressa Pierangela Cristiani del Cesi Ricerca, nel campo delle MFC è stata fin dall’inizio uno dei pionieri e ha un’esperienza che, a livello mondiale, è tra le più all’avanguardia. Il Cnr insieme all’Enel ha già brevettato da tempo una MFC come sensore mentre non si è mai pensato allo sfruttamento della nuova tecnologia per produrre energia. Per il momento, infatti, le celle combustibili a batteri non permettono di raggiungere una potenza elevata. Ora però potrebbe essere arrivato il momento di mettere a punto sistemi più potenti. L’Italia è preparata per questa sfida. Ma è necessario muoversi subito per non perdere il treno dove sono già saliti statunitensi, coreani e australiani. Tra gli ostacoli da superare indicati al convegno di Strasburgo ci sono, ad esempio, i bandi del Settimo programma quadro della Commissione europea, ideati in modo da non comprendere i progetti di ricerca delle MFC.

sabato 20 settembre 2008

Mappa del nucleare in Italia

Le centrali nucleari sono chiuse dal 1987, eppure in Italia ci sono: 53 mila metri cubi di rifiuti nucleari, quanto un palazzo di sessanta piani. La verità è che più che chiuse le centrali sono in stato di «custodia protetta passiva», dunque continuano a produrre ogni anno una certa quantità di rifiuti radioattivi. A questi vanno aggiunti altri 2mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di origine medica e sanitaria, o creati durante le attività di ricerca o simili, e poi rottami metallici, vecchi quadranti luminescenti, parafulmini.
Cerchiamo di capire dove sono. Il rapporto di Legambiente risale al 1999 ma è ancora valido. Il primo nome citato è il Centro Enea di Rotondella, conosciuto anche come «Trisaia», in provincia di Matera dove a quasi trent’anni dall'avvio del programma, si trovano ancora 2,3 metri cubi di rifiuti liquidi mai solidificati nonostante le ripetute richieste degli organi competenti. I rifiuti, oltretutto, sono contenuti in strutture metalliche di acciaio e carbonio che ormai non sono più in grado di garantire la tenuta. Il centro di Trisaia ospita anche 64 elementi di combustibile irraggiato, attualmente sospesi in una piscina di stoccaggio, circa 3 metri cubi di prodotto fissile e fertile (uranio e torio), 14 container di rifiuti biomedicali; dagli anni Sessanta è la sede dell’unico cimitero di rifiuti nucleari esistente in Italia, quattro fosse in cui sono stati accumulati rifiuti solidi radioattivi ad alta attività (pari a circa 100 curie) contenenti cobalto 60, Cesio ed altri radionuclidi. I rifiuti sono stati cementificati e le fosse ricoperte con uno strato di bitume.
Durante l’attività le centrali nucleari hanno prodotto 1916 tonnellate di combustibile esausto, 328 delle quali sono ancora stoccate in Italia presso gli impianti di Caorso e Trino e la vasca del reattore di ricerca Avogadro a Saluggia. Quello di Saluggia è un deposito particolarmente a rischio, si trova sulle sponde della Dora Baltea, a due chilometri dalla confluenza con il Po, sopra le più importanti falde acquifere del Piemonte: nessuno può immaginare che cosa può accadere in caso di alluvione. Ci sono poi la centrale del Garigliano in provincia di Caserta dove è in funzione un impianto per il recupero e la solidificazione di liquidi e fanghi prodotti in passato e stoccati, e quello di Casaccia nel Lazio dove opera un impianto per l'estrazione di particelle alfa dei rifiuti del plutonio in modo da diminuirne la radioattività. Coperte da segreto militare sono tutte le informazioni sulla centrale nucleare della base di Pisa, ma è presumibile che rifiuti siano conservati anche lì.
Ai depositi delle centrali vanno aggiunti i depositi pubblici e privati delle scorie create dagli ospedali, non sempre del tutto in linea con le norme di sicurezza stabilite dalla legge. Secondo i dati raccolti dal Servizio di prevenzione sanitaria della Regione Lombardia, ad esempio, in un solo anno (tra il giugno 1997 e il giugno 1998) le aziende sanitarie lombarde hanno rilevato più di 100 carichi di rottami metallici radiocontaminati, quasi tutti in provincia di Brescia, evidentemente sfuggiti ai controlli doganali. Nel 55% dei casi l'oggetto radioattivo era costituito da materiale metallico radiocontaminato, nel 17% dei casi da vere sorgenti radioattive e nel 18% dei casi da quadranti di strumenti. In alcune sporadiche occasioni sono stati ritrovati parafulmini radioattivi e rilevatori di fumo. E poi vanno contati resine, fanghi, rifiuti attivi secchi, rifiuti solidi o liquidi in attesa di trattamento.
C’è poi un ulteriore quantità di materiale radioattivo su cui si hanno poche informazioni, quello proveniente dai traffici illeciti. Il rapporto di Legambiente ricorda che nel periodo 1996-1998, in particolare, risultavano entrati 2 milioni e 260mila tonnellate di rottami ferrosi attraverso i valichi ferroviari di Gorizia e Villa Opicina e quello stradale di Valico Sant'Andrea, lungo la frontiera orientale italiana: oltre 15mila tonnellate sono risultate radioattive e rispedite oltre confine.


giovedì 18 settembre 2008

uranio decafeinato, riciclaggio delle scorie radioattiva

Negli Stati Uniti si appresta a diventare operativo un sistema di riciclaggio delle scorie ispirato a un procedimento impiegato per ottenere il caffè decaffeinato, e finalizzato in questo caso a recuperare uranio arricchito dalle ceneri dei rifiuti radioattivi, per renderlo nuovamente utilizzabile come combustibile nei reattori delle centrali nucleari, contribuendo nello stesso tempo alla tutela dell’ambiente. Necessità che, insieme alle implicazioni economiche dell’opzione nucleare, fa da sfondo anche oltreoceano al dibattito su questa fonte energetica. Messo a punto nel corso di vent’anni da Chien Wai, professore di chimica dell’Università dell’Idaho, il procedimento si serve di un fluido supercritico, nella fattispecie l’anidride carbonica, per dissolvere metalli tossici. La sostanza impiegata a tale scopo viene infatti portata a temperatura e pressione alle quali presenta proprietà tanto di gas quanto di liquido: quando la pressione viene poi riportata a valori normali, l’anidride carbonica diventa un gas ed evapora, lasciando dietro di sé solo il metallo estratto, grazie al fatto che nello stato supercritico la sostanza può muoversi come un gas all’interno delle ceneri, e dissolvere i composti agendo come liquido. Si tratta per l’appunto di una tecnologia impiegata per decenni per rimuovere la caffeina dal caffè senza pregiudicarne l’aroma, dato che non richiede l’uso di solventi. Circa il 10 per cento del peso delle ceneri radioattive è rappresentato da uranio arricchito riutilizzabile, del valore di milioni di dollari, che attende dunque di essere recuperato. Secondo le previsioni, un impianto basato su questa tecnologia entrerà in funzione negli Stati Uniti nel 2009, e Wai è convinto che questo sistema sia solo all’inizio: egli sta infatti lavorando per renderlo ancora più ecocompatibile, trovando il modo di riciclare altri tipi di rifiuto radioattivo.


Se dal punto di vista scientifico si tratta di un processo già noto, la novità consiste piuttosto nell’uso di un fluido supercritico applicato alle ceneri dei rifiuti radioattivi. Esiste una regione, definita di supercriticità, nella quale i fluidi, in determinate condizioni di pressione e temperatura, sono gas che si comportano da liquidi, facendone propria la densità. L’anidride carbonica, in particolare, viene impiegata perché svolge questa funzione a pressioni modeste e facilmente raggiungibili.

I rifiuti radioattivi contaminati, se sono bruciabili, vengono inceneriti per ridurne il volume, ma le ceneri sono ancora un rifiuto, che si può ulteriormente ridurre estraendone l’uranio arricchito, un prodotto pregiato perché si usa nei reattori nucleari, e il cui smaltimento è sempre un problema dato che, essendo materia prima per un possibile uso non pacifico, deve avvenire in condizioni sorvegliate che generano dei costi. Evidentemente, perché l’operazione sia davvero conveniente, l’impianto che si pensa di realizzare negli Stati Uniti dovrà avere un costo minore del valore dell’uranio arricchito che si prevede di recuperare.

I ricercatori statunitensi pensano di poter andare oltre il recupero di uranio arricchito.
Questo sarà possibile perché non è l’anidride carbonica supercritica a dissolvere direttamente l’uranio, ma il legante, una molecola che circonda l’atomo di uranio permettendone l’estrazione. Cambiando opportunamente legante, si possono estrarre selettivamente altri elementi, tra i quali il plutonio, che si ricicla nei reattori ora disponibili.

venerdì 12 settembre 2008

idrogeno biologico, microalga Chlamydomonas

Grazie alla ricerca applicata condotta dal gruppo di lavoro del prof. Giovanni Giuliano dell’Enea, i cui risultati sono stati pubblicati da Plos One, rivista “open access” della Public Library of Science, nei laboratori di Biotecnologie è stata ottenuta una nuova varietà della microalga “Chlamydomonas”, che può illuminarsi e spegnersi grazie all’aggiunta di sali al mezzo di coltura.

I ricercatori hanno trasferito in questa alga di acqua dolce, che diversamente da altre alghe marine non ha luminescenza propria, il gene della luciferasi che rende luminescente la “Renilla” (un’alga conosciuta come “viola marina”). Il gene viene attivato da una sorta di “interruttore genetico” (detto promotore), azionato con l’aggiunta di un sale comune al mezzo di coltura. Aggiungendo poi un secondo sale antagonista, l’alga si “spegne”, proprio come un normale interruttore.

La quantità di sali necessaria è bassa, e quindi il costo è compatibile con grossi impianti di coltura che permettono grandi produzioni. Le microalghe “modificate” convertono l’energia solare con un’efficienza molto più alta delle piante terrestri e sono in grado di “fissare” la CO2 proveniente dagli impianti industriali, contribuendo ad una mitigazione dell’effetto serra e producendo biocombustibili innovativi: biodiesel e idrogeno. La ricerca è stata appunto finanziata del Ministero per l’Università nell’ambito del progetto “Produzione biologica di idrogeno”: questa scoperta infatti apre nuove prospettive nel campo dei biocarburanti, senza ripercussioni sul mercato dei prodotti alimentari.

mercoledì 10 settembre 2008

biocarburanti, scorie agricole per la produzione di etanolo cellulosico

Usare gli scarti agricoli e la cellulosa di piante che non siano il mais e gli altri cereali. Da Israele arriva una nuova tecnologia per produrre biocarburanti senza affamare il mondo


Mangiare o guidare? L’ultimo rapporto della Banca Mondiale, anticipato dal quotidiano britannico «The Guardian», ha messo una pesante ipoteca sui biocarburanti, che fino a pochi mesi fa sembravano l’alternativa più ragionevole al caro-petrolio. Il 75% dell’aumento dei prezzi degli alimenti nell’ultimo anno è attribuibile proprio all’esplosione delle coltivazioni per produrre biofuel, a scapito delle derrate alimentari. Il problema dell’energia si scontra, inevitabilmente, con quello ben più grave della fame nel mondo.

Lester Brown, autorevole ambientalista dell’Earth Policy Institute, avverte che «la competizione tra gli 800 milioni di automobilisti del mondo che vogliono mantenere la loro mobilità e i due miliardi di poveri che vogliono semplicemente cercare di sopravvivere sta diventando un problema sempre più drammatico».

Resta il fatto che i vantaggi di sostituire la benzina con i carburanti a base di etanolo sono molteplici: riduzione dell’inquinamento dell’aria, diminuzione nella produzione di gas serra, vantaggi geopolitici e di sicurezza energetica. Il problema è come ottenere l’etanolo necessario senza depauperare la produzione agricola. La soluzione potrebbe arrivare dalla valle di Arava, in Israele, dove Elaine Solowey, una ricercatrice all’«Arava Institute for Environmental Studies» vicino ad Eilat ha sviluppato una nuova tecnologia per produrre carburante dalle scorie agricole invece che dai prodotti alimentari. Il problema principale delle scorie è che contengono molta cellulosa e non solo amidi e zuccheri. Solowey ha sviluppato un metodo chimico per trasformare la cellulosa in zuccheri semplici, da cui si distilla l’etanolo. Questo metodo permette anche di sfruttare sia il legno sia le fronde di palma.

Formati sostenibili
Le scorie agricole per la produzione di etanolo cellulosico sono abbondanti. Si possono coltivare piante selvatiche in formati sostenibili, sfruttando risorse idriche sottoutilizzate, come l’acqua di scolo o l’acqua grigia non di fogna. La valle dell’Arava si presta a questo tipo di coltivazioni. Con 350 giorni di sole pieno all’anno, un inverno mite, acqua salmastra sotterranea e un team di agricoltori e ricercatori specializzati ben addestrati, la valle è un laboratorio ideale. Il clima arido e tropicale permette alle piante tolleranti all’acqua salmastra e ricche di cellulosa di crescere con estrema rapidità.

Ma l’Arava potrebbe anche facilmente adattarsi al biodiesel, principale alternativa all’etanolo. Il biodiesel può essere ricavato da molte piante che producono olio. Non ha bisogno di fermentare, a differenza dell’etanolo proveniente da amido o zucchero, e non necessita nemmeno del lungo e complicato processo di idrolisi acida o di decostruzione enzimatica prima della fermentazione per la produzione di etanolo cellulosico.

Quantità commerciali
Il valore aggiunto derivato dalla coltivazione di quantità commerciali di colture per l’energia nell’Arava potrebbe essere enorme, facendo della regione addirittura una nuova Silicon Valley. La produzione di etanolo su larga scala basata sulle colture agricole può avere un forte impatto sull’intera economia della regione, mentre le informazioni ottenute in questo progetto potrebbero portare all’obiettivo definitivo: trasformare l’intera regione in un’economia energetica autonoma, economica ed ecologica. Non soltanto: i risultati della ricerca e della sperimentazione, ovviamente, saranno utili per la produzione sostenibile di colture per l’energia in altre regioni marginali ed aride in tutto il mondo.

L’Arava Institute è situato nel Kibbutz Ketura, a mezz’ora da Eilat, e ha una sede anche in Pennsylvania, negli Usa. È stato costituito nel 1996 dai membri del kibbutz sotto la direzione di Alon Tal, fondatore di Adam Teva V’Din, l’Unione israeliana per la difesa ambientale. «È stato costituito per creare una leadership ambientalistica nel Medio Oriente e per insegnare che la natura non ha limiti», spiega David Lehrer, direttore esecutivo dell’istituto.

Se il progetto di Elaine Solowey andrà a buon fine, davanti all’Istituto ci sarà la fila.