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mercoledì 4 marzo 2009

CACCIA BALENE: GIAPPONE ABOLIRE DIVIETO


Il Giappone ha usato informazioni false e inesatte per tentare di abolire il divieto della caccia alle balene per fini commerciali. E' la denuncia contenuta nel nuovo Rapporto intitolato ''Small Type Whaling, una falsa scelta per l'Iwc'', realizzato dalla Wdcs, la Whale and Dolphin Conservation Society, e dall'organizzazione giapponese IKAN.


Tra il 9 e l'11 marzo, infatti, gli Stati Membri della Commissione Baleniera Internazionale (Iwc - International Whaling Commission) si riuniranno a Roma in un meeting inter-sessionale, per discutere del futuro della Commissione in uno ''spirito di compromesso''. Al centro delle discussioni, la proposta del Giappone di ridurre la sua controversa caccia ''per fini scientifici'' condotta in Antartide in cambio di una nuova categoria di caccia alle balene chiamata ''small type coastal whaling'' (caccia alle balene in acque costiere, con imbarcazioni di piccole dimensioni).


''La verita' e' che il Giappone non ha bisogno della caccia in acque costiere - rivela Sue Fisher della WDCS - e sta cercando di ricattare l'Iwc affinche' accetti la sua proposta. Il vero pericolo dell'accordo che verra' discusso e' che esso individua nella caccia costiera il male minore ma, se adottato, implicherebbe l'abolizione del divieto di caccia commerciale e spalancherebbe le porte alla riapertura o all'aumento della caccia da parte di altri paesi. La scelta di fronte la quale l'IWC e' stata messa e' quindi una falsa scelta''. Per questo l'associazione lancia un appello ''ai governi membri dell'IWC, in particolare ai governi dei paesi europei, affinche' non cadano in questa trappola fatta di inganni concepiti da una lobby per la caccia baleniera il cui unico interesse e' quello di sfruttare commercialmente questi mammiferi marini estremamente vulnerabili''.

''Per vent'anni, il Giappone - ricorda la Wdcs - ha continuato a sostenere la tesi secondo la quale la moratoria sulla caccia commerciale alle balene sarebbe la causa di grandi difficolta' economiche nonche' di un processo di disgregazione culturale in quattro citta' costiere che, sempre secondo il Giappone, avrebbero una lunga tradizione di caccia alle balenottere minori. Tuttavia, due di queste citta', Taiji e Wada, non hanno affatto una tradizione di caccia alle balenottere minori nelle loro acque costiere. Le altre due citta', Abashiri e Ayukawa, hanno iniziato soltanto 60-70 anni fa.

Il Giappone ha provato a nascondere il fatto che, inizialmente, queste citta' hanno tratto beneficio dalla moratoria. La societa' commerciale che controlla tutte le attivita' di caccia in queste quattro citta' ha cercato di conservare il suo vantaggio economico resistendo a ogni tipo di regolamentazione delle sue attivita' di caccia di piccoli cetacei, da parte dell'IWC. Ogni anno, nel corso di queste infami attivita' di caccia, centinaia di piccolo balene e di delfini vengono uccisi''.
''Il divieto della caccia commerciale alle balene ha rappresentato e fu accolto come una delle piu' grandi vittorie al mondo in termini di conservazione in quanto proteggeva le specie e le popolazioni di balene in via d'estinzione a causa della caccia eccessiva''.


martedì 3 marzo 2009

Energie alternative e pareti multimediali: ecco il nuovo simbolo della finanza cinese


Il progetto del palazzo che, a Shenzhen, ospiterà gli uffici del China Insurance Group

Duecento metri per 49 piani, 1.600 metri quadrati di area calpestabile, alimentazione ad energia solare e una parete in grado di proiettare immagini multimediali: sono queste le peculiarità del nuovo palazzo che, a Shenzhen, ospiterà il China Insurance Group. Presentato dagli austriaci di Coop Himmelb(l)au (letteralmente, cielo blu: anche questo un buon auspicio per una delle megalopoli più inquinate della Repubblica popolare cinese), il progetto è stato votato all’unanimità dalla giuria del concorso “4 torri in 1″. Bandito dall’autorità urbanistica di Shenzhen, il piano “4 torri in 1″ ha selezionato quattro progetti per il nuovo distretto finanziario cittadino cui sono stati destinati gli uffici di Shenzhen Media Group, China Construction Bank, China Insurance Group, e Southern & Bosera Funds.

Il palazzo degli austriaci è stato studiato in maniera tale da ridurre gli effetti della pressione del vento, garantire una ventilazione naturale nei corridoi all’interno oltre che ripari d’ombra nelle stanze particolarmente esposte alla luce del sole. L’energia solare è invece garantita dal posizionamento di cellule fotovoltaiche sulle pareti esterne dell’edificio, e, nonostante al momento sia difficile stimare quanta energia sarà possibile produrre grazie a questo sistema, è evidente che il consumo complessivo della struttura sarà nettamente più basso rispetto ai palazzi meno ecologici circostanti. Ancora, sulle pareti esterne potranno essere riprodotte insegne multimediali controllando con dei computer dei grandi led luminosi distribuiti in maniera irregolare su muri e vetrate.

All’interno, l’edificio è suddiviso in strati. Ai piani alti gli uffici, a quelli bassi le aree accessibili al pubblico. Quelli centrali verranno invece sfruttati per coltivare giardini o per allestire sale riunioni e conferenze.

domenica 1 marzo 2009

Il nucleare "pulito"


Le centrali nucleari non piacciono a molti. Per forza: costano molto, si "nutrono" di un materiale che sta cominciando a esaurirsi (l'uranio 235: oggi se ne estrae meno di quanto ne usano le centrali) e generano scorie radioattive che possono essere usate per produrre armi. La soluzione a questi problemi sembrerebbe esserci: una centrale che usi, invece dell'uranio, il torio. Con 7 vantaggi.
1) Incidenti impossibili. Le centrali a torio, come quelle a uranio, producono energia grazie alla "fissione" nucleare: gli atomi degli elementi pesanti, se colpiti da neutroni (particelle che si trovano nei nuclei), si scindono producendo energia e altri neutroni. Nel caso dell'uranio, il processo tende a essere esplosivo e deve essere controllato accuratamente per evitare incidenti come quello di Chernobyl. Nel caso del torio, invece, il processo deve essere continuamente stimolato inviando neutroni sul materiale. È impossibile, quindi, che sfugga al controllo e che esploda.
2) Costi. Le centrali al torio non hanno bisogno di sofisticati impianti di sicurezza: costerebbero meno di quelle a uranio e sarebbero più piccole.
3) Abbondanza. Il torio è circa 3 volte più abbondante dell'uranio. Si trova soprattutto in Australia, Usa, Turchia e India.
4) Efficienza. A parità di peso, con il torio si ottiene 250 volte più energia che con l'uranio.
5) Scorie. La "combustione" del torio produce scorie radioattive in quantità molto inferiori rispetto all'uranio, e con un tempo di decadimento relativamente breve: 500 anni invece di centinaia di migliaia di anni.
6) No bombe. Tra le scorie non c'è plutonio (o ce n'è molto poco), un materiale che può essere usato per costruire bombe.
7) Bruciare le scorie. In un reattore al torio, anzi, si possono "bruciare" anche le scorie radioattive generate dall'uranio.

RUBBIATRON. Ci sono varie possibilità di realizzare una centrale al torio. Carlo Rubbia, una decina di anni fa, ha sperimentato con successo al Cern di Ginevra un impianto - chiamato tecnicamente "amplificatore di energia" e detto anche "Rubbiatron"

E proprio nel luglio 2003, il Prof. Carlo Rubbia ( Commissario Straordinario dell'Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, ENEA) e il Dr. Peter Fritz ( Condirettore del Consiglio Esecutivo del Forschungszentrum Karlsruhe GmbH, FZK ) hanno firmato un Accordo di Collaborazione per attività di Ricerca e Sviluppo Sviluppo sia nel campo delle tecnologie dei metalli liquidi pesanti, sia nel campo della sicurezza nucleare e della chiusura del ciclo del combustibile degli impianti nucleari. La collaborazione tra i due Enti mira, in particolare, a sviluppare congiuntamente sistemi e tecnologie finalizzati a ridurre drasticamente la radiotossicità dei rifiuti radioattivi a lunga vita principalmente plutonio ed attinidi minori provenienti dal combustibile esausto degli impianti nucleari, mediante il processo di trasmutazione. Per raggiungere questi ambiziosi obiettivi la collaborazione fra i due Enti ha assunto come soluzione tecnologica di riferimento l'applicazione del concetto di trasmutazione dei radionuclidi a lunga vita, mediante l'uso di sistemi sottocritci sostenuti da acceleratori (cosiddetti ADS, Accelerator Driven Systems).
L'accordo firmato fra ENEA e FZK si inserisce, quindi, a pieno titolo nelle iniziative più rilevati connesse alla riduzione della pericolosità delle scorie nucleari ed allo sviluppo degli ADS e segna un riconoscimento significativo dell'impegno profuso da ENEA in questi ultimi anni in questo campo. Tale impegno potrà portare, in un prossimo futuro, ad ulteriori e rilevanti ricadute per l' Ente ed il Paese, anche in altri settori quali quelli delle sorgenti di neutroni intense, per usi industriali e di ricerca, e delle tecnologie e dei componenti per i rettori nucleari di quarta generazione.
In base a tale accordo, l' ENEA ha messo a disposizione il reattore TRIGA (Training Research Isotopes General Atomics) del Centro Ricerche della Casaccia
(Roma), per lo svolgimento delle attività relative all'esperimento TRADE (TRIGA Accelerator Driven Experiment) che, primo nel suo genere al mondo, consentirà lo studio della fisica dell'accoppiamento di un acceleratore di particelle con un sistema nucleare sottocritico, a potenza significativa.

Ed infatti l' Enea sta sperimentando già da qualche tempo una nuova tecnologia messa a punto dal premio Nobel Carlo Rubbia che prevede una variante del sistema ADS (Accelerator Driven System) e che consentirà di “bruciare” le scorie radioattive. “L’alternativa oggi allo studio è quella di ‘bruciare’ quegli elementi che hanno vita troppo lunga per garantire la sicurezza ambientale futura” ha detto Rubbia, riferendo che “l’Enea è attualmente impegnato in attività sperimentali derivanti dall’utilizzo del sistema ADS, che si basa sull’accoppiamento tra un acceleratore di particelle ad altissima intensità e un dispositivo sottocritico nucleare”. “L’ADS - ha aggiunto Rubbia - è il frutto della reciproca fecondazione di tecnologie indipendenti: gli acceleratori di particelle come quelli usati per la ricerca, i reattori – operati in regime sottocritico - refrigerati a piombo fuso, come quelli usati nei sottomarini russi, e il trattamento dei combustibili usati”

Il motore nucleare ideato da Carlo Rubbia (detto perciò "Rubbiatron") è una delle numerose applicazioni pratiche di un esperimento, il TARC, nato con finalità di ricerca pura. L'esperimento TARC è stato avviato da Carlo Rubbia nel 1996 al Ps, il Sincrotrone a protoni del Cern (laboratorio europeo per la fisica delle particelle) di Ginevra. Scopo dell'esperimento era studiare il comportamento di alcuni particolari atomi nelle reazioni di fissioni nucleare. Da questo esperimento lo scienziato italiano è riuscito a ricavare numerose applicazioni pratiche, ora in fase di sviluppo. "L'idea, dunque, è stata quella di provocare una trasformazione delle scorie radioattive, una trasmutazione, bombardandole con neutroni che si ottengono sparando protoni nel piombo fuso. Così, uranio e plutonio diventano sostanze diverse che non emettono più radiazioni o devono essere contenuti per un periodo ben più breve, non oltre 5-600 anni: vale a dire un tempo nel quale ragionevolmente si può pensare di gestire un controllo. Al Cern abbiamo già condotto esperimenti per verificare la nuova idea e il sistema funziona. Per sparare i protoni utilizzo un acceleratore di particelle come quelli che normalmente utilizziamo nello studio della materia. La difficoltà tecnica forse maggiore è l'impiego del piombo fuso, ma ci possono dare una mano i russi; loro hanno sviluppato questa tecnologia per scopi militari, e ho già contatti con gli scienziati di Mosca che sono interessati al progetto".
Ma oltre a distruggere le scorie radioattive, la macchina di Rubbia nasce con l'obiettivo di generare energia, con un vantaggio sui generatori nucleari finora costruiti: essere molto più sicuro, allontanando lo spettro di Chernobyl. "Se nel piombo fuso immergo del torio invece delle scorie, i neutroni che lo colpiscono provocano una fissione nucleare, cioè una reazione nella quale ottengo calore utilizzabile per generare energia elettrica. Perché è più sicuro degli altri? Primo: utilizzo come elemento combustibile il torio, che si trova normalmente nella crosta terrestre, ma è tre volte più abbondante dell'uranio e, soprattutto, elimino quasi completamente le scorie radioattive, e in particolare il terribile plutonio. Secondo: a tenere acceso il reattore ci pensa l’iniettore di protoni. Se c’è un problema, lo spengo come giro l’interruttore della luce e la reazione si blocca istantaneamente. Nulla può sfuggire di mano e portare all’incubo della fusione del nocciolo, come accadde a Chernobyl."

hot dry rock, ENERGIA TERMICA,

















Già scavando di pochi metri, si possono creare
pompe di calore utili per gli impianti di condizionamento condominiali che in linea di principio possono anche produrre energia: se ogni italiano producesse 1 kW (quel che serve a far funzionare un phon) in questo modo, in totale si arriverebbe a 50 GW, come 50 centrali nucleari.
Rocce calde. Scavando più in profondità, si possono costruire grandi impianti con elevati rendimenti energetici. Per questo in molti sono interessati alle rocce calde (150-250 °C) che si trovano a circa 5 km di profondità. Questa tecnica, chiamata "hot dry rock" ("rocce calde e secche"), funziona così: si inietta acqua in profondità, con un pozzo; l'acqua si vaporizza, passa attrave
rso le fessure nella roccia (che si possono creare artificialmente, per mezzo dello shock termico che si ottiene iniettando acqua fredda ad alta pressione) e risale da un pozzo adiacente, per azionare una turbina quando arriva in superficie. Poi il ciclo ricomincia.

INCONVENIENTI
Questa tecnologia è sotto studio in Australia, negli Usa e in Svizzera. Proprio in Svizzera, tra l'altro, il pompaggio dell'acqua ha causato un terremoto di 3,4 gradi della scala Richter (leggero ma ben percepibile).
Fortunati. In Italia la situazione è diversa, perc
hé da noi si trovano rocce calde e acqua a profondità minori, quindi conviene sfruttare quelle. «Gli impianti geotermici in funzione sono a Larderello-Monte Amiata, con una potenza istallata di 800 MW, pari all'1,8% del fabbisogno nazionale e al 25% di quello della Toscana», spiega Giuseppe De Natale, dirigente di ricerca all'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «Ma tutta la zona tra la Toscana e la Campania potrebbe essere sfruttata con impianti a basso impatto ambientale: tecnicamente si potrebbe arrivare al 20% del fabbisogno nazionale in 15 anni».

ENERGIA PULITA DALLE ONDE E DALLE MAREE


I mari della Terra sono in perenne movimento: onde, maree, correnti oceaniche... se si riuscisse a rubare un po' di energia a questi fluidi in movimento, si potrebbero alimentare molte città. Nelle isole Orkney, a nord della Scozia, l'Emec (European Marine Energy Centre) sta sperimentando nuove tecnologie di questo tipo, con l'obiettivo di arrivare nei prossimi anni a coprire il 20% del fabbisogno energetico.

ONDE E MAREE
Finora sono stati sperimentati due sistemi innovativi: Pelamis, un serpentone metallico capace di trarre energia dai movimenti delle onde (vedi Focus 187) in superficie, e una turbina istallata nel fondo del mare dalla società dublinese OpenHydro per sfruttare i flussi d'acqua generati dalle maree.
Collegata in rete. Quest'ultima è stata inaugurata nel maggio 2007, dopo 18 mesi di test, e produce 250 KW, che immette nella rete elettrica britannica. OpenHydro sta ora preparando turbine da 1 MW da installare nella baia di Fundy (Canada) e nel canale della Manica.

corrente elettrica a bassissimo costo dalle onde del mare


Un fisico americano ha ideato un curioso e originale sistema per ottenere corrente elettrica a bassissimo costo dalle onde del mare.
La geniale trovata di un fisico in pensione potrebbe contribuire, almeno in parte, a risolvere i problemi energetici, producendo quantità non trascurabili di corrente elettrica dalle onde del mare. Francis Farley e il suo ex collega Rod Rainey hanno riempito un lungo cilindro di gomma con acqua di mare e hanno chiuso le due estremità così da formare un enorme salsiccione. Hanno poi legato il cilindro a circa 100 metri di profondità e lo hanno lasciato il balia delle correnti. Il moto ondoso e la forza delle acque hanno inziato ad agitare Anaconda, questo il nome del serpentone , comprimendo l'acqua contenuta al suo interno e mettendo in moto, grazie all'aumento di pressione, le turbine installate a una delle estremità del cilindro. Anaconda è lungo circa 200 metri e ha un diametro di 7: secondo gli esperti, dimensionandolo opportunamente e ottimizzando l'elasticità dell'involucro, è possibile realizzare impianti della potenza di circa un megawatt, sufficienti a dare corrente a 2.000 abitazioni. L'idea di Farley e Rainey è ora quella di perfezionare il progetto e commercializzarlo entro 5 anni.

Le polveri metalliche sono usate come combustibile per razzi.

Lo sapevate che la lana di ferro è infiammabile? Accade perché tutti i metalli reagiscono con l'aria e si ossidano. Spesso non ce ne accorgiamo, perché l'ossidazione avviene solo sulla superficie. Se, però, la superficie aumenta - perché il metallo è trasformato in una lana sottile o in una polvere - allora il fenomeno diventa più energetico e perfino esplosivo.
Infiammabili. Le polveri metalliche, infatti, sono usate come combustibile per razzi. Dave Beach, ricercatore all'Oak Ridge National Laboratory, ha spinto quest'idea all'estremo: propone di utilizzare motori che brucino, invece della benzina, polveri di ferro, alluminio o boro. Se le polveri sono 10 mila volte più sottili di un capello, dice Beach, possono bruciare in un motore simile al diesel. E senza inquinare: la combustione avverrebbe a soli 500 °C, quindi senza produrre ossidi d'azoto o altri inquinanti, mentre le polveri di scarto potrebbero essere raccolte e, successivamente, riattivate con un processo chimico.
Meglio le batterie. L'idea è affascinate, ma è difficile metterla in pratica. «Un'idea più realistica sono le batterie metallo-aria», spiega Ugo Bardi, «per esempio zinco-aria o alluminio-aria. Quest'ultimo tipo è stato sperimentato con successo dai militari negli Usa». E si possono ricaricare con un processo elettrochimico o rifondendo i metalli.

ENERGIA DEI PASSI: 1 passo produce 10 W, una folla può illuminare uno stadio

Lampioni, semafori, insegne: in futuro potrebbero essere alimentati dall'energia "rubata" ai pedoni che camminano, secondo l'ingegnere britannico David Webb. Funziona grazie a un sistema di cuscinetti nascosti sotto il pavimento o le scale: ogni volta che se ne calpesta uno, si fa pressione su un fluido che va ad azionare una serie di microturbine, generando elettricità. E lo stesso principio potrebbe essere applicato al passaggio di autoveicoli e di treni.
Nel metrò. Di certo questa invenzione non può essere la soluzione dei problemi energetici mondiali, ma potrebbe dare il suo contributo: secondo le stime, le 34 mila persone che transitano ogni ora nella stazione Vittoria della metropolitana di Londra, in pieno centro, riuscirebbero a tenere accese 6.500 lampadine.

GIà A LONDRA
Londra, l’idea di un milionario cipriota: Nei locali, una pista che aziona dei generatori grazie al movimento dei piedi. E presto le batterie dei telefonini. Voi danzate, e la pista da ballo trasforma l’energia cinetica dei passi in energia elettrica pulita. La pista da ballo, sostenuta da una serie di molle, oscillando aziona dei generatori a cristalli capaci di produrre una piccola quantità di energia elettrica.

SEMPRE
A LONDRA una lunga serie di stazioni delle metropolitane di Londra è stata dotata di un sistema di produzione energetica che sfrutta i passi delle persone che le attraversano a piedi, attraverso un pavimento costituito da attuatori idraulici, che forniranno ben 7 watt (!!!) ogni volta che saranno calpestati. Sembra inoltre che questa sia solo la prima di una serie di idee nate per cercare di “rubare” energia agli spostamenti dei londinesi: successivamente sarannò prese di mira le vibrazioni di treni e auto, che verranno utilizzate per l’illuminazione pubblica della città.
Ebbene quel progetto non solo è stato, ed è, un successo ma viene ora esteso. Questa volta le mini-turbine che catturano la pressione dei passi sul pavimento saranno installate sulla Spinnaker Tower a Portsmouth, dove sarà utilizzata l’energia cinetica, prodotta dai turisti che salgono e scendono le scale di questa torre alta 170 metri. In aggiunta ai percorsi pedonali, le mini-turbine saranno installate anche sotto le linee ferroviarie o sotto i ponti per sfruttare l’energia dei treni e dei veicoli e proprio sotto una galleria ad alto traffico nelle Midlands è avvenuta la sperimentazione del sistema “underfloor” dove i generatori di energia hanno usato quella prodotta dal passaggio dei treni.

sabato 28 febbraio 2009

trasformare il fiato in carburante


Una nuova tecnologia già in uso all’aeroporto di Liverpool consente di trasformare in combustibile nientemeno che il fiato. E di questi tempi, con tutto quello che non va, è una riserva inesauribile...
C’è un limite a ciò che si può riciclare? A guardare quello che stanno facendo all’aeroporto John Lennon di Liverpool sembrerebbe proprio di no. La società che gestisce lo scalo aereo ha infatti installato nei suoi locali degli apparecchi in grado di recuperare l’anidride carbonica emessa dai passeggeri attraverso il respiro. Una volta imbottigliata e opportunamente trattata, la CO2 verrà impiegata come nutrimento per speciali alghe, che a loro volta verranno trasformate in biomassa e quindi in combustibile verde. L’originale sistema di riciclaggio permetterà di alimentare a basso costo e basso impatto ambientale i veicoli diesel dell’aerostazione e gli impianti di riscaldamento. Il progetto è partito a gennaio e con obiettivi decisamente ambiziosi: la fase pilota prevede la produzione di circa 100.000 litri di biocarburante. Una volta a regime l’impianto potrà fornire circa 4.000 litri di combustibile al giorno. I costi di realizzazione non sono stati resi noti, ma Origo Industries, titolare dei brevetti e delle tecnologie, afferma che verranno ammortizzati dalla società aeroportuale nel giro di un anno.

venerdì 27 febbraio 2009

ENERGIA SOLARE: A MONTALTO SPLENDERA' IL SOLE PIU'GRANDE D'ITALIA


26 FEB - Sorgera' a Montalto di Castro, in provincia di Viterbo, la piu' grande centrale solare d'Italia. Li' dove era prevista una centrale atomica la Regione Lazio ha deciso di far partire un cantiere per un impianto fotovoltaico da 24 MWp. '' la risposta - ha dichiarato Filiberto Zaratti, Assessore all'Ambiente della Regione Lazio - agli accordi italo-francesi voluti del Governo per la ripresa del nucleare nel nostro Paese. L'impianto che avviamo - spiega Zaratti - sara' in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di oltre 15.000 famiglie, evitando l'emissione di 22.000 tonnellate di CO2 l'anno e sara' operativo gia' a novembre, producendo energia pulita senza alcun costo aggiuntivo per i cittadini. L'esatto contrario delle centrali nucleari annunciate dal Governo Berlusconi, la cui realizzazione ha tempi lunghissimi e costi indeterminati, come dimostrano le esperienze in Finlandia e in Francia. con extracosti tra 20% e il 50%. Tutto il quadro finanziario dell'energia atomica e' dominato dall'incertezza: non si conoscono i costi dell'uranio, la cui disponibilita' nei prossimi anni e' destinata a diminuire; sono ignoti i costi di smantellamento delle centrali e nessuno e' in grado di determinare quelli di gestione delle scorie radioattive''. Oggi nel Lazio sono in costruzione impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili per 150 MW e contiamo di arrivare entro il 2010 a 600 MW. Un'importante ricaduta occupazionale per la Regione e un decisivo impulso per le piccole e medie imprese.

giovedì 26 febbraio 2009

NUCLEARE: FARA' AUMENTARE LE BOLLETTE


Roma, 26 feb - ''Imbarcarsi nel nucleare ora significa fare un regalo ai francesi, con ricadute limitate per le nostre industrie e con un aggravio per le bollette'', lo denuncia Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club.

''Rispetto all'impatto economico - avverte - risulta istruttiva l'esperienza degli Usa dove alcune compagnie elettriche, allettate da importanti aiuti pubblici, vorrebbero ritentare l'avventura atomica 30 anni dopo il piu' grande disastro industriale della storia, che ha visto aziende elettriche sull'orlo della bancarotta, centrali nucleari mai completate, tariffe alle stelle...

Le utilities americane che stanno ora ritentando la carta atomica, incontrano pero' non pochi ostacoli, a iniziare dal reperimento delle risorse. Significativo il caso della Progress Energy Florida che aveva ottenuto tre anni fa l'autorizzazione a ritoccare le tariffe per finanziare una nuova centrale atomica, da completare nel 2017, vicino a Tampa. Sennonche' nei mesi scorsi i clienti si sono trovati aumenti dell'11% nelle bollette. Sono seguite proteste generalizzate che hanno costretto la compagnia a fare marcia indietro''. E in Europa Silvestrini cita il caso del reattore in costruzione in Finlandia a Olkiluoto, ''con 1,5 miliardi di extracosti e un contenzioso aperto tra committenti e costruttori su chi dovra' farsi carico di questo onere, e' altrettanto significativo''.

Quanto al possibile contributo del nucleare alla battaglia contro il riscaldamento del Pianeta, secondo Sivestrini ''anche qui occorre sgomberare il campo dalle illusioni, come ci ricordano i dati dell'ultimo studio dell'Agenzia internazionale dell'energia sul ruolo che potrebbe giocare il nucleare in uno scenario spinto volto a dimezzare le emissioni entro il 2050 . Il contributo principale verrebbe, secondo queste elaborazioni, dagli interventi sull'efficienza energetica (36%), seguiti da quelli sulle rinnovabili (21%).

Il nucleare potrebbe contribuire a un 6% della riduzione alla meta' del secolo su scala mondiale. Un contributo importante, ma decisamente inferiore ad altre soluzioni''.

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Firenze, 24 feb - ''Il Governo sappia che la Toscana non prevede l'installazione di centrali sul territorio regionale che sfruttino l'energia atomica''. Lo afferma Erasmo D'Angelis (Pd), presidente della Commissione territorio e ambiente del Consiglio regionale, dopo l'annuncio di oggi di Silvio Berlusconi. ''Il nostro futuro energetico - afferma ancora D'Angelis - non si costruisce riportando in vita i piu' pericolosi dinosauri, ma con una politica industriale e per l'occupazione centrata sul ricorso massiccio alle rinnovabili e con la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, che vede nel metano un carburante di transizione. Per questo la Toscana, con il suo Piano Energetico, ha pronunciato un No chiaro a eventuali localizzazioni sul nostro territorio''. Il presidente della Commissione ambiente dice ''basta con l'illusionismo e la miopia di Berlusconi che ha fatto dell'Italia l'unico Paese industrializzato a non puntare sulle energie del futuro'', perche' tutti sanno che il nucleare che c'e' oggi e' la fonte energetica piu' costosa e rischiosa perche' resta aperta la questione delle scorie e della sicurezza. Ma il Governo nazionale fa solo spettacolari annunci seguiti da zero realizzazioni. Non riesce nemmeno a finanziare la ricerca italiana del cosiddetto 'nucleare pulito' o di 'quarta generazione', che tra l'altro prevede un prototipo industriale di centrale nucleare non prima del 2025 per una commercializzazione al 2030''.

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Cagliari - Dopo la firma dell'accordo sul nucleare tra il premier Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy, le Regioni si dividono sulla possibilità di ospitare o meno le centrali nucleari sul proprio territorio. Un "no" pesante arriva dalla nuova giunta sarda con il governatore Cappellacci che assicura: "Dovranno passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile". Ma il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, ha assicurato: "I siti non li decide unministro".

Il no di Cappellacci "State certi che dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile. E comunque nessuna centrale in Sardegna: il Presidente Berlusconi manterrà la promessa fatta. Ricordo anche che l’accordo programmatico da me firmato con il Partito Sardo d’Azione recita: riconoscimento della esigenza che tutto il territorio della Sardegna sia denuclearizzato". E' quanto assicura il neo-presidente della Regione Sardegna, Ugo Cappellacci, dalla sua pagina Facebook rispondendo alla domanda di un internauta sull'eventualità che in Sardegna vengano realizzate centrali nucleari. Ieri alcuni quotidiani nazionali avevano scritto che anche l'Isola, e in particolare la piana di Arborea, nell'Oristanese, erano inseriti nell'elenco dei territori "candidati" ad ospitare una centrale nucleare dopo l"accordo fra Italia e Francia.

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ULTRASUONI PER DEPURARE LE ACQUE INQUINATE DA FARMACI


Un nuovo metodo per contrastare il grave problema dell’inquinamento da farmaci, illustrato da un articolo pubblicato su Water Research, è stato messo a punto da un gruppo internazionale di chimici, appartenenti a centri di ricerca distribuiti tra Francia, Svizzera, Spagna e Colombia. Il sistema potrà trovare la sua applicazione primaria in impianti di depurazione delle acque, nelle quali i residui dei prodotti farmaceutici finiscono con facilità e in grandi quantità, provenienti dai singoli consumatori, dagli ospedali e dalle stesse aziende che li realizzano. Il meccanismo di depurazione, che è stato testato su campioni d’acqua contaminata con l’ibuprofen, un noto farmaco antidolorifico e anti-infiammatorio, prevede l’impiego di un generatore di ultrasuoni collocato sul fondo del contenitore in cui avviene il processo. Questo apparecchio è necessario a trasformare l’energia elettrica in energia meccanica, dando origine a una reazione chimica definita sonolisi che, dissociando l’acqua in radicali altamente ossidanti, come quello idrossilico, degrada l’ibuprofen in composti a minor peso molecolare. Come spiega Fabiola Méndez-Arriaga, ricercatrice dell’università di Barcellona, il processo, che libera anidride carbonica e produce bollicine microscopiche contenenti grandi quantità di energia, fa sì che con un’irradiazione di due ore il farmaco sia completamente eliminato e trasformato in sostanze biodegradabili, successivamente trattabili in un impianto di depurazione convenzionale. Poiché con farmaci diversi dall’ibuprofen la procedura potrebbe generare sostanze più tossiche di quella da neutralizzare, è stata utilmente studiata l’applicazione di altre tecniche di ossidazione avanzata, come la fotocatalisi eterogenea, una reazione nella quale un semiconduttore come il biossido di titanio assorbe la luce ultravioletta per degradare gli inquinanti organici in anidride carbonica, acqua e acidi minerali, che non sono tossici per l’ambiente.

inquinamento da farmaci


Contro l’inquinamento da farmaci non basta la buona volontà del singolo consumatore che eviti di disperdere nell’ambiente quelli inutilizzati o scaduti. Il problema, come dimostra uno studio pubblicato dalla rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology, è di portata ben più vasta. Uno degli autori, Joakim Larsson, docente dell’Istituto di neuroscienze e fisiologia della svedese Università di Göteborg, ha infatti visitato la zona industriale nei pressi di Hyderabad, in India, dove il suo gruppo di ricerca ha raccolto campioni dell’acqua scaricata da un impianto per il trattamento delle acque reflue provenienti da circa 90 aziende farmaceutiche dell’area. Scoprendo che l’impianto in questione rilascia 45 kg al giorno di ciprofloxacina, una quantità corrispondente al quintuplo del consumo quotidiano di questo antibiotico nell’intera Svezia. Con danni che non sono certo limitati a quelli ambientali, in quanto si crea in tal modo il rischio che simili antibiotici possano prima o poi diventare inefficaci contro batteri diventati nel frattempo sempre più resistenti al contatto con la sostanza che dovrebbe combatterli. Benché si ritenga che la Svezia abbia una delle legislazioni più intransigenti al mondo in materia di tutela dell’ambiente, Larsson sottolinea che, come altri Paesi occidentali, essa condivide la responsabilità per i problemi ambientali provocati altrove dal consumo nazionale di farmaci. Molte delle sostanze contenute nei medicinali di uso più comune vengono infatti realizzate in India e in Cina, ma al momento è letteralmente impossibile per chi li acquista sapere dove sia in realtà prodotto il loro principio attivo. L’unica soluzione al problema prospettata da Larsson è dunque quella che sia resa trasparente la catena produttiva dei farmaci, perché se ai consumatori fosse data qualche possibilità di scegliere quelli che sono stati prodotti secondo modalità rispettose dell’ambiente, potrebbe derivarne una concreta esortazione alle aziende farmaceutiche ad attribuire ovunque a queste ultime un’importanza non inferiore a quella dei loro profitti.